mercoledì, 22 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

A tappe forzate verso la rottamazione della democrazia
Pubblicato il 11-03-2014


Nella pasticciata vicenda dell’approvazione del Porcellum II° da parte della Camera dei Deputati, due cose colpiscono: la fretta e l’ampia dose di protervia con la quale la faccenda sta procedendo.

Stanno facendo uno scempio e, essendone perfettamente coscienti, cercano di chiudere alla svelta la partita: si bocciano così sbrigativamente i pur timidi emendamenti tendenti ad attutire (inutilmente) qualcuna delle storture di un disegno che invece mi pare inemendabile, nella sua genesi, nella sua concezione, e nei suoi fini. Alla salvaguardia del patto tra Berlusconi e Renzi si sta così sacrificando, insieme alla funzione primaria di un sistema elettorale (uellaquella di eleggere chi rappresenti i cittadini), anche la dignità di un Parlamento ridotto alla pura ratifica, senza discussione, di quello che ad ogni effetto è una sorta di patto di sindacato tra i leaders dei due maggiori partiti, del quale non si conoscono le clausole riservate; e che, con tutta evidenza, investe tutti gli aspetti del funzionamento della nostra democrazia.

Il sistema elettorale è lo strumento primo del funzionamento di una democrazia; incautamente, la nostra Costituzione, per tanti aspetti così precisa ed attenta non solo ai grandi principi, ma anche alle forme ed ai meccanismi istituzionali, non ha prefigurato un sistema elettorale piuttosto che un altro, non solo per le difficoltà di trovare un accordo, ma anche perché era difficile per i Costituenti immaginare a quale grado di inciviltà giuridica sarebbero arrivati a spingersi i loro successori.

Ma, a prescinder da ciò, alcuni principii restano chiaramente fissati: che l’Italia sia una democrazia, che la sovranità appartenga al popolo, che tutti abbiano parità di diritti, che tutti i cittadini maggiorenni sono parimenti elettori. Sulla base di questi principii, irragionevolmente e troppo scopertamente violati, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del cosiddetto porcellum.

Nel modificare le norme che regolano il sistema elettorale, delle quali la legge elettorale è parte, anche se non si tratta di modifiche della Costituzione, un minimo di buon senso, un minimo di decenza politica, un minimo di consapevolezza, avrebbero richiesto di operare tenendo conto della particolare rilevanza della questione, e soprattutto, di considerare i diritti dei cittadini, di tutti i cittadini, come prevalenti su quelli di chi dovrebbe rappresentarli, e come impronta incancellabile di quegli Organi che dovrebbero svolgere la funzione di rappresentanza. Cosa che è invece palesemente contraddetta dalle liste corte e bloccate, dalle soglie eccessivamente alte e differenziate, dall’assurdo meccanismo del premio “di minoranza”.

A quanto sopra, da lunedì in avanti, potrebbero aggiungersi ulteriori elementi di peggioramento, quale la delega per la definizione dei nuovi collegi elettorali, che sarebbe auspicabile venisse vincolata a criteri di omogeneità territoriale e socioeconomica, prescindendo dalle opportunità e convenienze di questo o di quello, per evitare di creare collegi simili ai “borghi putridi” precedenti i Reform Acts britannici del 1832.  E  quale l’incivile salva Lega, che non verrebbe certo reso più accettabile dall’eventuale baratto con un’inutile parità di genere (tra nominati e nominate).

In questa vicenda, pare che una larghissima parte di un Parlamento oramai avvezzo al costume del rappresentarvi le consorterie che governano i partiti, anziché gli elettori, e che a tutto anela fuorchè all’ipotesi di dover rimettere in discussione le ancor troppo recenti nomine, abbia perso di vista quei criteri di generalità, razionalità, ragionevolezza, che dovrebbero presiedere al varo di una legge elettorale.

Criteri ampiamente violati nel configurare:

  • l’irragionevole (esattamente come fu per il Porcellum) compressione della rappresentatività.
  • l’irrazionale ed antidemocratico criterio di favorire il governo di una “ampia” minoranza (ma pur sempre minoranza).
  • la scarsa comprensibilità per il cittadino elettore di meccanismi astrusi quali le soglie differenziate, che porterebbero all’accesso o meno alla rappresentanza a prescindere dal risultato conseguito, e di conseguenza, la mancata percezione da parte dei cittadini del rapporto tra il proprio voto ed il risultato ottenuto.
  • le infinite possibilità di mettere in campo “liste civetta”, anche a carattere locale, utili solo ai fini di “gonfiare” una coalizione.
  • la possibilità per i partiti-perno di una coalizione di stabilire chi e come ne debba far parte.
  • le liste bloccate che, non trovando alcuna giustificazione dal punto di vista della decantata governabilità, sottraggono ai cittadini un loro inalienabile diritto ed assicurano ai vertici dei partiti una rappresentanza fatta di yes-men e di yes-women (queste ultime volendo esser parimenti della partita). Ma che invece trovano la loro vera motivazione nel consentire ai partiti-perno di ciascuna coalizione la possibilità di offrire contentini in termini di qualche seggio ualche seggiohhhai partiti minori che, non presentandosi, dovrebbero confluirvi. Il che, peraltro, spiega come diverse forze minori abbiano rinunciato ad insistere su questo punto: col voto di preferenza, non vi sarebbero stati seggi garantiti per nessuno, e men che mai per un partito minore che intendesse optare per questa scelta.

Il tutto configura una mostruosità politica e costituzionale, nel ridimensionare e render poco più che una  formalità il momento del voto, per fare invece della fase preelettorale (cioè quella delle trattative tra partiti e cordate per gli apparentamenti, per le liste, per le candidature), il vero momento-chiave di una fase elettorale.

Dal tutto emana un forte odore di chiuso, di separatezza tra politica e cittadini, considerati come sudditi da tenere il più possibile lontani dall’esercizio dei loro diritti.

E, francamente, mentre non c’è affatto da stupirsi del fatto che da parte della destra si porti avanti un disegno congruente alle sue connotazioni antidemocratiche ed illiberali, e neanche del fatto che un PD che da anni ha perso, tranne qualche inutile balbettio, la capacità e la volontà di esser forza alternativa alla destra, se non sul piano del potere, c’è invece non poco da stupirsi di come ciò non sia stato adeguatamente compreso e sostenuto da quelle forze minori che, se una funzione possono avere, è quella di rappresentare le loro posizioni con rigore e senso critico, cercando almeno di tener viva un’idea di democrazia che, tutto sommato, è quella che la nostra costituzione ci ha consegnato.

Con rincrescimento, occorre constatare come da questa generale abdicazione non abbia nettamente preso le distanze un partito come il PSI, che è nato e si è formato in difesa dell’estensione e della generalizzazione dei diritti di tutti i cittadini e della democrazia, e che da una battaglia determinata in difesa della democrazia avrebbe solo da guadagnare; forse non subito, ma di certo in prospettiva.

C’è ora solo da augurarsi che, nel passaggio in quel Senato che si vorrebbe cancellare, qualcosa cambi.

Gim Cassano

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo

Lascia un commento