lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Politica e incultura,
vicolo cieco
del “nuovismo”
Pubblicato il 12-02-2014


Nel dibattito sulla legge elettorale un commento di Franceschini è passato quasi sotto silenzio. Lui è contrario alle preferenze: le ritiene una sorta di concime per la corruzione. Tesi semplicistica, che però ha uno stuolo di cultori. Sorvoliamo sul merito. L’argomentazione, invece, merita un approfondimento. Eccola: in sintesi dice ‘ci sono deputati preparatissimi che, reintroducendo le preferenze, non verrebbero mai eletti. È il partito che li ha scelti e piazzati nel collegio giusto’.

È una cosa inquietante da dire: nella peggiore delle ipotesi, prevale il voto di scambio (magari in odore di mafia); nella migliore il voto degli imbecilli e degli ignoranti. Non possiamo fidarci del popolo italiano, dunque?

Se così fosse, si aprirebbe un conflitto tra i professionisti della politica, ‘color che sanno’ e il popolo, massa informe e volubile. Da un lato il partito (la burocrazia), dall’altro il principio della rappresentatività (il consenso). Pane per i denti del populista di turno! Quelle due istanze non dovrebbero essere antitetiche: in una democrazia liberale i partiti esprimono la volontà politica della nazione. L’armonia assoluta, in questo mondo, è impossibile. L’importante è che il conflitto tra ‘partiti e popolo’ sia fisiologico. Quando supera il livello di guardia, degenerando in contrapposizione frontale, è causa di gravi patologie. Delle due l’una: o prevale il partito iper-burocratico, scisso dalla società civile, e allora il Parlamento perde di legittimità agli occhi degli elettori (che è la situazione in cui ci troviamo oggi); o prevale la rappresentatività assoluta, senza mediazioni partitiche – la pseudo-democrazia diretta, sul modello Movimento 5 stelle per intenderci –, e quindi il Parlamento viene sequestrato da un pugno di capipopolo (che è la situazione in cui potremmo trovarci un domani).

Come uscire da questo ginepraio? La risposta pare semplice: con una legge ordinaria che dia attuazione all’art. 49 della Costituzione, attivando così un regolare flusso sanguigno tra partiti e società civile. L’assenza di democrazia nei partiti, soprattutto in quelli ‘personali’ (Forza Italia, ex PDL; IDV, Mov. 5 stelle), è la madre di tutti i problemi, altroché legge elettorale! Restituire lo scettro ai cittadini che militano nei partiti è la via maestra per arginare la marea montante dell’antipartismo e dell’antipolitica. Che gli italiani possano scegliere liberamente i loro rappresentanti, dunque; e che i partiti tornino a proporre candidati capaci e preparati – (e, magari, con un po’ di senso civico, che non guasta).

C’è solo un problema: sono cose, queste, più facili a dirsi che a farsi. Il dramma è che la libertà di scelta del cittadino la puoi tutelare, ma una classe dirigente non la improvvisi in quattro e quattr’otto (si pensi allo spettacolo, tra il penoso e il grottesco, dell’orda grillina in Parlamento). Detto altrimenti: potremo anche varare una legge che democratizzi finalmente i partiti. Ma non c’è legge che possa imporre la cultura alla politica. E su un fatto non c’è dubbio: l’Italia, super potenza culturale, oggi è scivolata nel baratro dell’incultura. Ricordate il mitico saggio di Bobbio, Politica e cultura? Oggi quel nesso, che a noi sembrava scontato, stride come un vecchio cancello arrugginito. Che fare, allora?

Un piccolo passo indietro: leader del calibro di Berlinguer e Craxi fecero una carriera da grigi burocrati; a un certo punto furono cooptati dall’alto, e poi l’apparato li incoronò. Solo dopo questa trafila si presentarono agli elettori. Che li votarono, confermando così le scelte d’altri. Non ditemi che sono cambiati i tempi; sono cambiati – in peggio – i partiti. (N.B., caro Renzi: soprattutto i ‘partitoni’). Neanche allora c’era una legge che ne disciplinasse in senso democratico la vita interna. Eppure i partiti sapevano forgiare una classe dirigente degna di questo nome. E quindi gli italiani si fidavano. Nella Prima Repubblica i partiti cooptavano, certo, ma formavano anche una coscienza politica e culturale. Eccome se la formavano! E, guarda caso, erano molto più in sintonia con la società civile. C’erano le preferenze, e c’era la cultura dell’autorevolezza che derivava dall’autorevolezza della cultura. Chapeau a Eugenio Scalfari, che, questa volta, ha volato alto: “I leader dei partiti non hanno in Parlamento alcun potere salvo la propria autorevolezza. Ugo La Malfa ai suoi tempi era più autorevole in Parlamento di quanto non lo fossero Rumor o Piccoli o De Martino o Mancini quando erano segretari della DC o del PSI e guidavano partiti dieci o cinque volte più forti dei repubblicani”. (“Il duopolio ai partitoni e il bavaglio ai partitini”, La Repubblica, 26.1.2014). La Malfa era autorevole anche perché i repubblicani rivendicavano con giusto orgoglio una cultura politica centenaria, che risaliva al Risorgimento (oddio che vecchiume, direbbero i profeti del nuovismo).

Elettori forse un po’ meno scolarizzati di oggi davano volentieri il loro voto a politici-intellettuali (o, semplicemente: intelligenti) come La Malfa, Spadolini, Andreotti, Fanfani, Martelli, De Michelis. Sapete quando è finita miseramente la Prima Repubblica? Il giorno in cui, in una trasmissione televisiva, Bossi diede dell’ignorante a Spadolini, storico di chiara fama (professore ordinario a 25 anni!) e uomo di profondissima cultura, intimandogli, con parole smozzicate, di ‘studiare la storia’.

Il punto è che la nostra società fino a quel momento pulsava di tradizioni politiche e di ideali. Tutto spazzato via in nome dell’ideologia nuovista. Sono vent’anni che i guru della sinistra post-comunista, quella che ha sempre ragione, ci ammoniscono: guardiamo avanti! Il Novecento è stato inghiottito da un buco nero… Guai a parlar di liberalismo, di socialismo, e di altre teorie bislacche: sanno troppo di muffa. Risultato: a forza di guardar avanti, col paraocchi, nel buco nero ci siamo finiti davvero. Sono vent’anni che la sinistra brancola nel buio: assistiamo soprattutto a contese per la leadership. Programmi, zero. Idee, zero. Perché non lo ammettete una buona volta, voi che siete cresciuti leggendo Gramsci? Senza cultura, non puoi fare politica. Anche la demagogia e la propaganda ti riescono male. Tagliare i ponti col passato, rinnegare la tua storia, è come voler abolire l’idea che esista un albero genealogico: si vuol far credere che nasciamo tutti dal nulla, per abiogenesi. È da folli introdurre una nuova coltivazione sradicando tutte le piante esistenti. Dove lo prendiamo il seme?

Se c’è una cosa che la globalizzazione ci ha insegnato è questa: le tradizioni e le identità non scompaiono. Più cerchi di annegarle e più quelle tornano a galla. Quando c’erano culture politiche ben delineate, i partiti erano luoghi in cui si faceva cultura: si dibatteva animatamente, si leggeva voracemente; si tentava di capire il mondo circostante, si apprendeva l’abc della politica democratica. È così che i partiti hanno formato il tessuto connettivo della nostra democrazia. Un amico di famiglia, un tempo medico nella bellissima Valmarecchia, nelle campagne riminesi, mi raccontava come i militanti della democrazia cristiana scarpinassero su per i monti per insegnare a contadini e pastori semi-analfabeti cosa sono la Costituzione, il Parlamento, un Referendum. La politica, allora, era passione e idealità. E cultura.

Max Weber lo aveva capito bene: in politica vi sono solo “due tipi di peccato mortale”, e cioè “l’assenza di una causa” e “la mancanza di responsabilità”. Il politico deve avere soprattutto passione, che si manifesta come “dedizione appassionata a una causa” (“La politica come professione”, 1919), ovvero come fede laica in un ideale. E la passione non è forse tutt’uno con la cultura? I partiti della Seconda Repubblica – quelli grandi – sono diventati contenitori di plastica. Oppure trampolini di lancio per carrieristi senza arte né parte. E gli italiani non si fidano più. Il PD, Forza Italia (ex PDL), e il Movimento 5 stelle reggono le sorti del Paese, e non sono in grado di far cultura. I partiti piccoli difendono radici ideali e identità storiche, senza le quali la politica è solo un vano blaterare. Eppure sono tenuti ai margini. Questo è il grande paradosso della politica italiana. Non è vero che ogni popolo ha la classe dirigente che si merita. Quando leggevamo Bobbio, e lo invitavamo nei nostri Convegni; quando gli intellettuali legati a Mondoperaio scatenavano dibattiti stimolanti, gli italiani di certo non assistevano allo spettacolo volgare e avvilente cui assistono oggi.

Edoardo Crisafulli

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