giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Dal Censis un bilancio
sulla scommessa europea
Pubblicato il 21-03-2014


Domino_EuropaÉ stato il sogno di grandi politici illuminati del secondo dopoguerra, da Konrad Adenauer ad Alcide De Gasperi, da Robert Schuman a Paul-henry Spaak. Un sogno intenso e tormentato, quello di riportare i grandi Paesi dell’Europa occidentale nel solco delle comuni radici culturali, economiche e morali. Un sogno fatto di fallimenti e di successi: da un lato la CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio, dall’altro i Trattati di Roma del 1957 costitutivi della Comunità economica europea. Primi passi di quella Unione europea che oggi riunisce 28 Paesi e oltre mezzo miliardo di persone; che garantisce a tutti il diritto di muoversi liberamente all’interno dell’unione e di lavorare laddove lo vogliano; che ha creato istituzioni sovranazionali rappresentative della volontà politica dei cittadini europei; che da quasi quindici anni, dispone di una valuta comune, l’euro, oggi prestigiosa e affidabile moneta di riserva delle economie più sviluppate.

Ma è sempre tempo di bilanci. Come, ad esempio, quello che il Censis ha voluto presentare nel convegno dedicato alla figura e all’opera del suo fondatore Gino Levi Martinoli. Un bilancio sul “dare e avere “ con l’Europa per ritrovare un nuovo protagonismo dell’Italia, un bilancio che come spesso accade è fatto di luci e ombre.

Il nostro Paese è il terzo contribuente netto dell’ Unione Europea nonostante, in termini di Pil pro capite, l’Italia occupi solo il 12° posto nella graduatoria dei 28 Paesi membri. Nel 2012 abbiamo versato nelle casse dell’UE 16,4 miliardi di euro a fronte dei quali l’Unione ci ha ”restituito”, a titolo di fondi comunitari, 10,7 miliardi con uno sbilancio a nostro sfavore, sempre nel 2012, di 5,7 miliardi. Ed ecco una prima “ombra”: la nostra capacità di utilizzare i fondi europei per progetti di sviluppo è poco più che modesta: se si considera la spesa certificata a partire dal 2009 a fine 2013, solo il 52,7% è stato utilizzato per fini progettuali. Un dato che certamente preoccupa, soprattutto in un momento come quello attuale, in cui è necessario ogni contributo alla ripresa e allo sviluppo. Dunque, utilizzare totalmente i fondi strutturali europei, sarebbe di enorme aiuto.

Nel “do ut des” con l’Europa, l’Italia ha un peso particolarmente significativo. In termini di PIL siamo la quarta economia europea: le famiglie italiane rappresentano il 12,6% dei consumi finali dell’intera Unione, siamo al quinto posto per numero di passeggeri del traffico aereo, al secondo posto per i contratti di telefonia mobile, al quarto per numero di abbonamenti alla banda larga fissa. E siamo al primo posto nella quota del Pil sul valore degli immobili di proprietà; mentre sul piano della ricchezza finanziaria netta, gli italiani presentano un valore che è più di due volte e mezzo il reddito disponibile (quinto posto in Europa).

E forte è il nostro contributo alla competitività europea: siamo la seconda economia manifatturiera del continente, con 422.000 imprese che occupano quasi 4 milioni di addetti, preceduti solo dai tedeschi con poco più di 7 milioni di addetti.

E ancora: quinto saldo positivo della bilancia commerciale nell’Unione con quasi 11 miliardi di euro; terza produzione lorda di energia da fonti rinnovabili; primi nei prodotti agroalimentari di qualità.

Più luci che ombre, dunque. L’Italia è ancora oggi un Paese trainante dell’economia dell’Unione, così come 60 anni fa è stato un Paese trainante nella formazione dell’ideale europeo.

Ma il bilancio non è fatto solo di numeri. Soprattutto ora, alla vigilia dell’appuntamento elettorale europeo che può assumere un significato e un valore politico particolare.

Tutti noi viviamo intensamente il dibattito che si sta sviluppando prepotentemente sul ruolo della moneta unica. Un dibattito a tutto tondo che ne mette addirittura in discussione la sopravvivenza.

L’euro è figlio di una valutazione politica che ha offuscato quelle essenziali condizioni economiche che decretano il successo o l’insuccesso di un’ iniziativa storica come la nascita, appunto, di una moneta sovranazionale. Come ha messo in evidenza il Paolo Savona, vice presidente vicario di Aspen Institute Italia, la nascita dell’euro presupponeva il raggiungimento di un’unità politica che ancora oggi è un obiettivo da perseguire. Anche se sono stati compiuti importati passi avanti nell’architettura istituzionale della politica monetaria e di quella fiscale, molto è ancora da fare. L’area monetaria dell’euro, che peraltro comprende solo 17 dei 28 Paesi membri, presenta distorsioni strutturali di produttività che creano crisi locali. I singoli Paesi hanno perso quella sovranità fiscale che è necessaria per assorbire o quanto meno attenuare deformazioni e asimmetrie. La stessa Banca Centrale, per quanto riguarda il compito di controllare il tasso di inflazione, non è in grado di svolgere quella funzione di compensazione che altre Banche centrali sovranazionali (si pensi alla Fed americana) possiedono, anche in presenza di una serie di interventi sui debiti sovrani e con tecniche di ingegneria monetaria attuate in un passato recente. E tutto ciò con la rigidità di vincoli di bilancio che, di certo, non aiutano ad attenuarne i problemi e non contrastano le crisi che, a macchia d’olio, si sono manifestate soprattutto nei cosiddetti “Paesi periferici” del sud Europa.

Per molti la responsabilità è in gran parte dell’euroburocrazia di Bruxelles. Per altri sono i governi nazionale che devono chiarirsi le idee su come vogliono concepire e realizzare l’unione politica europea.

La posta in gioco, ricorda ancora Paolo Savona, è l’eventualità che un Paese in difficoltà retroceda dal suo livello di convivenza civile e di benessere individuale. Non era certamente questa la visione dei padri fondatori dell’Europa Unita. Ed è bene che chi deve lo ricordi. Soprattutto alla vigilia di eventi che potrebbero rivelarsi incontrollabili.

Gioia Cherubini

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Commenti all'articolo
  1. Le istituzioni europee dovrebbero organizzare convegni e presenziare alle trasmissioni televisive dove sedicenti economisti e parolai professionisti non fanno altro che propagandare l’uscita dall’Euro e magari anche dall’Europa.
    Servono esperti che spieghino e ascoltino i pro e i contro per far capire alla gente cosa é meglio. Fra due mesi ci saranno le elezioni europee e il rischi di una grande affermazione di chi cerca voti cavalcando la tigre della crisi causata, a loro dire, dall’Europa, é altissima. Dopo, potrebbe essere tardi. Il PES e anche il PSI, dormono!

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