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Opinioni e commenti
 

Renzi, Alfano, Berlusconi: avanti col Papocchium
Pubblicato il 04-03-2014


Guernica_Renzi-Berlusconi

È davvero complesso riuscire a seguire le evoluzioni acrobatiche nel percorso della legge elettorale. Un mese fa era praticamente fatta. Poi, fermi tutti, la priorità diventa cambiare il capo dell’Esecutivo. Nuovo governo e subito squilli di tromba: si cambia, adesso. Un adesso che, però, continua a dilatarsi, “ai bordi dell’ infinito” come cantava De Andrè. Nelle ultime ore partono i cinguettii che annunciano la “rivoluzione”: ce la stiamo facendo, adesso. Ma, “cosa” si sta facendo, viene da chiedersi.

L’ultimo passaggio di quello che assomiglia a un serial Tv, raccontato in diretta, prevede il seguente scenario: Berlusconi e Renzi sembrano aver trovato la quadra su una strana soluzione che prevede che l’Italicum si faccia sì, ma solo per la Camera. Tutto immutato, invece, rispetto al sistema elettorale con cui si scelgono i senatori: la legge per Palazzo Madama rimarrebbe quella stabilita con la sentenza della Consulta, eliminazione del premio di maggioranza e sistema proporzionale con una preferenza. Più che un’acrobazia, una vera e propria contorsione.

«È un disastro, una pessima risposta a un grande bisogno» ha detto l’ex ministro Corrado Passera commentando la proposta: «l’Italicum è un Porcellum-bis fatto con malizia e male. Si tratta di una legge in base alla quale chi vuole novità è grandissimamente penalizzato. Siamo l’unico Paese al mondo dove chi è indipendente è costretto a fare alleanze al primo turno, dunque perdendo la sua innovatività».  Non solo. Secondo Passera l’Italicum presenta ampie ragioni di incostituzionalità, «e ora lo riconosce anche il professor Roberto D’Alimonte, che ha contribuito a farlo», ha precisato l’ex ministro che sottolinea come nell’idea alla base dell’Italicum ci sia «quasi lo sfregio nei confronti dei cittadini che chiedono di scegliere i loro rappresentanti. Insieme, Renzi e Berlusconi impongono liste bloccate. Non è un passo avanti in termini di democrazia, anzi».

Ai malumori scaturiti dalla già contestata proposta di legge, si somma  il disappunto rispetto all’accordo intorno al cosiddetto “lodo D’Attorre” presentato, appunto, dal deputato democratico di area bersaniana Alfredo D’Attorre: un escamotage che cercherebbe di salvare “capre e cavoli”. Da un lato una (quasi) totale garanzia per Alfano di allontanare il rischio di elezioni anticipate. Dall’altro il tentativo di salvare il famoso accordo con Berlusconi per assicurare il controllo di governo e Parlamento da parte di due soli partiti (e dei rispettivi leader).

Niente male davvero, soprattutto se, a questo, si somma il “reintegro” pieno di Berlusconi che, ormai all’angolo torna in auge prima come leader indiscusso dell’opposzione, poi sale al Quirinale per le consultazioni e, infine, si accredita come “statista” e salvatore della Patria: «Prendiamo atto con grave disappunto della difficoltà del Presidente del Consiglio di garantire il sostegno della sua maggioranza agli accordi pubblicamente  realizzati. Come ulteriore atto di collaborazione, nell’interesse del Paese, a un percorso riformatore verso un limpido bipolarismo e un ammodernamento dell’assetto istituzionale, manifestiamo la nostra disponibilità ad una soluzione ragionevole che, nel disegnare la nuova legge elettorale, ne limiti l’efficacia alla sola Camera dei Deputati,  accettando lo spirito dell’emendamento 2.3». Queste le parole che Berlusconi ha affidato ad un comunicato stampa e che assumono un suono sinistro se associate a quelle del falco Brunetta: «Noi non abbiamo i numeri per portare il Paese a nuove elezioni, magari le vogliamo le nuove elezioni,  è anche logico per una forza di opposizione, ma non abbiamo i  numeri. Quindi chi può determinare le nuove elezioni è il solo Partito democratico, e mi sembra una follia questa degli emendamenti D’Attorre o Lauricella, del Partito democratico, volti a garantire la Legislatura contro lo stesso Partito democratico. Veramente siamo in una situazione da manicomio».

Parole tutte da interpretare, forse riconducibili a quell’incontinenza verbale del capogruppo forzista alla Camera messa in luce dall’allora ministro Tremonti, ma che danno davvero da pensare visto che, in un momento delicato di negoziazione, difficilmente si scoprono le proprie debolezze.

Di sicuro, mentre il famoso “Paese” viene ubriacato a forza di tweet e proclami, in sede istituzionale cominciano a suonare i campanelli d’allarme rispetto alla questione delle riforme. Sul tema è, infatti, intervenuto il presidente del Senato Pietro Grasso che ha voluto sottolineare come le riforme vadano fatte senza tradire il Paese e i cittadini: «Se il processo di riforma che ci apprestiamo ad avviare in Parlamento fosse guidato dall’intento di compiacere superficialmente l’opinione pubblica senza affrontare i problemi in chiave organica, si consumerebbe un tradimento del Paese e dei cittadini», avverte in Grasso. Data la sua carica, non poteva essere più esplicito.

Del resto, come non potevano non destare preoccupazione le affermazioni del capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda che, intervenuto sulle riforme si era appellato alla necessità addirittura “costituzionale” di trovare maggioranze larghe: «Le regole del gioco non si cambiano da soli. Fa bene il Pd a cercare una maggioranza larga» sulla riforma della legge elettorale.

Certo, come fanno notare da più parti, un conto è avere una maggioranza più ampia, altro è averne una opposta a quella che regge l’esecutivo: «Non vi è dubbio che per fare le riforme si debba andare oltre la maggioranza, ma non è possibile per fare le riforme creare un’altra maggioranza contro la propria maggioranza», replica Quaglariello.

Anche in casa socialista sembra esserci una certa perplessità rispetto agli sviluppi sul tema riforme. «Resta il dubbio di quante maggioranze ci siano: dopo quella per le riforme e quella per il governo e ce n’è forse un’altra per l’Italicum?», si chiede retoricamente Marco Di Lello, presidente dei deputati socialisti che annuncia: «Sulla legge elettorale non abbiamo sottoscritto alcun accordo di maggioranza e quindi voteremo secondo convinzione, tenendo fermi i nostri emendamenti su conflitto d’interessi e parità di genere, che invitiamo gli alleati a votare». Anche il segretario Nencini ha ribadito che i socialisti «manterranno gli emendamenti presentati su conflitto di interessi, parità di genere, quota più alta per il premio di maggioranza».

Non resta che attendere il prossimo tweet che arriva quasi subito, questa volta del ministro Alfano: «Dobbiamo superare il Senato, quindi legge elettorale solo per la Camera. Noi non siamo delusi da Renzi. Patti chiari, riforme certe avantitutta».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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