sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Consulenti lavoro: a rischio semplificazione contratto apprendistato
Pubblicato il 27-03-2014


“Le modifiche sul contratto di apprendistato rischiano di essere vanificate per un passaggio ambiguo del testo formativo. Infatti, la facoltà prevista dalla norma per la formazione pubblica non è chiaro se si riferisce al datore di lavoro (così come è auspicabile), oppure alle Regioni di emanare la propria disciplina”. Così la circolare della Fondazione Studi consulenti del lavoro n.5/2014, che analizza il decreto legge 20 marzo 2014 n.34, ‘Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese’, pubblicato di recente in Gazzetta Ufficiale, e in cui sono contenuti alcune importanti novità in materia di contratto a tempo determinato, apprendistato e documento unico di regolarità contributiva.
“Il 20% dei nuovi contratti a termine privi di causale -aggiungono gli esperti della Fondazione- va verificato di volta in volta al momento della decorrenza giuridica di ciascun contratto di lavoro e si applica ‘sull’organico complessivo’, ossia calcolato sui contratti di natura subordinata (e non anche autonoma) e riguarda complessivamente tutte le tipologie contrattuali a tempo indeterminato (compreso i contratti intermittenti)”. La circolare n.5/14 si sofferma in particolare sulle modifiche apportate al contratto a termine, la cui durata non potrà superare i 36 mesi anche in caso in somministrazione a tempo determinato, evidenziando però che il limite imposto vale, a differenza del passato, anche per il primo contratto a termine. Si analizzano anche gli effetti del nuovo contesto normativo sull’apprendistato, in particolare i contratti avviati dopo l’entrata in vigore del decreto per i quali non sarà più necessaria la redazione del piano formativo individuale, per poi concludere con l’annotazione di alcune criticità sulle modifiche apportate al Durc.Con integrazione Inpdap e Enpals. Inps: taglio dirigenti generali da 56 a 38 Un drastico calo di manager, da 56 a 38 e la concentrazione di nuove funzioni. E’ quanto prevede il riassetto dell’Inps in base all’integrazione con Inpdap ed Enpals, secondo quanto si evince dal documento sul piano industriale per il 2014-2016 dell’Inps reso noto recentemente dal commissario straordinario dell’Inps, Vittorio Conti, nel corso di un’audizione alla Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza, che ha tenuto insieme al direttore generale, Mauro Nori. “Le funzioni di livello dirigenziale generale -si spiega nel testo- passeranno da 56 a 38, a cui si aggiungono 11 funzioni di livello dirigenziale generale per progetti temporanei. Il processo di riassetto sarà ispirato a principi di razionalizzazione organizzativa, con l’eliminazione delle ridondanze, la chiara distinzione tra funzioni di line e di staff, lo sviluppo di efficaci modelli di governance e controllo, il contenimento dei livelli decisionali e la contrazione degli attuali assetti dirigenziali”. “Il personale, che rappresenta la principale risorsa dell’Istituto, è alla base dei risultati in termini di produttività e qualità dei servizi resi al cittadino – sottolinea il documento- e per questo motivo sul personale è indispensabile costruire il futuro sviluppo dell’Inps, soprattutto nell’attuale fase di integrazione degli enti soppressi”. “Le compressioni sulla quantità di personale, la centralità del capitale umano nell’adempimento del mandato istituzionale e i rilevanti impatti sociali che eventuali decrementi del livello di qualità dei servizi comporta – si riporta nell’informativa – determinano, quindi, la necessità di agire su due fronti”.

Da una parte, si spiega, “assicurare un flusso di ingresso di nuove risorse umane, in grado di bilanciare la significativa e crescente contrazione che si prevede proseguire anche nei prossimi anni, con il costante ampliamento dei compiti dell’Istituto”. “Si stima un fabbisogno – si precisa – di circa 2.500 unità che, rispetto all’attuale quadro normativo e alle previsioni di fuoriuscita del personale, troverà parziale copertura attraverso l’inserimento di circa 500 unità. Sulle restanti 2.000 unità di personale, dovrà essere avviato un turnover finalizzato all’inserimento di giovani laureati e al progressivo abbandono di qualifiche non più spendibili nel rinnovato contesto gestionale e operativo, rimuovendo gli attuali vincoli e potendo attivare proprie risorse finanziarie”. Dall’altra, invece, “continuare e incrementare l’investimento nella formazione del personale, che ricopre un ruolo fondamentale per favorire l’accrescimento delle professionalità e dei livelli di conoscenza delle risorse umane impegnate nei diversi processi di lavoro”, si conclude.

Medici senza limiti d’orario. Bruxelles deferisce l’Italia

La Commissione Ue ha recentemente deciso a Bruxelles, di deferire l’Italia alla Corte europea di giustizia per il mancato rispetto della normativa comunitaria sull’orario di lavoro dei medici del servizio sanitario nazionale. Attualmente, questi medici (tranne gli specializzandi) non hanno diritto a un limite orario settimanale e a periodi minimi di riposo giornaliero, mentre la direttiva prevede che, per motivi di salute e sicurezza, si lavori in media un massimo di 48 ore alla settimana, compresi gli straordinari, anche se con una certa flessibilità che consente di posporre i periodi minimi di riposo per motivi giustificati, ma soltanto a condizione che il lavoratore possa recuperare subito dopo le ore di riposo di cui non ha fruito. I lavoratori hanno inoltre diritto a fruire di un minimo di 11 ore ininterrotte di riposo al giorno e di un ulteriore riposo settimanale ininterrotto di 24 ore. Secondo l’attuale normativa italiana i medici sono dirigenti, anche senza necessariamente godere delle prerogative o dell’autonomia dirigenziali durante il loro orario di lavoro e per questo la legge li ha esonerati dall’applicazione della direttiva. Dopo aver ricevuto diverse denunce, la Commissione ha inviato nel maggio 2013 all’Italia un “parere motivato” in cui le chiedeva di adottare le misure necessarie per assicurare che la legislazione nazionale ottemperasse alla direttiva. Ma, evidentemente, questo non è bastato, e Bruxelles ha deciso di passare alla fase successiva della procedura d’infrazione, ricorrendo alla Corte di Giustizia.

Si punta a bonifica e prevenzione. Via al piano nazionale amianto

In Italia ci sono 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto in matrice compatta, cui si aggiungono alcuni milioni di tonnellate di amianto friabile,e circa 5.000 decessi ogni anno a causa di patologie asbesto correlate. Sono i dati forniti dall’Ona, l’Osservatorio nazionale amianto, che ha presentato un Piano Nazionale Amianto, alternativo a quello approvato dal Governo Monti nel corso del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile 2013. Un piano che “si propone di agire su tre direttrici: prevenzione primaria, attraverso la bonifica dei siti contaminati per evitare future esposizioni; prevenzione secondaria, ovvero diagnosi precoce per una migliore terapia e cura delle patologie asbesto correlate; epidemiologia, per mettere in evidenzia il fenomeno in atto che consta di circa 5.000 morti l’anno di cui 1.500 per mesotelioma, 3.500 per tumore polmonare e il resto per altre patologie asbesto correlate, e così assicurare giustizia per le vittime e punizione per i colpevoli”, ha spiegato all’Adnkronos Ezio Bonanni, presidente Ona.

Un piano alternativo a quello del governo Monti “approvato dal Consiglio dei Ministri ma non dalle Regioni e, quindi, che non ha avuto esecuzione – ha aggiunto Bonanni – Quel piano si fondava essenzialmente sulla mappatura dei siti contaminati e sulla sensibilizzazione del problema senza affrontare la necessità di decontaminare i luoghi di vita e lavoro dall’amianto, facendo leva anche sulla questione fiscale della detraibilità delle spese, l’utilizzo di fondi strutturali europei e piani di finanza attraverso la Cassa Depositi e Prestiti”. Di quel piano, ha proseguito il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, “abbiamo criticato il fatto che non si ponesse mano alla bonifica, bonifica che si può realizzare attraverso un piano nazionale di rilancio infrastrutturale e di produzione industriale attraverso il rinnovo dei macchinari all’interno delle fabbriche, rendendole più efficienti, produttive, sicure e meno dannose per l’uomo e per l’ambiente”. Il nuovo Piano Nazionale Amianto dell’Ona è già stato al centro della seconda conferenza internazionale dal titolo “Lotta all’amianto: il diritto incontra la scienza”, il 20 e 21 marzo scorso presso la Camera dei deputati e la Regione Lazio. Nelle stesse date è stato dato l’avvio della discussione del piano, che è stato sottoposto a tutte le forze politiche nazionali.

Carlo Pareto

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