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Opinioni e commenti
 

Fiat. Auto all’estero e cassa integrazione in Italia
Pubblicato il 31-03-2014


Fiat-Torino-ChryslerAddio a Torino e all’Italia. La Fiat, dopo la fusione con l’americana Chrysler, dice addio, alla sua casa natale, Torino, dopo nacque nel 1899 su iniziativa del senatore Giovanni Agnelli, il nonno di Gianni, l’Avvocato.

L’acquisto di tutta la Chrysler “metterà fine alla vita precaria della Fiat”. Sergio Marchionne, all’ultima assemblea ordinaria della Fiat a Torino e in Italia, si dice soddisfatto perché il 2013 “è stato ricco di soddisfazioni per la Fiat”. È “l’ultimo bacio” perché il Lingotto sposta il proprio centro decisionale dall’Italia all’estero.

La fusione Fiat-Chrysler, però, funziona in America, ma non in Italia. Il gruppo automobilistico l’anno scorso ha prodotto 4,3 milioni di auto, quest’anno conta di arrivare a 4,5 milioni. Ma le vendite, la produzione e i profitti vanno bene negli Stati Uniti, in Brasile e nell’America del Sud. In Italia, invece, c’e’ stata una caduta a picco delle vendite, della produzione e dell’occupazione.

Marchionne finora ha investito prevalentemente negli stabilimenti esteri del gruppo, accantonando “Fabbrica Italia”, il piano di 20 miliardi di euro destinato agli impianto del Belpaese. L’amministratore delegato di Fiat-Chrysler, teorizzando la globalizzazione, ha ridotto al minimo gli investimenti in Italia nonostante gli accordi sindacali (firmati da Cisl, Uil, Ugl, Fismic) che hanno enormemente aumentato la flessibilità del lavoro. Ha investito soprattutto all’estero perché – è stata la motivazione – l’Europa e, in particolare l’Italia, sono state colpite da una grave e lunga crisi economica mentre l’economia Usa e quella delle nazioni emergenti (Cina, Brasile, Russia, India) hanno marciato a pieno ritmo.

Per ora gli investimenti in Italia hanno riguardato solo Pomigliano D’Arco, Melfi e Grugliasco. Così Mirafiori e Cassino, viaggiano ad un filo di gas, e producono soprattutto cassa integrazione per i lavoratori. Per il riscatto, Marchionne scommette sulla produzioni di auto di lusso da esportare negli Stati Uniti, in Europa e in Cina, facendo concorrenza alle auto di alta gamma tedesche (Mercedes, Bmw e Porsche). Il manager italo-canadese, che ha conquistato la Chrysler nel 2009, vuole spostare il baricentro del Lingotto dal settore delle utilitarie e delle auto commerciali a quello, più remunerativo delle automobili di alta qualità.

Qualcosa si è visto negli ultimi due anni con gli investimenti sulla Maserati, fatti a Grugliasco. Per il futuro Marchionne promette un impegnativo piano d’investimenti su Alfa Romeo e Maserati, con nuovi modelli di alta gamma. Così si ridarebbe un futuro a Mirafiori e a Cassino, due stabilimenti italiani sull’orlo del collasso, quasi senza più modelli da produrre.

Vedremo. Intanto Fiat-Chrysler avrà la sede legale ad Amsterdam, quella fiscale a Londra e la quotazione in Borsa a New York. Marchionne annuncia l’aumento della produzione a 6 milioni di macchine nel 2018 e dichiara l’ingresso del gruppo nel ristretto club dei “giganti” internazionali dell’auto. “La Fiat fa e continuerà a fare auto”, assicurò Umberto Agnelli nel 2003, dopo la scomparsa del fratello Gianni e poco prima di morire, quando il Lingotto era in piena crisi e sull’orlo del disastro. Ora il problema è capire se l’Italia avrà ancora un ruolo centrale o importante nel sistema produttivo Fiat-Chrysler.

Leo Sansone 

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Commenti all'articolo
  1. Marchionne ha spostato la sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra. In due stai europei. Viene da pensare: in Italia siamo scemi perché abbiamo norme che fanno scappare anzichè attrarre. Oppure non si può negare che questa sia la prova che l’Europa deve essere profondamente riformata.

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