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Opinioni e commenti
 

Tv, Pontecorvo racconta “L’oro di Scampia”, il nuovo vigore di una città
Pubblicato il 12-02-2014


LOro-di-scampia“L’oro di Scampia” è la fiction, andata in onda lunedì sera su RaiUno, per la regia di Marco Pontecorvo, con protagonista Beppe Fiorello, che è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, con Paolo Loglio, Alessandro Pondi, Pietro Calderoni e Gabriella Giacometti, Gaetano Savatteri. È una storia vera, di chi ce l’ha fatta, senza dimenticare; infatti la fiction è ispirata alla vicenda personale di Pino, medaglia d’oro a Sydney 2000 per il judo e di suo padre Gianni Maddaloni, proprietario della palestra Star Judo Club di Scampia (anche la figlia Laura ha vinto numerose medaglie, mentre l’altro figlio, Marco, è campione di judo e vincitore della seconda edizione di “Pechino Express” con Massimiliano Rosolino). Gianni, poi, ne ha già fatto un libro: “La mia vita sportiva”.

L’oro di Scampia sono tutti i giovani che vogliono un paese diverso; è la forza di una popolazione che sa unirsi nella lotta alla camorra che li vuole privare di un futuro roseo. E ci si sente impotenti e la rabbia monta, poiché si vorrebbe fare di più, ma se, come insegna il judo, “la rabbia la usi bene ci fai tutto e puoi vincere”, si deve “trasformare la forza dell’avversario, che si deve sempre rispettare, nella nostra forza”. Lo sport è come la musica di strada, per festeggiare il campione di Scampia, che è il grido di questi giovani, e la camorra vuole far abbassare quel volume di quella melodia di riscatto, continuando coi ricatti e gesti intimidatori e incendi dolosi, per portare lacrime e dolore invece che gioia, togliendo sonorità e vigore a quelle note di redenzione e cambiamento. Una sorta di fede (quella che diffonde il Papa a piazza S. Pietro a Roma, dove si svolgono i campionati italiani nazionali di judo), in cui credere e con cui crescere. E ritrovare il sorriso, affinché non ci siano più morte e distruzione, ma vita e speranza.

La lotta quotidiana non è quella con l’altro combattente, ma con la criminalità organizzata che, come il proprio avversario, stende attacchi imprevisti alle proprie spalle; nel judo si combatte senza armi, se non quella dell’abilità fisica, della mobilità e della velocità nello schivare il colpo pericoloso del nemico: un po’ come fuggire ai camorristi e come riportare l’oro a brillare, al suo antico e originario splendore, oscurato da chi vive nel male. Scampia “è come una barca alla deriva: come si fa ad andare via da questo posto senza nemmeno provare a cambiarlo?”, si chiede Enzo Capuano, interpretato da Beppe Fiorello. E quello con Scampia, per Enzo e per tutti gli altri giovani, è come una storia d’amore di una giovane ragazza in tenera età, l’ex prostituta Leda, che ha il volto di Anna Bellezza, con un ipovedente, Felice che ha il volto di Domenico Pinelli: un rapporto e un legame un po’ difficoltoso, ma non impossibile.

L’importante è essere consapevoli che, come insegna Enzo ai suoi ragazzi, per cui nutre un affetto sincero (fraterno e paterno al contempo), “nella vita c’è sempre un’alternativa”. Lui affianca questi giovani, che “devono trovare da soli la propria strada, ma quando vedi che si perdono fa sempre male”, nell’usare il loro talento e il loro cervello per non abbassare mai la guardia: “Se abbassi la testa una volta con quelli, la abbassi per sempre”. E i ragazzi sono in grado di ricostruire il paese, di cambiare il loro futuro come fanno con la macchina, una station wagon per carro funebre, che dipingono e addobbano sulle note della loro colonna sonora “Yes I Know my way”, per prendere strade nuove, l’autostrada che dia loro una possibilità, un’opportunità di realizzazione anche per loro che, da piccoli Samurai, combattono la loro battaglia con la camorra. Per ripartire da un vecchio magazzino, riadattato a palestra, dopo che la vecchia è stata bruciata, rasa al suolo fisicamente, ma non nell’insegnamento del maestro di judo Lupo, interpretato da Nello Mascia.

Ormai hanno imparato sulla propria pelle che lì bisogna sempre cercare di cavarsela da soli; difficile che arrivi l’aiuto esterno in un posto abbandonato da tutti, in primis dalle istituzioni. Qui è a rischio la propria e l’altrui incolumità, di quella di chi ci circonda, delle proprie famiglie. Anche per la polizia è difficile operare, persino contro la prostituzione minorile, come accade al poliziotto Nicola (Gaetano Bruno), che ne porta il dolore anche nel giorno di festa; è come una cicatrice o il tatuaggio che ha sul polso: le iniziali della sorella, finita nella droga e morta all’età di Leda. “Un dolore insopportabile” per i giovani, quando a pagare il prezzo, sempre troppo alto, sono i coetanei. Come Sasà (Ciro Petrone), vittima sacrificale del tentativo di non tenere la bocca chiusa e dire sì al nuovo. Una forma subdola di ricatto spietato, in cui la mafia non si accanisce sul diretto interessato, che si vuole colpire, ma su una persona che gli ruota strettamente intorno in modo da logorarla psicologicamente in maniera peggiore e più tediante.

E allora, come Toni (Gianluca Di Gennaro), si vuole fuggire poiché “qui ti devi sempre guardare alle spalle”, mentre vorrebbe guardare avanti con fiducia, convinzione, speranza, serenità, senza la paura di dover ancora una volta fuggire sempre. Ci si può anche allontanare, ma non si devono mai dimenticare gli amici che sono ancora là, a quei bordi di periferia, soprattutto degradata come questa di Scampia, come cantava Eros Ramazzotti. E questa è la storia di chi è restato, di un campione che ha saputo reagire, rialzarsi. Inarrestabile. Una sorta di miracolo compiuto, in cui tutti hanno creduto, soprattutto Enzo, ma anche i ragazzi che hanno fatto la colletta per inviare Toni agli Europei. Lo sport dovrebbe essere gratuito per tutti, i giovani dovrebbero avere gli stessi diritti degli altri ragazzi: allo sport, all’adolescenza, alla spensieratezza, al divertimento, lontano dai pensieri, dalle tensioni, dalle preoccupazioni di dover sfuggire alla malavita. Non si può correre per sempre, “qui si può camminare”. Anche a Scampia. Anche con la camorra che non perdona. Anche se deve imparare a cavarsela da soli. Questa è la vera vittoria.

Barbara Conti 

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