giovedì, 19 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Donne. Dimissioni in bianco la Camera dice basta
Pubblicato il 26-03-2014


Dimissioni-in-bianco“É un primo passo. Una regola che rende questa Italia più civile. Stiamo facendo un buon lavoro”. Così il Segretario del Psi e vice ministro alle Infrastrutture, Riccardo Nencini, ha commentato il via libera della Camera al disegno di legge che dovrebbe mettere fine (ma il condizionale è d’obbligo) alla vergognosa pratica delle dimissioni in bianco, quelle lettere fatte firmare dai lavoratori al momento dell’assunzione e utilizzate dal datore di lavoro in caso di gravidanza, malattia prolungata, o semplicemente per sbarazzarsi rapidamente di un dipendente diventato scomodo.

Pratica ampiamente diffusa da tempo che la crisi ha però moltiplicato in maniera esponenziale. Secondo i dati ufficiali, infatti, nel corso del 2011 sono stati ben due milioni i lavoratori costretti ad apporre la firma su false dimissioni volontarie al momento dell’assunzione. Ad essere colpito è soprattutto il mondo femminile: il 60% di quei 2 milioni, infatti, sono donne in età fertile. Nello stesso anno sono stati 800mila i licenziamenti collegati a questa pratica illegale e pare che 15% dei nuovi contratti a tempo indeterminato siano accompagnati da lettera di dimissioni in bianco.

“Si tratta di numeri enormi, indegni di un paese civile, che ci riportano indietro di oltre un secolo quando i lavoratori non avevano tutele e diritti. Un dato di fatto inaccettabile che colpisce le fasce più deboli: le giovani donne, ma anche i giovani uomini che pur di avere un impiego accettano qualsiasi ricatto. A loro è preclusa la possibilità di avere un figlio, ma anche di sposarsi, di ammalarsi, di avere un infortunio, o semplicemente di rivendicare il rispetto dell’orario di lavoro o il pagamento degli straordinari. Con questa spada di Damocle sul capo possono solo subire. Ora si tratta di ripristinare una tutela minima nei confronti di chi, tra lavoro che non c’è, flessibilità e precariato, tutele ne ha ben poche”. Ha affermato Pia Locatelli, intervenendo in Aula per la dichiarazione di voto.

Il governo Prodi aveva tentato di mettere fine a questi abusi, grazie alle proposte delle deputate Titti Di Salvo e Marisa Nicchi, ma l’iniziativa fu immediatamente cancellata dal governo Berlusconi e ripristinata, purtroppo in maniera inapplicabile, dalla ministra Fornero.

Il nuovo testo promosso da SEL, e in seguito assunto anche dal Pd, riprende proprio quella legge voluta da Rifondazione nel 2007 con la quale si imponeva che le dimissioni fossero presentate su moduli identificati da codici numerici progressivi e validi non oltre quindici giorni dalla data emissione, per evitare appunto la data “in bianco”.

Una norma di civiltà che avrebbe dovuto essere approvata da tutti e invece così non è stato. Al no, piuttosto scontato del Nuovo Centrodestra, si è aggiunto quello di Scelta Civica e del Movimento 5 Stelle. Ancora una volta nel corso del dibattito in Aula i pentastellati, obbedienti agli ordini trasmessi dal blog di Grillo, hanno dato un’altra dimostrazione della loro incapacità legislativa: pur di non votare una legge non promossa da loro, hanno preferito bocciarla definendola “l’ennesima bugia di Renzi” (che con questa legge non ha nulla a che fare), frutto di fantomatiche pressioni della Confindustria e arrivando addirittura ad affermare che così le donne sarebbero meno tutelate.

Più ragionato invece il No di Scelta Civica e l’astensione della Lega, due partiti che vedono nella nuova norma un appesantimento burocratico che rallenterà le imprese. Una scusa però anche per mantenere lo status quo, ignorando o fingendo di ignorare, come ha ricordato Locatelli che “l’eliminazione e il disprezzo per le più elementari tutele non genera sviluppo e occupazione, ma disagio, incertezza.

Cecilia Sanmarco

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