martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La “maledizione
di Palazzo Chigi”
Pubblicato il 17-02-2014


Alla fine Matteo Renzi non ha resistito e il Partito democratico ha licenziato ad nutum Enrico Letta e, cioè, senza neppure il preavviso.

E così il Paese si avvia ad avere il terzo presidente del Consiglio, dopo Mario Monti e lo stesso Letta (nel quadro di comuni appartenenze, Bildelberg-Trilateral, e dei diktat della Troika Fondo Monetario, Banca centrale europea, Merkel), senza investitura elettorale, ma frutto delle cosiddette “larghe intese”, sotto la supervisione del Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Nella fretta del sindaco di Firenze e segretario del Pd qualcuno ha visto la personale esigenza di misurarsi in prima persona con le emergenze economiche e sociali degli italiani, evitando di subire i riflessi negativi dell’inazione di Letta o, eventualmente, di consentire all’ormai ex premier di godere dei frutti politici di qualche risultato positivo. E c’è chi, ragionando su ciò che non appare, pensa che la velocizzazione impressa da Renzi alla sua discesa in campo, sia derivata dall’annuncio di ben 8 miliardi di privatizzazioni del ministro dell’Economia Saccomani, e dalla volontà di gestirle, nel mentre divampa lo scontro tra i cosiddetti “poteri forti” italici, emblematicamente rappresentato dal duro scambio di accuse (e di insulti) tra il rampollo della famiglia Agnelli posto al vertice di una Fiat non più nazionale, John Elkann, e Diego Della Valle, uno dei nuovi imprenditori italiani, tra gli sponsor del leader del Pd.

Adesso Renzi dovrà stare attento alla “maledizione di Palazzo Chigi”, che, storicamente, ha bruciato alcuni dei leader più importanti della storia della nostra Repubblica. Da Amintore Fanfani, che nel 1958, a seguito del successo elettorale della DC, da segretario della Democrazia Cristiana formò il suo secondo governo, con il sostegno di repubblicani e socialdemocratici, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri, avviando una nuova fase della vita politica italiana per il superamento del centrismo e l’apertura ai socialisti, che condurrà nel 1963 al centrosinistra delle morotee “convergenze parallele”, con premier lo stesso Fanfani. A causa della contrarietà della maggioranza della DC al centro-sinistra e, soprattutto, all’eccessiva concentrazione di potere realizzatosi nelle mani del leader aretino, il Governo Fanfani II fu presto logorato dai cosiddetti “franchi tiratori“, che lo misero spesso in minoranza. Per questo il 26 gennaio 1959 Fanfani rassegnò le dimissioni del governo che egli presiedeva e, solo qualche giorno dopo, anche da segretario politico della DC.

E Bettino Craxi, anch’egli ritenuto a ragione un “uomo forte” della nostra democrazia e un riformista autentico nel solco delle socialdemocrazie europee, che cercò ostinatamente nel 1992 di ritornare a Palazzo Chigi, dopo i successi degli anni 1983-87 in cui l’Italia con i governi da lui presieduti superò l’Inghilterra quanto a ricchezza nazionale, domò l’inflazione e la conflittualità endemica dei sindacati, tenne la schiena dritta davanti alla superpotenza americana guidata Reagan, durante i fatti del 1985 di Sigonella. Ma l’operazione, basata su un’alleanza ormai superata con la maggioranza moderata democristiana, il cosiddetto CAF (acronimo di Craxi-Andreotti-Forlani) si scontrò con il mutato scenario internazionale, segnato dal crollo del Muro di Berlino; Mani pulite esplose, rendendo palese la crisi strisciante della prima Repubblica.

Poi Massimo D’Alema, segretario dei Democratici di Sinistra, approdato a Palazzo Chigi nel 1998 dopo la fine del governo Prodi, con una maggioranza diversa da quella di centrosinistra uscita dalle urne due anni prima, fondata sul rapporto privilegiato con il raggruppamento politico promosso dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in funzione atlantista e filoamericana in ordine al dramma della ex Jugoslavia. Lo stesso D’Alema, recentemente, ha affermato di essersi pentito della sua smania di diventare premier, senza un passaggio elettorale.

Oggi Renzi, che si presenta come Fanfani, Craxi e D’Alema come espressione del “decisionismo” in politica”. Memento Audere semper di Gabriele D’Annunzio? La storia ci dirà!

Maurizio Ballistreri

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