domenica, 20 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Si chiama Fiscal compact, l’ostacolo più difficile
Pubblicato il 19-03-2014


Cottarelli-Spending-review

“Se l’Italia a luglio si presenterà con le carte in regola, se avrà affrontato con rapidità e coraggio i temi che l’hanno tenuta ferma in questi anni, sarà l’Europa ad avere bisogno di noi”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha concluso così il suo intervento alla Camera con molti ‘se’ e tanti verbi declinati al futuro. Quanto alle condizioni del nostro Paese che si porta sulle spalle un debito pubblico che vale il 132% del PIL, l’attenzione è tutta puntata sulla spending review di Carlo Cottarelli, come se davvero bastassero quella decina di miliardi di euro l’anno di risparmi – in gran parte teorici – per risolvere il problema.

«Il commissario ci ha fatto un elenco – ha detto Renzi – ma toccherà a noi decidere» cosa tagliare, e ha aggiunto che sulle coperture esiste «un ampio margine». Mentre il taglio dell’Irpef nelle buste paga di chi guadagna fino a 1.500 euro al mese è «solo un primo passo». Quanto alla questione dei parametri di Maastricht da rispettare, ha spiegato che non ci sarà alcuno «sforamento del tetto del 3 per cento» nel rapporto deficit/Pil, dunque, ma solo «una eventuale possibile, modifica, se necessario, dal 2,6% al 3%».

Pare di capire insomma che per rispettare la scadenza del 27 maggio, quella degli 80 euro in più in busta paga, alla fine i soldi arriveranno proprio da lì, da un aumento del debito pubblico, perché quelli di Cottarelli sono assai più difficili da reperire. Anzi, gran parte di quei risparmi, una quindicina di miliardi fino al 2016, – come ha spiegato lo stesso Cottarelli – “non sono tutti disponibili per ridurre la tassazione” perché sono state sottostimate le spese per il 2015 e il 2016 per 6 miliardi che si “aggiungono a risorse già impegnate”.

Però mentre si fa un gran parlare del tetto del 3% del PIL, nessuno parla del vero problema che il governo Renzi dovrà risolvere, quello del rientro programmato in venti anni del debito, dal 132% al 60% a partire dall’anno prossimo. Non è una bazzecola, ma un nodo vero che si chiama ‘Fiscal Compact’ e che ci costerà 40/50 miliardi di euro l’anno. Questo fa temere a qualcuno che dopo il 27 maggio, ovvero dopo la tornata elettorale delle europee che sta così a cuore a Renzi per consolidare la sua presa sul PD, potrebbero arrivare delle ‘mazzate’ vere, ben più pesanti dei tagli di Cottarelli. C’è il rischio concreto insomma che Matteo Renzi potrebbe essere ricordato in futuro più come una Margaret Thatcher che non come un emulo di Tony Blair.

Sulla questione dei tagli stanno già montando le polemiche, non solo perché a nessuno piace vedersi ridurre il reddito, ma anche perché quelle sforbiciate non paiono sempre dettate da una logica inattaccabile.

La segretaria generale della CGIL, Susanna Camusso, critica non solo le proposte di riforma avanzate in tema di contratti (i tre anni senza tutele) ma la stessa logica dei tagli lineari di Cottarelli. E nella stessa area della maggioranza, l’ex ministro Damiano, critica con durezza l’idea che si possa ancora tagliare le pensioni, che hanno già assicurato un risparmio di 300 miliardi per i prossimi decenni e che saranno utilizzati per diminuire il debito, pur di recuperare altre risorse. “Cosa si pretende ancora dai pensionati?” – chiede il presidente della commissione Lavoro della Camera: “Pare che il commissario Cottarelli – prosegue Damiano – non proponga di intervenire sulle pensioni d’oro, ma su quelle comprese tra i 25.000 ed i 40.000 euro lordi annui: un ulteriore colpo a quel ceto medio che non ha già l’indicizzazione delle pensioni e non avrà il bonus fiscale di 80 euro mensili”.

Parallele, quasi identiche, le dichiarazioni del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, che definisce come ‘ignobile’ il metodo del taglio delle pensioni mentre il suo collega di partito, Paolo Francesco Sisto, sottolinea come le indicazioni della spending review abbiano bisogno di ‘scelte politiche’ perché in alcuni casi – e cita quello della sicurezza – i tagli possono avere una contropartita negativa, insomma il ‘tagliare potrebbe costare più dell’ipotetico risparmio’.

Da sinistra Vendola definisce il piano di Cottarelli come un ‘piano Grecia’ e paragona i tagli ipotizzati, anche quelli del personale della Pubblica Amministrazione, e la riforma del mercato del lavoro a quanto venne fatto da Atene per sfuggire al rischio default tagliando stipendi, pensioni e dipendenti dello Stato. E sempre da SEL, il tesoriere Sergio Boccadutri attacca l’ipotesi di un’accelerazione ai costi della politica: “Dopo l’ultima eliminazione del finanziamento pubblico alla politica operata qualche mese fa, che ci allontana dall’Europa e dalle grandi democrazie, è quasi incredibile che Cottarelli proponga di tagliare ancora quel poco di fondi pubblici ai partiti, erogati peraltro fino al 2016. A questo punto voglio dargli un suggerimento: cambiando la forma di Governo e passando a una Monarchia si risparmierebbe ancora di più”.

“La spending review – argomenta invece il segretario del PSI, Riccardo Nencini, è già stata applicata a molte Regioni, spesso con buoni risultati, è possibile applicarla anche allo Stato. L’importante è non toccare quei 160 miliardi di euro destinati ai servizi alla persona, come sanità e servizi sociali. Altrove si può intervenire, con tagli alla spesa pubblica improduttiva, la riorganizzazione della spesa e condivisione anche con le Regioni. Penso ad esempio al fatto di abbassare allo stesso livello – quello di Umbria e Toscana – le indennità di consiglieri, presidenti e assessori regionali. Credo – ha aggiunto intervenendo stamane a Rai News24 – che più che i luoghi dove trovare risorse, e si troveranno, la preoccupazione del presidente del consiglio sia la rapidità con la quale agire. Abbiamo un appuntamento importantissimo, che è il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea e dobbiamo arrivare a quell’appuntamento con un ruolo politico dell’Italia più forte. Ho capito che da parte della Merkel è aperta una finestra importante e che c’è una attenzione positiva rispetto agli impegni presi da Renzi all’incontro di Berlino”.

Carlo Correr

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