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Opinioni e commenti
 

Renzi impone il suo diktat alla maggioranza
Pubblicato il 31-03-2014


Renzi-Consiglio-Ministri

Alla fine il CDM ha approvato all’unanimità la proposta del presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi. Come sulla legge elettorale, come sulla riforma dei contratti e dell’apprendistato, anche sulla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, nonostante i dubbi fortissimi ed espliciti che sono arrivati da più parti, ultimo il presidente del Senato, Piero Grasso, Renzi, alla vigilia del Consiglio dei ministri, ha ripetuto il suo solito schema: prendere o lasciare. Dove il prendere sta nel suo progetto e il lasciare sta nel ‘mando tutti a casa’. Ovvero nel ricatto al Parlamento di far cadere il governo causando un probabile scioglimento delle Camere con conseguenti elezioni anticipate. Un diktat alla sua maggioranza e in particolare al suo partito che, è utile ricordarlo, in caso di elezioni, anticipate o no, sarebbe alla sua mercé nel momento della formazione delle liste. «Non ci saranno senatori che non colgono questa opportunità» ha sottolineato al termine del Cdm dicendosi certo che non mancheranno voti al Ddl sulla riforma del Senato. «Non c’e’ alternativa al futuro», ha concluso, dove evidentemente identifica il futuro con la sua persona.


«Non mollo di mezzo centimetro e mi gioco tutto» aveva ripetuto stamattina in un’intervista radiofonica senza arretrare di un millimetro rispetto a quanto affermato già sabato in un’intervista a Repubblica nonostante le solide obiezioni del presidente del Senato accompagnate da un documento di 25 senatori del suo partito.

«Renzi è cresciuto alla scuola del sindaco podestà che, con l’attuale legge è un soggetto autoritario, sì investito da un mandato popolare, ma che evidentemente non ha la sensibilità che deve avere un legislatore perché abituato a emettere atti esecutivi, delibere che vanno bene quando si tratta di amministrazione locale», afferma il senatore del PSI Enrico Buemi.

Il problema è ora anche l’atteggiamento di Forza Italia che in queste condizioni si trova ad avere un fortissimo potere di condizionamento. Berlusconi vuole che prima arrivi in porta la riforma delle legge elettorale e dopo quella del Senato, gli chiede di essere “coerente”: «Noi rispetteremo fino in fondo gli accordi e siamo pronti a discutere senza testi preconfezionati».

Il ‘mattinale’ di Forza Italia chiede un nuovo incontro tra Renzi e Berlusconi per non far saltare tutto “altrimenti il Paese capirà in che razza di mani dilettantesche siamo finiti a furia di colpi di Stato contro Berlusconi e contro la democrazia. Finora – scrive – il neo premier è tutto in una frasetta che il ‘Corriere della Sera’ mette oggi in prima pagina. ‘Se non passa la riforma del Senato, finisce la mia storia politica’. Non saremo noi a tagliare la corda dell’altalena su cui si diverte il Presidente del Consiglio, per poi essere accusati di non volere semplificare e tagliare le spese della macchina politica. Non riusciranno a darci la colpa pure di questo, per il comodo della propaganda”.

E allora arriva il soccorso del ministro Boschi che lascia intravvedere una possibile mediazione affermando che alla fine «troveremo un’intesa, ma prima viene il Senato». Manco per niente, ribadisce ancora il capogruppo a Montecitorio di FI, Renato Brunetta: gli accordi erano chiari, «prima l’Italicum e poi le altre riforme».

Dopo Grasso anche il presidente della Camera Boldrini chiede che la materia venga discussa in Parlamento perché è davvero curioso che un tema così delicato come quello della trasformazione del Senato venga ridotto a un testo presentato dal governo e imposto a deputati e senatori casomai con l’ulteriore forzatura di un voto di fiducia. Così gli alleati della maggioranza però scalpitano e il ministro Giannini spiega come sia «inconsueto che sia il governo a presentare un ddl. Il Parlamento ne discuta».

Dall’opposizione fioccano le accuse di autoritarismo: «Renzi – dice il segretario di Prc Paolo Ferrero – ha superato il Maestro Silvio Berlusconi. Con la sua proposta di riforma del Senato, Renzi applica alla lettera il programma del condannato leader del centrodestra» «soprattutto perché il suo progetto è una torsione bipolare assolutamente antidemocratica».

E dai Cinque Stelle, che hanno sottoscritto un documento di Zagrebelsky e Rodotà (“Verso una svolta autoritaria”), Roberta Lombardi, dai microfoni di Radio 24 spiega il timore che «si vada da una Repubblica parlamentare ad una dittatura di fatto». «Nel momento in cui vado a toccare un punto della Carta Costituzionale o un potere, devo andare a riequilibrare tutto il sistema di contrappesi». E aggiunge che secondo il M5S «in questo momento storico, con questa classe politica il bicameralismo è l’unica salvezza in alcune occasioni. Mi viene in mente la legge sulle intercettazioni, per la deroga del 138: il doppio passaggio fu inserito dai padri costituenti proprio per dare peso e ponderatezza all’attività legislativa parlamentare».

Idee per modificare il Senato vengono intanto anche dai socialisti che hanno presentato un loro progetto di legge.

Senatore Buemi, in cosa consiste la proposta socialista?

Come socialisti abbiamo lanciato due proposte: la prima era una provocazione per porre l’accento sull’attitudine propagandistica in fatto di tagli alle spese. Proponevamo di abolire la Camera al posto del Senato così da risparmiare ancora di più: si trattava, naturalmente, di una provocazione per cercare di portare finalmente la discussione su un ragionamento di merito, meno pretestuoso e meno propagandistico. Successivamente abbiamo presentato una proposta di riforma effettiva, ragionata che prevede la riduzione del numero dei parlamentari tra Camera e Senato portandoli ad un massimo di 600, equivalenti agli attuali deputati, e suddivisi, all’incirca, in 400 alla Camera e 200 al Senato. Naturalmente andrebbe abolito il bicameralismo perfetto: alla Camera spetterebbe il compito della legislazione ordinaria e di dare fiducia al governo. Al Senato, invece, sarebbe affidata la funzione di occuparsi della legislazione concorrete, cioè di tutto quello che riguarda le Regioni e i comuni. Inoltre, il senato dovrebbe naturalmente intervenire in caso di riforme costituzionali, che avrebbero bisogno dell’approvazione di entrambe le camere, oltre che dare i pareri sulle nomine: in più, secondo il nostro progetto, il senato dovrebbe svolgere attività d’indagine, istituendo le commissioni parlamentari d’inchiesta oltre a concorre con la camera all’elezione degli organi costituzionali, dal presidente della Repubblica al CSM.

Il punto centrale della nostra proposta è che si mantiene l’elezione diretta sia della camera che del senato e non il secondo grado, come vuole Renzi per il senato: manteniamo l’elezione diretta delle due camere anche come elemento di bilanciamento democratico. Anche perché dobbiamo considerare che con una camera eletta con sistema come quello proposto dall’Italicum ci sarebbe bisogno di un senato eletto su circoscrizioni regionali che rappresenti di più i territori, eletto con una legge che tende al proporzionale. Non c’è il rischio di un una maggioranza bloccata rispetto alla camera perché un senato di questo tipo non deve dare la fiducia al governo.

C’è un capitolo dedicato anche ai tagli sulle spese?

Una parte della nostra proposta riguarda i tagli sui costi. Attualmente Camera e Senato hanno ciascuno il proprio servizio studi, il proprio bilancio, la propria biblioteca. Noi proponiamo di accorpare tutti questi doppioni sotto uniche strutture appartenenti al sistema parlamentare in modo da non avere inutili doppioni. Poi c’è la questione dell’ordinamento interno di Camera e Senato che proponiamo di modificare per assimilare tutto il personale all’ordinamento del pubblico impiego tutto il personale: sarebbe un grandissimo risparmio se si riuscisse a ottenere l’unificazione dei dipendenti ai trattamenti della PA. Insomma, se Renzi ha davvero voglia di cambiare, le strade ci sono e sono tante.

A cosa punta Renzi?

Renzi è partito con una proposta abborracciata e non riflettuta. Il tema è che lui di diritto costituzionale ne sa poco e porta avanti delle battaglie di tipo propagandistico. Del resto non possiamo dimenticare che c’è un sistema bicamerale in tutto il mondo democratico. La proposta di Renzi di creare un Senato dei podestà non sta in piedi.

Queste riforme, del resto, non fanno parte del programma di governo che deve occuparsi del risanamento del Paese e dell’economia. In tutto il mondo democratico le riforme costituzionali sono competenza del Parlamento e sono rappresentano il punto più alto dell’espressione del libero esercizio parlamentare che nella nostra Costituzione viene definito senza vincolo di mandato. Non ci può essere né vincolo di maggioranza né vincolo di governo. Su questo punto sono in ballo questioni fondamentali come l’ordinamento costituzionale,  l’equilibrio democratico e le libertà individuali e non ci può essere Renzi ad imporre cose del genere. Di trentenni allo sbaraglio ne abbiamo già visti prima della Seconda Guerra mondiale.

Ma, come mai ora, improvvisamente , in molti prendono posizione contro una riforma che, da più parti, aveva sollevato dubbi sin dall’inizio?

In molti si sono resi conto che Renzi forza troppo la situazione e non nella tempistica, ma nel merito. Trasforma la questione delle riforme in un ariete per aprire la strada a un sistema che crea presupposti per impostazione antidemocratiche. Qui non è un problema di efficienza che si potrebbe raggiungere con lo sdoppiamento delle funzioni delle camere che di fatto riduce tempi e costi. Concordo che, oggi, in un mondo che muta rapidamente il tempo è un fattore chiave da tenere in considerazione nei processi legislativi. Ma, anche la posizione degli intellettuali di questi giorni ci indica che si è passata una linea pericolosa.

Anche Grillo, firmatario del documento di Zagrebelsky e Rodotà, sembra esseri avvicinato a queste posizioni.

Grillo si è reso conto che una parte della intellighenzia italiana alla quale tiene perché riferimento del proprio elettorato e di parte dell’opinione pubblica ha rilevato dei rischi in quanto sta accadendo. C’è un importante e maggioritaria fetta del mondo dei giuristi che sottolinea elementi inquietanti rispetto a come si stanno portando avanti le riforme: solo chi si occupa di media, comunicazione e marketing politico non vede i pericoli. Modificare l’impianto costituzionale senza controbilanciare tutto il sistema è molto pericoloso: se si rende il sistema parlamentare zoppo depotenziando il valore del Parlamento senza creare un contrappeso è davvero ardito.

I socialisti, al Senato, esprimono una posizione netta contro il progetto di riforma così com’è. Alla Camera però votarono a favore. Cosa è cambiato?

Per quando riguarda me che fosse impresentabile la legge così com’è era evidente dall’inizio: mentre i socialisti alla camera discutevano io presentavo la proposta per entrare nel merito della questione. Credo che nel partito ci sia stata un’evoluzione nella valutazione da parte dei deputati. Oggi sembra che tutti si sia concordi sul fatto che quella legge non debba essere approvata.

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. bravo Buemi. Da vecchio riformista ex PCI concordo sulla necessità di rottamare l’Italicum ( ed il renzismo dilagante). Spero che almeno il PSI sia fermo al Senato e, se così deve andare, che si vada al voto anticipato con una lista che apparenti PSI, sinistra PD ecc. Anche con il Consultellum, per una futura legislatura costituente. Carlo51 p.s. Per questo avrei preferito una lista autonoma del PSI alle europee..Non è con i pastrocchi che i socialisti possono fare strada nè in Italia nè in Francia.

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