venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Virzì mostra il capitale umano di una finanza spregiudicata
Pubblicato il 10-02-2014


Il capitale umano-VirzìL’Italia ai tempi della crisi economica nell’ultimo film di Paolo Virzì, “Il capitale umano”. Un mondo di molto capitale e di poca umanità, per una società degradata, violenta, cinica, spietata, corrotta e corruttrice in cui spesso, soprattutto nel mondo imprenditoriale, l’altro non è che un mezzo di auto-realizzazione, che diventa rovina reciproca, in cui si finisce per scannarsi per il dio denaro, che poi varrà poco nei confronti di quello che si perde. Gli affetti restano indietro rispetto agli affari economici. La società moderna del consumismo, della globalizzazione in cui a vincere sono gli ideali spietati dei ricchi, nel loro annichilimento delle loro fastose dimore, al di fuori delle vicissitudini che accadono all’esterno, nel mondo vero in cui c’è chi tenta di guadagnare uno stipendio onesto minimo e conduce una classica routine fatta di casa e lavoro e non ha tempo per sperperare soldi in feste mega-galattiche, di auto-incensamento celato dietro la finta beneficenza, in cui nessuno, in fondo, si conosce o a cui ha il vero piacere di partecipare: è solo una vetrina per ottenere vantaggi, favori, farsi notare ed avere quella visibilità per rimanere ai vertici del potere, anch’esso meramente economico e non di giustizia sociale.

Come se gli ospiti servissero solamente a fare numero, a incrementare l’entità del proprio esibizionismo, per soddisfare l’ego individuale, incuranti dei problemi, delle sofferenze di chi ci è accanto. Una massa di persone estranee, sconosciute, di cui non si sa né il nome, né null’altro che quali conoscenze abbia, quanti soldi possegga da investire in affari nel nome solamente del profitto, della rendita finanziaria e non della realizzazione umana. Una società di un compromesso squallido, in cui vige il secondo fine, in cui si agisce per l’interesse personale a scapito di tutto e tutti, anche della propria famiglia. Dietro quella che sembra l’alta casta aristocratica, nobile, forbita, educata, delle buone maniere, si cela un perbenismo ipocrita, arrivista, sterile, che nessun progresso porta alla società. Prendere o lasciare. Non ci sono mezze misure: o si accetta o se ne resta fuori. È la dura legge del mercato, in cui le azioni scendono e salgono e dove l’investimento è sempre un rischio più che un’opportunità. Il rischio appunto di perdersi e di perdere tutto. Quello che accade a uno dei tanti protagonisti: Dino, interpretato da Fabrizio Bentivoglio.

Dopo il successo di “Tutti i santi giorni”, Virzì lascia la commedia per offrire uno sguardo, senza sconti sull’Italia di oggi, scegliendo una formula insolita, come scrivesse un libro di un film: la suddivisione in capitoli incentrati sui singoli protagonisti di questa storia dall’intreccio incredibile che, altrimenti, sarebbe difficoltoso seguire, data la complessità strutturale e del messaggio. Si parte da Dino Ossola, un immobiliarista ambizioso  incosciente, che investe tutto per unirsi al “potente” Giovanni Bernaschi – che ha il volto di Fabrizio Gifuni – per nulla interessato a lui e pronto ad abbandonarlo sull’orlo del fallimento. Senza scrupoli, quest’ultimo vivrà una vita sentimentalmente sterile, senza accorgersi delle sofferenza del figlio Massimiliano, giovane sbandato e alcolizzato; e della moglie che, insoddisfatta, lo tradirà, ma che, remissiva, tornerà al focolare domestico in nome del senso del dovere più che di convinzione.

Si tratta di Carla, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, donna senza autostima, che ritrova vitalità solo con la possibilità di attuare un progetto per salvare il teatro Politeama. In un’epoca in cui “il teatro è morto”, in cui “non c’è un solo teatro aperto in tutta la Provincia”, il “Politeama” “viene giù”, crolla, cade a pezzi come la vita dei protagonisti di questo film; vacilla la loro attitudine ad improntarsi attori principali quando sono soltanto comparse in un mondo che non è il loro. La disillusione di fronte all’evidenza del fallimento legato al trionfo della speculazione che distrugge ogni forma di comprensione e sentimento.

Come esiste il risarcimento, il capitale umano, per l’uccisione di un ciclista, un omicidio colposo, o comunque una tragedia che fa da sfondo alla storia di queste due famiglie, così Dino chiederà il suo risarcimento economico, con gli interessi, per il “tradimento” di Giovanni Bernaschi. Con un bonifico da cifre a quattro zeri aperto in Svizzera. Ricorrendo al ricatto: la contaminazione di cui è vittima col mondo tanto ambito. Avrà i soldi, forse, ma forse perderà ciò che conta: la famiglia. Il film inizia da dove tutto finisce: la conclusione di una festa tenuta dai Bernaschi, quasi a cercare di capire la causa della distruzione di quella situazione gioiosa e far vedere il modo in cui si è arrivati al degrado della società civile, dei valori, in cui conta più il denaro della famiglia. Allora ci si chiede (e forse da tale interrogativo è partito Virzì): quanto vale il capitale umano? È il giusto risarcimento del danno (morale) subito? Potrà servire alla ricostruzione di ciò che si è perduto? Ma i ricchi sembrano incuranti, rinchiusi nella loro torre d’avorio in cui tutto è immutabile, quasi che per loro nulla sia accaduto o cambiato. Cambia tutto per non cambiare nulla.

Barbara Conti

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