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Opinioni e commenti
 

DONNE IN QUOTA
Pubblicato il 06-03-2014


Quote rosa

Slitta ancora. L’Italicum non vedrà la luce questa settimana. La Conferenza dei capigruppo a Montecitorio, con il solo parere contrario del Pd, ha scelto di rinviare a lunedì l’esame della riforma elettorale per consentire a Fratelli d’Italia di svolgere il proprio congresso. Almeno questa la versione ufficiale. I tempi, dunque, si fanno serrati visto che rimangono solo 18 ore per la discussione e sono ancora tanti gli emendamenti da valutare.

Massimo riserbo da parte del Capo dello Stato che si limita a sottolineare, in una nota, come «il Presidente della Repubblica non può che auspicarne la conclusione positiva su basi di adeguato consenso parlamentare, non avendo altro ruolo da svolgere che quello della promulgazione – previo attento esame – del testo definitivamente approvato dalle Camere».

E, mentre monta il fronte trasversale delle deputate pronte a dar battaglia sulla parità di genere, passa l’emendamento sulle “liste sporche”, già ‘Salva-Lega’, ribattezzato “Forza Sud”, che permette la presentazione di una formazione politica civetta, collegata al partito del Cavaliere, che si presenterebbe solo in alcune Regioni del Sud, magari con candidati “impresentabili”, ma portatori di un’importante riserva di voti. Un altro punto segnato da Berlusconi.

Di sicuro, ora gli occhi sono tutti puntati sul tema delle ‘quote rosa’, che potrebbe però rappresentare un’ulteriore merce di scambio, una sorta di obiettivo “sacrificabile” da parte di Forza Italia per strappare ulteriore vantaggi.

Tra le file socialiste si fa sentire il presidente dei deputati del PSI, Marco Di Lello, che intervenendo alla Camera durante il dibattito sulla legge elettorale ha detto: «Noi socialisti abbiamo raccolto la sfida della riforma rinunciando a battaglie di conservazione, ma non rinunciamo a fare battaglie di principio e di equità. Tra queste c’è il tema delle soglie di sbarramento»

Per il deputato socialista, infatti, «una soglia di sbarramento all’8 per cento fuori della coalizione è la negazione della democrazia. Alcuni milioni di voti non avranno alcun significato. Ci spiegate che questo è il prezzo che si paga alla governabilità, ma chi giudica l’adeguatezza del prezzo? Quanta democrazia va sacrificata in nome della governabilità? I nostri padri ci hanno insegnato che chi non è buono per il re non è buono neanche per la regina. In questo testo invece si può contribuire a far vincere il re nella coalizione, però poi non si ha il diritto di rappresentanza. Faccio appello alla libertà di opinione e di voto di ciascuno parlamentare per evitare questa pericolosa stortura».

Avanti! ha intervistato l’onorevole Mario Segni padre dell’iniziativa referendaria volta ad abolire il proporzionale, un passaggio epocale della storia politica italiana che segnò la fine della Prima Repubblica.

Onorevole Segni, lei fu protagonista del passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario. A distanza di più di 20 anni cosa pensa della decisione presa di introdurre il cosiddetto Italicum sono alla Camera ipotizzando una successiva abolizione del Senato?

Diciamo la verità, perché è davvero il momento di dirlo. Ci troviamo di fronte a un pasticcio vergognoso, assurdo. Fare una legge elettorale che vale solo per un ramo del Parlamento mi ricorda il “Visconte Dimezzato”  di Calvino. Sembra che ci si sia dimenticati che la riforma elettorale deve rappresentare un momento in cui si dettano le regole per tutto il sistema politico. In questo caso si tratta di regole che esprimono una spinta al cambiamento e chiarezza dovuta alla situazione di ingovernabilità venutasi a determinare, come prometteva Renzi. Cambiare, invece, la legge solo per un ramo del Parlamento significa negare qualunque possibilità di chiarezza.

Cosa accadrebbe se, alla fine, il Senato non dovesse essere abolito?

Se la legge rimane così com’è altro non diventa che una vera e propria, insormontabile, garanzia di ingovernabilità. Inoltre è incostituzionale: non dobbiamo dimenticare le motivazioni della sentenza della Consulta che specificava come il premio di maggioranza sia giustificato in quanto garantisce e facilita la governabilità, ma in queste condizioni quale governabilità si può garantire? Qui abbiamo un premio di maggioranza che garantisce la più ferrea ingovernabilità come risultato di due leggi diverse.

Cosa pensa, invece, in generale dell’impianto dell’Italicum?

Rispetto all’Italicum nel suo insieme, ritengo che l’impianto sia certamente da migliorare su tanti punti, ma approvo il sistema generale. L’obiettivo della legge è quello di stabilire con chiarezza un governo scelto dai cittadini. Quello che contesto a Renzi è che non sta mantenendo fede agli impegni presi: se si persegue una strategia la si persegue fino in fondo. Invece, non solo non si farà una legge elettorale in pochi giorni come annunciato, ma per il momento, quanto proposto garantisce solo una riforma elettorale vuota. Quello che c’è sul tavolo in questo momento è il nulla, se prima non viene risolto il nodo del Senato.

Lei è stato protagonista della stagione referendaria che abolì il proporzionale a favore del maggioritario. Cosa non ha funzionato in questi 20 anni di sistema maggioritario?

Il problema principale è che non è stata cambiata la Costituzione. In questi 20 anni ci siamo trovati con una legge maggioritaria, buona con il Mattarellum, pasticciatissima con il Porcellum, ma con un sistema costituzionale incentrato sul proporzionale. Il nostro è un modello per il quale è il Parlamento ad avere diritto di scegliere e disfare il governo. Noi abbiamo dato il nostro contributo attraverso lo strumento referendario, ma per passare ad una realtà in cui il governo è eletto e ritirato con il voto dei cittadini c’è bisogno di un intervento costituzionale. Prendiamo ad esempio la riforma dei sindaci, il sistema applicato nei comuni e nelle province: uno degli esperimenti più di successo negli ultimi 20 anni.

Ma, per fare delle riforme costituzionali non sarebbe il caso di affidarsi ad un’Assemblea Costituente?

Mi trova perfettamente d’accordo. Del resto la proposta di una Costituente venne nel 1996, dopo il referendum sul maggioritario, da Carlo Scognamiglio appoggiato da Cossiga proprio nel momento in cui si vedeva che il cambiamento introdotto con la consultazione popolare non poteva essere compiuto se non attraverso una riforma della Carta.

Quanto è difficile venire fuori dalla situazione in cui ci si è infilati e compiere delle riforme vere?

Io do la colpa a Renzi perché da segretario del PD aveva stipulato un accordo con Berlusconi su un progetto importantissimo di legge elettorale e riforma del Senato. Un programma che faceva un pezzo, importante, della grande riforma di cui ha bisogno lo Stato. Poi si sarebbe dovuti andare ad elezioni a breve termine. Questo era un programma nell’interesse del Paese che avrebbe creato le condizioni per esprimere un Parlamento e un governo. Salito a Palazzo Chigi, invece, Renzi è finito nella palude; a questo punto mi accontenterei se riuscisse davvero ad attuare almeno il programma che aveva da segretario del PD.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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