martedì, 17 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Assegni familiari anche agli stranieri
Pubblicato il 03-03-2014


La legge 6 agosto 2013, n. 97, al fine di recepire  le disposizioni volte alla corretta attuazione della Direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, al comma 1 dell’art. 13 dispone che  all’articolo 65, comma 1, della Legge 23 dicembre 1998, n.448 le parole “cittadini italiani residenti” sono sostituite dalla seguenti: “Cittadini italiani e dell’Unione Europea residenti, da cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, nonché dai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente”.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, interpellato recentemente sulla questione ha, di conseguenza, chiarito che risultano introdotte due nuove categorie di aventi diritto all’assegno per il nucleo familiare con almeno tre figli minori, cioè i cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo nonché i familiari dei cittadini italiani, dell’unione europea e dei soggiornanti di lungo periodo non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ed ha conseguentemente fornito apposite indicazioni per l’individuazione degli stessi.

Premesso quanto sopra e chiarito il ruolo dei familiari, da intendersi quali aventi diritto alla prestazione assistenziale, per quanto concerne l’individuazione degli stessi, nell’ambito dei familiari non aventi la cittadinanza di uno stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, occorre distinguere tra due categorie: quella dei  familiari dei cittadini italiani e dell’Unione europea e quella dei familiari dei lungosoggiornanti. La prima categoria è quella individuata dall’art.2 del Decreto Legislativo 6 febbraio 2007, n.30, di attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri; per tale categoria di familiari, la parità di trattamento con i cittadini italiani si ricava dagli artt. 19 e 23 del predetto Decreto legislativo. Il citato art. 2 prevede che, ai fini del decreto di cui trattasi, per “familiare” si intende: il coniuge; il partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione  registrata  sulla  base  della  legislazione  di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione  registrata  al  matrimonio  e nel rispetto delle condizioni prefigurate dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante; i discendenti diretti di età inferiore a 21 anni o a carico, e quelli del coniuge o partner sopra indicati; gli ascendenti  diretti  a  carico  e quelli del coniuge o partner prima menzionati.

Per quanto concerne  la seconda categoria, quella  dei familiari di lungosoggiornanti, si ricorda che la Direttiva 2003/109/CE, relativa allo status di cittadini di Paesi Terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, all’art. 2, paragrafo e) specifica che si intendono familiari i cittadini di paesi terzi che soggiornano nello Stato Membro interessato ai sensi della Direttiva 2003/86/CE del Consiglio del 22 settembre 2003, relativa al diritto al ricongiungimento familiare. Quest’ultima direttiva è stata recepita nel nostro ordinamento dal D.Lgs. 8 gennaio 2007, n. 5, successivamente modificato ed integrato dal D.Lgs. 3 ottobre 2008, n. 160 che, intervenendo sull’art.29 del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (T.U. Immigrazione) individua i seguenti familiari per i quali può essere chiesto il ricongiungimento e che, quindi, possono chiedere l’assegno: coniuge non legalmente separato e di età non inferiore a diciotto anni; figli minori, anche del coniuge o nati fuori dal matrimonio, non coniugati, a condizione che l’altro genitore, qualora esistente, abbia dato il suo consenso; figli maggiorenni a carico, qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidità totale; genitori a carico, qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza, ovvero genitori ultrasessantacinquenni, qualora gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati, gravi motivi di salute. Pertanto, si ribadisce che i familiari dei cittadini italiani,  dell’unione europea e  dei soggiornanti di lungo periodo non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, se in possesso degli ulteriori requisiti di legge, possono richiedere la prestazione in questione.

Denunce fiscali: anche quest’anno niente 730 all’Inps

Anche per quest’anno l’Istituto non si è avvalso della facoltà di prestare assistenza fiscale ai propri sostituiti, prevista dall’art. 37, d. lgs. N. 490/1998. Al riguardo giova precisare che i lavoratori dipendenti ed i pensionati possono presentare la dichiarazione dei redditi – Modello 730 – direttamente al proprio datore di lavoro (se questi ha preventivamente comunicato all’agenzia delle entrate la propria disponibilità alla raccolta ed alla trasmissione telematica) o all’ente che eroga la pensione, oppure rivolgendosi ad uno dei Centri di assistenza fiscale (Caf) per lavoratori dipendenti e pensionati. L’assistenza fiscale offerta dal datore di lavoro o dall’ente previdenziale è gratuita e consiste in una verifica formale della dichiarazione presentata. Non occorre allegare documentazione. Nel caso dei Caf, invece, tali organismi, oltre ad operare un controllo complessivo sulla dichiarazione, devono verificare anche la documentazione apponendo un timbro. Il servizio è in genere gratuito per coloro che consegnano la dichiarazione precompilata, mentre, nell’ipotesi di dipendenti o pensionati che non sono in grado di effettuare la compilazione, il servizio è a pagamento. Dal 2006 è possibile inoltrare il modello 730 anche attraverso un professionista abilitato (consulente del lavoro, dottore commercialista, ragioniere o perito commerciale autorizzato) entro lo stesso termine di presentazione al Caf. Tali strutture e i professionisti abilitati devono espressamente accertare la conformità dei dati esposti nelle dichiarazioni Mod.730 alla documentazione esibita dai soggetti contribuenti. Nei Mod.730 elaborati dai Caf (o dai professionisti), quindi, vengono indicati, sulla base della documentazione acclusa e delle disposizioni di legge, gli oneri deducibili e le detrazioni d’imposta che competono, le ritenute praticate, nonché gli importi dovuti a titolo di saldo o di anticipo oppure gli acconti spettanti.

Per la campionatura delle denunce erariali da sottoporre a controllo formale, l’Amministrazione Finanziaria fa riferimento ad appositi criteri, diversificati rispetto a quelli utilizzati per la selezione delle dichiarazioni elaborate direttamente dal sostituto d’imposta per le quali non è stato rilasciato il visto di conformità. Per quanto attiene poi i vantaggi del ricorso a tale procedura, il modello 730 è semplice e facile da redarre, non richiede particolari calcoli e garantisce inoltre il rimborso Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) direttamente sulla busta paga o sulla rata di pensione. Le scadenze di massima fissate per il corretto svolgimento dell’operazione in questione sono comunque le seguenti: invio del Cud (certificazione unitaria dei redditi) all’interessato da parte del datore di lavoro o dell’Ente previdenziale da recapitare entro la fine di marzo 2014; presentazione del modulo di denuncia fiscale 730/2014 da avvenire di norma entro il 30 aprile 2014 se disposta attraverso il sostituto di imposta o entro il 31 maggio 2014 se eseguita tramite Caf o professionista autorizzato.

Cassazione: il furto a un collega si paga con il licenziamento

Il furto ai danni di un collega si paga con il licenziamento. Lo dice la Cassazione, sottolineando come, al di là dell’entità del bene sottratto, è l’atto in sé che “incrina il rapporto di fiducia” tra lavoratore e azienda tale da giustificare la massima sanzione. In questo modo, la sezione Lavoro (sentenza 1814) ha respinto il ricorso di Marco M. che nell’agosto 2006 si era visto licenziare dal datore di lavoro, a Forlì, “per motivi disciplinari” per avere sottratto lo zainetto a un collega. Inutile la difesa del lavoratore espulso che, in Cassazione, ha sostenuto anche l’ipotesi dell’appropriazione indebita di cose smarrite. La Suprema Corte ha convalidato la decisione della Corte d’appello di Bologna (gennaio 2010) anche sulla base del fatto che il dipendente, a furto avvenuto, aveva tentato di “impedire il pieno accertamento dei fatti e delle sue responsabilità”.

Nel dettaglio, la Suprema Corte, dando l’ok al licenziamento di Marco M., ha ricordato che, “ai fini della valutazione di proporzionalità” dell’espulsione, “non appare decisiva l’assenza di danno patrimoniale per la società”. Per stabilire se i fatti addebitati al lavoratore siano o meno “giusta causa di licenziamento – spiega la Cassazione – si deve tenere conto dell’incidenza del fatto sul particolare rapporto fiduciario che lega il datore di lavoro e il lavoratore, delle esigenze poste dall’organizzazione produttiva e delle finalità delle regole di disciplina postulate da questa organizzazione”. Di conseguenza, “un fatto costituente reato contro il patrimonio, ancorché determinato da un danno patrimoniale di speciale tenuità, alla stregua della legge penale, può essere considerato di notevole gravità nel diverso ambito del rapporto di lavoro, tenuto conto della natura del fatto, della sua sintomaticità e delle finalità della regola violata”.

Carlo Pareto   

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