lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

L’EUROPA MIGLIORE
Pubblicato il 28-02-2014


Schulz_Congresso_PSE_Roma

Da domani il PD è ufficialmente membro della grande ‘famiglia socialista europea’, insomma è socialista. La presidenza del Pse ha deciso infatti oggi “all’unanimità” di accogliere la richiesta di adesione del Pd al Partito Socialista Europeo. L’annuncio ai giornalisti lo ha fatto il presidente del Pse, Serghei Stanishev,  sottolineando che da domani (sabato 1 marzo) i delegati del Pd avranno “pieno diritto di voto” al congresso del Partito socialista europeo che è in corso a Roma Eur.

“Malessere democratico e crescita dei populismi”. Di questo si è parlato nella cornice del congresso elettorale del PES tenutosi a Roma presso il centro congressi dell’EUR. Moderati da Lucia Annunziata, il panel ha visto la presenza, tra gli altri, di Stefano Rodotà e Massimo D’Alema.

Nella sua introduzione, Rodotà ha evidenziato come il «popolo europeo, sempre più introvabile, riesce ad essere intercettato dal populismo» che si oppone apertamente al progetto europeo. Una dinamica che si innesca proprio a causa della difficoltà di ottenere la legittimità che solo la «creazione di un vero popolo europeo con un sentire comune» e con istituzioni rappresentative potrebbe dare. In definitiva, Rodotà sottolinea che «solo la legittimazione da parte dei cittadini può rimuovere antieuropeismo e populismi».

Quegli stessi cittadini che, secondo l’ex presidente dell’Autority sulla Privacy, sempre di più identificano l’Europa come una macchina burocratica che impone limiti, fiscal compact e austerity dimenticando il valore della Carta dei Diritti Fondamentali, vero e proprio pilastro del progetto politico europeo: «I cittadini hanno visto Bruxelles come richiesta di diminuzione dei diritti».

In quest’ottica, il variegato universo dei populismi, che Rodota continua a declinare al plurale per sottolinearne le sfaccettature complesse, non sempre rifiutano l’Europa ma chiedono un mutamento politico del progetto europeo.

Alle parole di Rodota’ sono seguite quelle del greco Christos Dervenis  che ha parlato del «populismo come un fenomeno non nuovo». Secondo Dervenis, infatti, è «soprattutto la difficoltà che vive la socialdemocrazia, la sua crisi politica e teorica, ad aprire il varco nel quale si insinuano i movimenti populisti. L’esponente socialdemocratico greco ha, infatti, evidenziato che «la sinistra non è stata capace di opporre nuovi approcci teorici di fronte a problemi come la globalizzazione, la liberalizzazione dei mercati e la mobilita della forza lavoro». In una parola alla crisi dello stato sociale.

Proprio per questa ragione, analizza Dervenis, «le classi lavoratrici girano le spalle alle forze socialdemocratiche, perché la sinistra non è più capace di difenderli».

Tutto questo si innesta sul terreno fertile creato dal «collasso del modello produttivo, politico ed economico del Vecchio Continente» che si lega e determina la «nascita di un nuovo immaginario collettivo e individuale che plasma la realtà su idee demagogiche e pensieri politici fantastici rispetto ai quali i mass media giocano un ruolo centrale». Secondo Dervenis, questo processo porta alla formazione di «orientamenti piuttosto che di opinioni».

All’analisi di Dervenis ha fatto eco anche l’intervento del direttore didattico dell’ École des hautes études en Sciences socials di Parigi, Michel Wieviorka che ha invita ad «evitare di fornire un’immagine semplice, omogeneizzante del populismo come dei problemi che sono alla sua alla radice» perché spesso i movimenti che definiamo populisti altro non sono se non la risposta alle difficoltà e alla crisi europea, al neoliberismo e allo strapotere della burocrazia. Secondo il sociologo francese, infatti, quell’Europa che fu costruita su una base morale e che verteva su criteri etici e culturali ben precisi, si trova oggi debole di fronte ai nazionalismi che riescono a portare avanti un’idea di cultura rispetto ai tecnicismi dell’austerity. I «populismi sono dunque il frutto della crisi degli attori politici e della democrazia rappresentativa». IL punto, secondo Wieviorka è che «la sinistra non ha la stessa capacità di proporre sistemi e visioni come è stato in passato per l’idea socialdemocratica basata sullo stato sociale e sulla forza politica derivante dal radicamento in settori della società». Per il sociologo francese la sinistra «manca di colonna vertebrale ideologica», mentre «le forze populiste sanno parlare a settori della società che sono stati abbandonati dalle tradizioni forze politiche di riferimento»

Wieviorka sottolinea, inoltre, come sia un errore considerare il «populismo come figlio esclusivamente della crisi sociale ed economica visto che paesi come la Svizzera e la Norvegia, pur in situazioni economiche buone, sperimentano la nascita di movimenti che sono populisti a tutti gli effetti»: questo può essere spiegato sono nell’ottica che le forze populiste sanno parlare ai dimenticati e gli invisibili perché «capaci di intelligenza sociale».

In chiusura, Massimo D’Alema ha preso la parola per ricordare come sia stato scelto proprio il tema del populismo perché questo rappresenta «la grande emergenza politica con la quale ci misureremo alle prossime elezioni europee». Per D’Alema il vero rischio è quello di «un Parlamento frammentato e privo di una vera maggioranza politica con l’aggravante di un alto tasso di astensionismo». Di fronte a questo scenario, la sfida mortale che l’ex presidente del consiglio evidenzia è quella «che, dato lo stato d’assedio dei populismi, potrebbe indurre in errore il movimento socialista e democratico spingendolo a stringersi in un patto con le forze di destra».

La strategia da intraprendere, per D’Alema, è quella di «rendere trasparente la dialettica destra-sinistra nella vita politica europea» riuscendo a mobilitare i popoli attraverso un processo di riconquista dell’egemonia che consiste nel farsi carico delle ragioni che crescono nella crisi della democrazia europea di cui il populismo è effetto e non causa.

Perché, conclude D’Alema, «se l’Europa continua così sulla strada dell’austerity e della tecnocrazia hanno ragione quelli che protestano e noi lo dovremmo dire con coraggio».

RdA!

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