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Opinioni e commenti
 

Crimea, di che ci si stupisce?
Pubblicato il 24-03-2014


Osservando una comune carta geografica ci si rende immediatamente conto di come la regione che circonda Mosca sia sprovvista di confini naturali a ovest  e a sud, e la storia è testimone di come quest’area sia stata spesso teatro di sanguinose invasioni come quelle ottomane, svedesi, francesi e tedesche.

Proprio questa assenza di difese naturali aiuta a comprendere meglio la politica “aggressiva” della Russia verso la Crimea; l’idea di creare una fascia-cuscinetto a protezione del centro nevralgico del Paese è una strategia che risale ai tempi dell’impero zarista e che l’Unione Sovietica ereditò ben volentieri al fine di stabilire saldamente la propria supremazia ed influenza sui Paesi-satellite suoi confinanti. La “dottrina Medvedev” ha ritagliato per Mosca uno spazio di intervento ovunque una minoranza russa sia ‘minacciata’, come testimoniato dalla crisi georgiana del 2008, dove il Cremlino intervenne a sostegno di Abcazia e Ossezia del Sud contro Tbilisi.

È una politica che richiama uno dei fondamenti della dottrina zarista, ovvero il panslavismo e l’appoggio ai popoli di fede ortodossa; Mosca si considera la “terza Roma”, unica capace di portare avanti, nel III millennio, la missione universalistica che aveva caratterizzato Roma antica e Bisanzio. Già nel 1947, con il famoso “long telegram”, George Kennan ammoniva il proprio governo a Washington circa le mire espansioniste sovietiche ereditate dagli zar; la geopolitica russa è proprio influenzata da una geografia immensa e da una scarsa densità di popolazione, divisa in innumerevoli rigagnoli tribali ed etnici. Come ai tempi della Guerra Fredda, Mosca sospetta ogni apertura da parte dell’Occidente; ne è un esempio l’appoggio dato dall’allora amministrazione Bush jr. alla “rivoluzione arancione” ucraina, vista dai russi come un tentativo di furto per sottrarre Kiev all’orbita russa, attentando alla sicurezza moscovita.

Da questo punto di vista si comprende meglio l’autoritarismo e il centralismo che contraddistinguono la linea del Cremlino, sempre attento a non cedere sul fronte interno per evitare di vedersi sfilare, come già successo, parte della sua area cuscinetto da parte della NATO e/o della UE. Altro nervo scoperto è costituito dall’onnipresente problema delle minoranze; su 115 milioni di abitanti l’80% è russo e russofono, ma si individuano blocchi linguistici differenti su tutto il vasto territorio, dal ceppo indoeuropeo, passando per quello turco, caucasico, uralico, mongolo, coreano solo per citarne i maggiori. Mosca soffre da sempre le tendenze indipendentiste delle minoranze che compongono la federazione e Putin ha scongiurato l’ipotesi di costituzione di califfati islamici e dominato il secessionismo usando, come in Cecenia, la forza. La forza dell’ex agente del KGB sta nell’aver dato di nuovo lustro alla potenza imperiale russa, decaduta dopo lo smembramento dell’URSS e la conseguente perdita di territori strategici.

La Crimea è solo l’inizio del conto che egli vuole far pagare all’Occidente per aver allargato a Est la NATO e l’UE; ha sconfessato Chruščëv, in una sorta di paradossale “de- Chruščëvizzazione”, accusando il defunto leader comunista di aver ceduto la Crimea (dopo parecchi bicchieri di vodka, così vuole la leggenda) alla repubblica sovietica di Ucraina (nel 1954) in seguito a trame orchestrate dietro le quinte di uno Stato totalitario come l’URSS, in palese violazione di norme internazionali.

Da sempre l’Ucraina riporta alla memoria momenti tragici, dalle scorrerie dei cosacchi, alle carestie indotte da Mosca, passando per i pogrom e le deportazioni staliniane e l’invasione nazista durante il secondo conflitto mondiale.

C’è da restare attoniti di fronte alle reazioni di Europa e Stati Uniti visto che era per lo meno necessario ipotizzare, da parte di Mosca, una conseguenza del genere di fronte alle intenzioni di intavolare con l’Ucraina negoziati per aprirle le porte di NATO e UE.

La Crimea è parte integrante della storia russa e sovietica, la penisola dove è attraccata la Flotta del Mar Nero e dove i leader comunisti di tutto il mondo, almeno una volta, vi sono andati in vacanza per goderne il clima.

Da abile stratega il comandante Putin sa bene che l’UE non ha i mezzi né la forza per far sentire la sua voce; le spaccature sulla posizione da adottare nei confronti di Mosca, dividono i 27, titubanti e troppo dipendenti dalle forniture di gas russo, mentre Berlino sembra immaginare una nuova Ostpolitik.

Gli USA, memori delle ingenti spese sostenute nelle ultime due missioni, afghana e irachena, sono restii ad intervenire, soprattuto in assenza di un partner capace e disposto ad assumersi parte dell’onere economico e politico di una azione contraria a Mosca.

Putin è così riuscito a segnare un altro punto a suo favore, dopo quello siriano, approfittando delle debolezze occidentali e ha ulteriormente rafforzato la sua posizione interna e internazionale, mostrando come la Russia sia un interlocutore che non accetta compromessi.

In Crimea, abituati a un clima mite, non si era mai visto un ritorno al gelo da Guerra Fredda.

Luca Boschini

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