martedì, 21 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Tecnologia e lavoro
Una nuova organizzazione per la società digitale
Pubblicato il 07-02-2014


Società digitaleSul periodico domenicale “La Lettura” del “Corriere della sera” del 26 gennaio scorso, Edoardo Segantini, commentando alcuni studi recenti sugli effetti dall’avvento delle “hi-tech” (tecnologie avanzate), connesse con la rivoluzione dell’ICT (Information, Comminication Tecnology) sui livelli occupazionali e sulle forme tradizionali del lavoro, sottolinea che i moderni sistemi economici si trovano a vivere una svolta epocale, sul tipo di quella già sperimentata con l’avvento della prima Rivoluzione industriale.

Come allora, afferma Segantini, bisogna ripensare ab imis l’intera organizzazione, non solo del modo di produrre, ma anche dell’intero assetto sociale. Ciò perché le nuove tecniche produttive hanno prodotto l’effetto negativo di destabilizzare in modo irreversibile le forme tradizionali di impiego della forza lavoro, riducendo le opportunità occupazionali, mettendo a rischio persino gli impieghi più creativi.

La rivoluzione tecnologica verificatasi nella seconda metà del secolo scorso, dopo aver drasticamente ridimensionato le modalità organizzative delle imprese e le forme di occupazione standard della forza lavoro, ha ridimensionato la classe media, asse portante della tenuta sociale delle società del XX secolo; nel senso che molti lavori impiegatizi sono stati fortemente ridimensionati. Finora, le moderne società industriali avevano sperimentato impieghi ripetitivi; la “rivoluzione digitale”, però, ha provocato effetti dirompenti sul piano occupazionale, per cui è possibile fondatamente prevedere che il futuro riservi all’occupabilità dell’intera forza lavoro instabilità e precarietà estreme.

Secondo Segantini, la storia dovrebbe aiutare a farci capire. L’avvento della prima rivoluzione industriale ha migliorato le condizioni di vita di molti popoli, ma le conquiste sono state realizzate percorrendo un cammino tortuoso e colmo di sacrifici. La rivoluzione industriale non ha comportato solo la sostituzione del lavoro meccanico al lavoro umano, ma ha anche creato nuove forme di lavoro, sebbene le condizioni esistenziali per gran parte della gente dei sistemi che si industrializzavano non siano migliorate subito, in quanto il miglioramento, quando vi è stato, si è manifestato molto dopo.

Riflettendo sullo stato di crisi in cui versano i sistemi industriali attuali, Segantini sostiene che la descrizione del passato contiene molte somiglianze con il presente; come dire: ora le cose, malgrado l’accumulazione di ricchezza resa possibile dall’industrializzazione di gran parte del mondo, vanno male e in alcuni casi è anche possibile che si muoia di fame o, a limite, che si decida di suicidarsi; ma, prima o poi, chi avrà pazienza e avrà il buon senso di “tirare la cinghia” sarà premiato. E’ una tesi, questa, molto consolatoria, e niente affatto ammaestratrice.

Segantini, a sostegno di quel che afferma, riporta i risultati di alcune analisi che dimostrerebbero inconfutabilmente i vantaggi per chi, alle condizioni attuali, riuscisse ad adattarsi alle nuove condizioni operative dei moderni sistemi economici. Per alcuni degli analisti indicati da Segantini, infatti, basterebbe rifondare i sistemi educativi; secondo Giuseppe Lanzavecchia (“Il lavoro domani, dal taylorismo al neoartigianato”), ad esempio, per evitare che chi, come accade in Italia, cercando lavoro non lo trovi perché privo di una professionalità e di una preparazione specifica da offrire sul mercato; o, qualora sia in possesso di una qualifica professionale adeguata, sia privo dell’atteggiamento propositivo che deve possedere chiunque voglia migliorare le proprie condizioni esistenziali. Questo atteggiamento deve essere rinforzato da chi cerca di inserirsi nel mondo globalizzato e ipertecnologico di oggi.

Per altri analisti, come ad esempio, Tyler Cowen (“Average is over”-“La media è finita”) occorre non contrastare la rivoluzione digitale, ma accompagnarla senza la pretesa di proteggere la stabilità del lavoro; i disoccupati di oggi devono ridisegnare i loro progetti, inseguendo con determinazione la possibilità, adattandosi al modo di funzionare delle macchine, di acquisire un reddito superiore alla media. Dal punto di vista economico, ciò significa che il rapporto tra il lavoro produttivo e il progresso tecnologico sia approfondito in tempi molto più rapidi di quanto non sia sinora avvenuto, dotandosi della capacità di diventare complementari agli esiti del progresso tecnico. Non sarà necessario diventare tutti programmatori e professionisti delle previsioni, occorrerà solo professionalizzarsi per rispondere a ciò che chiede il mondo tecnologicizzato di oggi. La professionalizzazione della forza lavoro implicherà impegno e spirito collaborativo; in questo modo, il lavoro potrà evitare di doversi accontentare di guadagni bassi e di acquisire credenziali non adeguate alla complessità dei sistemi economici attuali.

Secondo le “direttive” degli analisti cui fa riferimento Segantini, e di altri ancora, come, ad esempio, quelle di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (“Race Against the Machine: How the Digital Revolution is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy” – L’atteggiamento contrario alla tecnologia: come la rivoluzione digitale ha accelerando l’innovazione, ha orientate la produttività ed ha trasformato irreversibilmente l’economie e le forme d’impiego), la forza lavoro, se professionalizzata e sorretta dalla determinazione di migliorare le proprie condizioni esistenziali, potrà sicuramente soddisfare le proprie aspirazioni, passando da un sistema sociale basato sulla pretesa che a ognuno sia assegnato un dato reddito standard ad un sistema sociale nel quale la stessa forza lavoro può fondatamente attendersi di disporre di un reddito superiore a quello attuale.

In questa prospettiva, la maggioranza della forza lavoro potrà, nella fase attuale, anche soffrire degli esiti della stagnazione e dei bassi salari, ma se disporrà di maggiori opportunità in termini di formazione, la possibilità di migliorare la propria condizione diventerà un fatto reale. Chi non riuscirà a restare al passo coi tempi sarà destinato a perdersi per la via, con un sistema pubblico di sicurezza sociale destinato a non riuscire a prendersi cura di lui.

Nel corso della sua esposizione, Segantini smarrisce l’incipit del suo discorso, mancando di tenere sempre presente che la prima Rivoluzione industriale ha comportato una rifondazione, sia dell’economia, che dell’intera società rispetto al mondo precedente; non si capisce perché anche la rivoluzione digitale non debba essere accompagnata da un’identica rifondazione dell’organizzazione dell’intero sistema economico e della società, utili a rimuovere la precarietà dell’occupazione e la irreversibilità della disoccupazione. Le analisi alle quali Segantini fa riferimento sono tutte orientate nel segno di una stretta continuità con le regole economiche e sociali attuali. Se non si tiene conto dell’urgenza di andare oltre le regole proprie della prima società industriale, è estremamente improbabile che dalla rivoluzione digitale, così come l’intende Segantini, l’umanità possa trarre sicuri e stabili vantaggi.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento