lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Le finte ‘rivelazioni’
di Alan Friedman
Pubblicato il 20-02-2014


Sul “Corriere” dell’11 febbraio, in un’anticipazione del suo libro “Ammazziamo il gattopardo”, Alan Friedman giornalista americano molto conosciuto in Italia e molto “ammanigliato” con l’establishment economico nazionale, ha avuto la presunzione di poter rivelare fatti che, oltre all’ex Presidente del Consiglio Mario Monti, potessero coinvolgere il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una presunta “forzatura” della Costituzione compiuta nel corso del 2011 contro chi legittimamente governava l’Italia.

Le rivelazioni hanno avuto l’effetto di animare solo per alcuni giorni il dibattito politico sulla base di un’analisi dietrologica secondo cui ci sarebbe stato un ‘complotto’ per la sostituzione di Belusconi alla guida del Governo dell’Italia.

La sera del 10 febbraio, nel talk show “Piazza pulita”, diretto da Corrado Formigli, Friedman, anticipando le sue rivelazioni al cospetto di alcuni invitati al dibattito televisivo che gli hanno tenuto bordone, ha avuto modo di fare pubblicità al suo libro. Il suo comportamento ”gigionesco”, tuttavia, ha avuto l’effetto di trasformare la presunta ‘bomba’, costituita dalle sue rivelazioni lanciate nel bel mezzo del dibattito politico italiano sulla tenuta del malfermo governo-Letta, in un petardo da festa paesana. Un effetto dovuto al modo stesso in cui ha preteso di giustificare le implicazioni politiche delle rivelazioni, relativamente agli eventi drammatici che hanno caratterizzato la vita economica e politica dell’Italia negli anni a cavallo tra la fine del decennio scorso e l’inizio di quello in corso. Friedman, infatti, ha esposto quegli eventi pretendendo di giustificarli come se essi fossero “stati mandati dal cielo via fax”, quasi volesse tacere il nome della persona che, con le sue decisioni, aveva concorso a determinarli. Tra l’altro, con il suo atteggiamento, Friedman, smentiva quanto afferma nel suo libro, ovvero d’aver appreso dalla sua maestra di giornalismo, Tina Brown, che la cosa più importante da fare, nello scrivere un articolo o un libro, è avere una “personalità àncora” per legare il “cuore” del racconto a una “personalità, in modo da poter dare al tema un volto umano” con il quale i lettori possano identificarsi; e le rivelazioni di Friedman a chi altri potevano essere ancorate se non al nome, come viene indicato in lungo e in largo di “Ammazziamo il gattopardo”, di Giorgio Napolitano?

La pretesa di Friedman era grave, perché la reticenza sulle sue rivelazioni inducevano l’ascoltatore della trasmissione a sospettare che egli volesse evitare di “rinforzare” l’iniziativa con cui il M5S aveva chiesto autonomamente la messa in stato di accusa (impeachment) del Presidente della Repubblica, addebitandogli il reato di aver alterato il sistema costituzionale vigente. Ovviamente, il suono stonato delle trombe accusatorie si è tradotto, come era ovvio che si traducesse, in una “bolla di sapone”, per cui l’iniziativa “grillina” è stata valutata infondata dal Comitato parlamentare per la messa in stato d’accusa. Ma quali sono stati i fatti che, sulla base delle rivelazioni di Friedman, avrebbero consentito a Napolitano, secondo alcuni partecipanti al dibattito, di ordire nel corso del 2011 il complotto politico ai danni del governo in carica?

Mentre nell’estate 2011, in piena crisi economico-finanziaria dell’intera eurozona, Napolitano incontrava Monti per sondare la sua disponibilità per un eventuale incarico a Palazzo Chigi, Corrado Passera, allora amministratore delegato di Banca Intesa, divenuto successivamente ministro, stava elaborando un documento segreto per il Presidente della Repubblica; documento che aveva lo scopo di indicare le linee di politica economica utili al rilancio dell’economia italiana. Si era all’apice della crisi. Lo spread stava vertiginosamente salendo, la BCE in una lettera chiedeva all’Italia urgenti riforme per stabilizzare il Paese e Napolitano avrebbe condiviso, in uno degli incontri con Monti, il documento di Passera. La condivisione avrebbe portato Monti, qualche mese dopo nel novembre del 2011, a ricevere l’incarico, dopo essere stato nominato senatore a vita, di formare un governo di “salvezza nazionale”.

Friedman, di fronte alla tesi che qualcuno in Italia avrebbe fatto da “sponda complottarda” (Daniela Santanché) al pressing internazionale per sostituire, prima, il capo del governo in carica e, poi (Peter Gomez), per mantenere lo status quo, aveva la pretesa, dopo aver lanciato il sasso di nascondere la mano; fuori metafora, Friedman, in sostanza, nonostante il suo “racconto” potesse offrire fondamento alle tesi della “pasionaria forzista” e a quella del vicedirettore di un giornale, “Il Fatto Quotidiano”, notoriamente ostile al Presidente Napolitano, se la cavava “gigionando”. Friedman infatti non faceva altro che sottolineare in più di un’occasione che le sue rivelazioni dovevano intendersi solo dal punto di vista economico e che qualsiasi interpretazione politica dei fatti oggetto delle sue rivelazioni era da considerarsi a lui estranea.

La giustificazione avanzata era di un’ipocrisia unica, perché non potevano non essere tenute presenti le circostanze in presenza delle quali l’Italia aveva visto aggravarsi la crisi che nel 2011 l’affliggeva, per la responsabilità delle scelte di tutti coloro che soprattutto dall’inizio della Seconda Repubblica avevano concorso a crearle. Per rendersi conto di ciò può essere sufficiente ricordare succintamente, per chi ne avesse perso la memoria, il succedersi dei principali eventi. La crisi veniva certamente da lontano: dalla privatizzazione delle banche, dal progressivo inserimento dell’economia nazionale nel mercato internazionale, ma anche dalla mancata ristrutturazione del debito pubblico nazionale, a causa di chi, nel corso di tutti gli anni Novanta e di gran parte degli anni Dieci, aveva governato il Paese sino alla crisi dei subprime, approfittando dell’abbondanza di liquidità internazionale resa possibile dalla politica espansiva degli USA; tutto ciò aveva reso facile e a basso costo l’indebitamento pubblico, che però non veniva utilizzato per aumentare la competitività del sistema economico nazionale, ma solo per affrontare esigenze correnti di cassa. Tutto è filato liscio sino alle crisi del mercato immobiliare statunitense, allorché il Paese più indebitato dell’eurozona, la Grecia, ha subito un crack irreversibile.

A partire dal 2009, infatti, il crack greco ha indotto gli investitori internazionali a dubitare della capacità dello Stato ellenico a rispettare gli obblighi di debito;. ciò ha portato ad una crisi di fiducia, indicata da un allargamento dello spread, cioè del differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione del Paese indebitato e quello di un titolo omogeneo di un altro Paese preso a riferimento. Il Paese che subiva l’aumento dello spread era destinato a perdere la fiducia degli investitori e a patirne le conseguenze negative, a causa del maggior rischio d’insolvenza al quale andavano incontro i capitali ricevuti a prestito. La crisi della Grecia ha avuto così un immediato effetto domino nei confronti degli altri Paesi dell’eurozona indebitati, fra i quali com’è noto rientrava l’Italia. Essa, nel corso del 2009, ha visto peggiorare il proprio spread che, nel novembre del 2011, ha raggiunto l’apice compreso tra i 552 e i 574 punti, con il debito pubblico in crescita a partire dal 2008 (106,3% del PIL nel 2008, 120,1% nel 2011 e 130% circa nel 2013). L’impennata dello spread è stata anche determinata dal fatto che gli investitori che avevano in portafoglio titoli del debito pubblico italiano hanno incominciato a venderli sul “mercato secondario”, concorrendo a deprimerne il valore di mercato e perciò a rendere più onerose le aste ricorrenti per il collocamento di nuovi prestiti per garantire la liquidità della quale abbisognava il Tesoro nazionale per assicurare continuità e sostenibilità della spesa pubblica.

A questo punto la situazione è divenuta tale da lasciare presagire il peggio, ovvero un esito finale per l’Italia simile a quello avutosi nel caso della Grecia. Per evitare ulteriori peggioramenti della situazione, Berlusconi, responsabilmente per alcuni, e per effetto di un presunto “golpe” ordito dal capo dello Stato per altri, si è fatto da parte; anche in considerazione, non va dimenticato, della difficile situazione che era maturata a livello parlamentare, dove il capo del governo in carica, non disponendo più della maggioranza necessaria per conservarsi stabilmente al potere, era costretto ad “aprire” continue campagne di arruolamento di parlamentari di altre formazioni politiche a sostegno del suo governo.

Sta di fatto che, per evitare il peggio, Berlusconi ha deciso di “farsi da parte”, rassegnando le proprie dimissioni nelle mani al Capo dello Stato; a quel punto, quali erano le opzioni disponibili per Napolitano? Mandare tutti a casa e rinnovare il Parlamento, mentre la crisi incombeva minacciosa sul paese? Oppure, scegliere tra i candidati più credibili all’interno e all’esterno dell’Italia, la personalità cui dare l’incarico di formare il governo per migliorarne il livello di fiducia al cospetto di chi doveva prestarci le risorse per evitare il peggio? Napolitano ha scelto la seconda alternativa e con essa può ben dirsi che abbia contribuito a “salvare l’Italia”. Al Presidente della Repubblica, infatti, in quel momento, per il bene del paese, non restava altra scelta; ha ragione Emanuele Macaluso nell’affermare che, per la sua scelta, Napolitano dovrebbe essere “ringraziato”, per aver previsto ed agito per fare fronte a quello che sarebbe potuto accadere se i mercati finanziari internazionali non fossero stati “acquietati” sul piano dello loro aspettative. Altro che “complotto” o “forzatura della costituzione”. Ad essere messi in stato di accusa dovrebbero essere quelli che hanno concorso negli anni precedenti a creare le condizioni della crisi, congiuntamente a coloro che successivamente, al soldo dei mercati finanziari e delle società di rating hanno brigato perché gli eventi sul piano politico precipitassero senza che l’Italia potesse meglio rispondere alla gravità delle sfide del momento; ma dovrebbero essere messi sotto inchiesta pure coloro che, in un momento come quello attuale, continuano ad evocare fantasmi, il cui unico scopo probabilmente è quello di consentire agli investitori internazionali di tornare a speculare sulle debolezze strutturali di un paese che, stremato dall’austerità subita obtorto collo, dispone attualmente di una classe politica che non riesce, anche per suoi propri limiti, ad indicare agli italiani una possibile via di fuga dalle secche della crisi.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Ciao, tu stai dando per scontato che tutto sia regolato in modo corretto ed efficiente. Assolutamente no. Inoltre, le regole attuali implicano che il popolo non possa scegliere? Neanche, la forzatura c’è e come! Altro che democrazia! Poi, in primis si dovrebbe sempre chiarire che il denaro è convenzione per l’uomo. In un qualsiasi paese che possa definirsi democratico il “costo” di nuove elezioni non dovrebbe essere nemmeno rendicontato. Ciò significa che chiunque sia incensurato e lontano da scandali dovrebbe potersi candidare e gli si dovrebbero fornire gli stessi concordati strumenti di chiunque altro che concorre. Le elezioni ci costano tot…non ce le possiamo permettere! Ma proprio NO, è fuori da ogni logica, se non in quella che prevede qualcuno che comanda e gli altri che fanno fatica. Non devono costare proprio niente, non nel modo in cui si è soliti pensare. I fondamenti di una democrazia non devono “costare” qualcosa. Quando questo sarà attuato, torneremo a parlare di democrazia, fino ad allora sappiate che di democratico non ci sarà proprio nulla e mai c’è stato… forse nell’antica Grecia di Pericle. Altrimenti potete pure farvi ancora abbindolare dai banchieri e dai “mercati internazionali”. O si va oltre oppure ci terremo una becera oligarchia. Cosa scegliete? Abbiamo leggi ridicole ed inique…fatte da avidi e corrotti, meglio che ve lo mettiate in testa. Questa NON è affatto una democrazia…e chi pensa il contrario purtroppo è un povero illuso.

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