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Opinioni e commenti
 

La deflazione è un rischio, ma qualcosa si può fare
Pubblicato il 14-02-2014


DeflazioneAlberto Bisin, economista italiano, professore alla New York University ed editorialista del blog “NoiseFromAmeriKa”, su “la Repubblica” dei giorni scorsi ha evocato la possibilità che sull’Italia stremata dall’austerità possa incombere la minaccia di un fantasma che si aggira per il mondo industrializzato in crisi, la deflazione. Lo ha fatto innanzitutto evocando gli effetti negativi del fenomeno della deflazione, sottolineando che essa ha esiti perversi, soprattutto sul piano ridistribuivo, che non favoriscono i paesi fortemente indebitati, come lo è ad esempio l’Italia. La deflazione infatti tende a favorire i creditori e a penalizzare i debitori; ma quel che più conta è che la deflazione provoca aspettative ancora più negative per i paesi in crisi. Quando essa accenna a verificarsi, le famiglie e le imprese sono indotte ad aspettare che i prezzi calino ancora; in conseguenza di ciò, sia la domanda di beni di consumo che quella di beni d’investimento tendono a diminuire, concorrendo a generare ulteriore deflazione.

Secondo Bisin, in Italia e in generale in Europa, la deflazione non si è ancora verificata in modo generalizzato, ma si può fondatamente prevedere che possa presto sopraggiungere; preoccupazione, questa, che secondo Bisin spinge la Banca Centrale Europea (BCE) a monitorare con preoccupazione la situazione e a rivolgere al pericolo incombente la necessaria attenzione per sventare la possibilità che il “fantasma” giunga in Europa, senza che il massimo istituto bancario europeo sia pronto alla bisogna.
Sul punto, Bisin osserva che la BCE, con le esternazioni del suo Governatore, mostra d’essere molto più cauta del presidente della Federal Reserve americana (FED) e del governatore della Banca centrale del Giappone, entrambi favorevoli a rilanciare l’attività economica con un’immissione di liquidità sui mercati; soluzione, questa, che pare segnare il preludio alla creazione di un’altra bolla speculativa, non di natura immobiliare come è avvenuto con i mutui “subprime”, ma di natura mobiliare; la propensione della FED a rilanciare la ripresa economica con l’immissione di nuova liquidità sembrerebbe suggerita dalla necessità di impedire una possibile spirale deflazionistica persistente, come quella che ha afflitto il Giappone per più di 20 anni.

Per evitare i possibili pericoli di una ripresa “drogata” delle economie europee, indotta dal tipo di politica monetaria americana e giapponese, Bisin considera perciò positivamente la cautela del Governatore della BCE; ma ancora più ragionevole sarebbe la sua decisione di non accedere all’idea di aumentare la liquidità dell’eurozona, prima che i paesi che maggiormente hanno risentito della crisi per il loro eccessivo indebitamento pubblico non abbiano programmato l’attuazione delle riforme strutturali da compiere per sperare in una ripresa della crescita futura delle loro economie.

Tuttavia, almeno per quanto riguarda l’Italia, Bisin ritiene che la ragione principale della prudenza della BCE sia da ricondursi al fatto che gli effetti possibili dell’immissione di nuova moneta per combattere la crisi dipendano dalle condizioni operative in cui versano i mercati finanziari; gli effetti indesiderati, infatti, sarebbero più probabili, in presenza di una debole governance delle banche, a causa di un presunto eccessivo controllo esercitato su di esse dallo Stato; in conseguenza di ciò, l’immissione di liquidità che non fosse preceduta o accompagnata da una completa ricapitalizzazione delle banche, sino a renderle autonome, non concorrerebbe a creare condizioni di credito favorevoli alle imprese. Sul punto, però, Bisin trascura la circostanza che gli interventi di sostegno della BCE a favore delle banche con le operazioni LTRO (long term refinancing operation), tra il 2011 e il 2012, sono stati utilizzati dalle banche stesse per comprare titoli di stato e non certo per erogare nuovi prestiti alle imprese, aggravando in tal modo la recessione dell’economia nazionale. Infatti, malgrado il presunto eccessivo controllo pubblico subito, le banche, dopo essersi fatte coinvolgere nelle bolle speculative del mercati finanziari internazionali, non hanno avuto alcuna esitazione ad utilizzare gli aiuti finanziari per tornare a speculare sulla debolezza dei conti pubblici italiani, impiegando le risorse ricevute per l’acquisto di titoli del debito pubblico e lucrare senza ritegno sullo spread [esprimente il rapporto fra i tassi d’interesse sui Buoni del Tesoro pluriennali (BTP) e gli equivalenti Bund tedeschi], anziché impegnarsi a migliorare le condizioni operative delle imprese.

Bisin si limita a sperare che la realizzazione di una unione bancaria europea, di là da venire, possa scoraggiare le banche italiane a comportarsi così come si sono comportate nel recente passato; nella speranza, aggiunge ancora Bisin, che tali condizioni non siano mandate “all’aria da una irresponsabile politica economica” del paese, spinto ad utilizzare la liquidità a sostegno delle attività produttive per finanziare la spesa pubblica corrente, spacciata per politica della crescita. Poiché quello evocato da Bisin è un pericolo reale, per vincolare in modo certo allo scopo per cui le risorse finanziarie vengono concesse, può essere percorribile la soluzione già adottata dalla Bank of England, cioè dalla banca centrale britannica. La soluzione, denominata “funding for lending”, consiste nel condizionare la concessione di liquidità alle banche all’assunzione dell’impegno a destinare le risorse ricevute a nuovi prestiti alle imprese. Agendo secondo questa soluzione è possibile incanalare l’attività delle banche secondo una logica che dovrebbe essere alla base dei loro comportamenti standard e sottrarle alla tentazione di una loro nuova “full immersion” in attività speculative, in modo da rendere fondato il prestigio di cui esse godono, nell’essere considerate per il sistema economico alla stregua delle circolazione sanguigna per il corpo umano.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Credo sia il caso di far pace con il cervello, con l’inflazione delgli anni ottanta, quasi al 20%, ci hanno raccontato che era un dramma per i costi in continuo aumento e le buste paga che non bastavano mai, oggi scopriamo Bisin che ammonisce :”La deflazione infatti tende a favorire i creditori e a penalizzare i debitori; ma quel che più conta è che la deflazione provoca aspettative ancora più negative per i paesi in crisi.” Ma quando mai a noi ci hanno raccontato che non eravamo in crisi, la chiamavano congiuntura, tutti termini in politichese stretto, per non dirci che la nostra è CRISI CONTINUA.

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