lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Matteo Bonaparte
alla ricerca di un esercito
Pubblicato il 24-02-2014


“On s’engage et puis on voit”.. Così Napoleone riassumeva l’essenza della sua strategia militare. Andare all’attacco, seguendo il proprio intuito; e poi improvvisare, in base alla reazione del nemico. Un approccio strategicamente chiaro e tatticamente flessibile; e di fronte a degli avversari magari teoricamente ferrati ma deboli sul terreno. Un approccio, peraltro, realizzabile solo avendo il controllo totale delle forze a propria disposizione. Una condizione che, quando realizzata, portò a diecine di vittorie parziali; ma che, mancando sia a Lipsia che a Waterloo, determinò due sconfitte decisive.

“Si attacca e poi si vede” è, chiaramente, anche il principio base che regola l’azione politica di Renzi. E che ne ha, almeno sinora, determinato le continue vittorie contro i generali parrucconi e polverosi della sinistra italiana. In questo caso era facile, bastava attaccare per vincere.

Adesso però, espugnato Palazzo Chigi, in gioco c’è ben altro. Governare davvero per cambiare l’Italia.

“Cambiare l’Italia”, come dice il Presidente de Consiglio e farlo in solitaria. Ambizione smisurata, va bene, ma con quali risorse e, soprattutto, quale progetto?

La cosa, per la verità, non sembra preoccupare più di tanto l’ex sindaco di Firenze. Forse perché convinto che l’approccio che lo ha portato al successo nel Pd  possa essere tranquillamente riproposto a livello generale del Paese.

Tigri di carta, ieri, il Partito, la sua tradizione, i suoi riti, la sua cultura, i suoi sommi sacerdoti, le sue regole.

Tigri di carta, oggi, i pesi morti che bloccano il cammino degli italiani: burocrazia, corporazioni, (ancora) partiti,  sindacati, apparati, privati e parapubblici, di potere d’ogni ordine e grado, enti e/o leggi inutili e via discorrendo.

Ora, nel primo caso, per vincere bastava  attaccare. L’imperatore era nudo, ma nessuno osava dirlo. E’ bastato, allora,  che un bambino lo dicesse per farlo crollare.

Nel secondo, attaccare è sempre necessario. Ma, certamente, non sufficiente. Perché  la denuncia della nudità del sovrano è, da almeno vent’anni, uno sport nazionale; sino a essere principio fondante e retorica essenziale della Seconda Repubblica. E perché, riproponendola, Renzi sfonda una posta aperta o, forse meglio, una trincea abbandonata; il rischio è di trovarsi da solo, dopo, in una specie di terra di nessuno.

E questo per tre fondamentali ragioni di debolezza.

La prima ha a che fare con lo stesso Renzi. Il nostro è, in tutto e per tutto, un figlio della Seconda Repubblica e della sua “riformite”, cosa assai diversa dal riformismo tradizionale. Quest’ultimo si misurava razionalmente con l’esistente e con il suo possibile cambiamento. La “riformite”, invece, nega pregiudizialmente la validità alla ricerca di un nuovo sempre più rozzo e sommario nei suoi contenuti. Il risultato è uno stato di cose, insieme, sempre meno riformabile e sempre meno rispondente alle attese “nuoviste”. A questa riformite, il sindaco di Firenze ha dato un impostante contributo: a partire dall’ignobile “Italicum”e dalla profonda sintonia con Berlusconi in materia di riforme. Difficile allora, una volta avviato, che possa uscire da questo circolo vizioso, anche perché ad impedirglielo ci sono e ci saranno i suoi concorrenti/avversari: leggi Grillo e lo stesso Berlusconi, come e più di lui estranei alla cultura riformista, come e  più di lui rozzamente semplificatori.

E qui si aggiungono gli altri due decisivi fattori di debolezza del progetto: la natura della sua coalizione di governo e il fattore tempo.

Cominciamo a dire che questa non è una coalizione di governo. Ne manca, infatti, la base essenziale. Nel nuovo esecutivo non vi è traccia di un sentire ragionevolmente condiviso, non di un accordo programmatico che dia ai contraenti un uguale diritto e una eguale dignità. Qui il comune sentire Renzi ce l’ha, semmai, con il Cavaliere e non certo con Alfano.  La scena che si apre ai nostri è semmai quella del console romano che, benevolo vincitore, assicura alle città vinte piena garanzia sulle loro vite e sui loro beni ( leggi la permanenza nel governo e la sopravvivenza del Parlamento).

In un accordo siffatto, i vincitori disprezzano apertamente i vinti ( è il caso Letta, ma non solo) mentre i vinti odiano segretamente i vincitori e faranno di tutto per bloccarne e ostacolarne i disegni. In questo, non saranno certamente soli: perché al loro fianco avranno non solo tutti gli interessi offesi, ma anche tutto l’establishment europeo e italiano, a partire dal Capo dello Stato.

Così il nuovo imperatore degli italiani si troverà, da subito, preso in una terribile morsa: da una parte una pubblica opinione che esigerà da lui un miracolo alla settimana; dall’altra ( “le riforme si fanno sempre contro qualcuno”diceva Riccardo Lombardi) un sistema predisposto a fare terra bruciata intorno a lui al minimo passo falso.

A quel punto, per uscire dalla morsa, Renzi avrebbe bisogno di fare appello al corpo elettorale. Ma non gli sarà consentito vuoi delle resistenze insuperabili dei partner di governo e di Napolitano, vuoi dalle conseguenze dell’autogol di una riforma elettorale che ignora il Senato e che quindi, per passare, avrà bisogno della previa eliminazione del medesimo. Campa cavallo.

A quel punto, Renzi si troverà nella terra di nessuno. E noi con lui.

Alberto Benzoni

 

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