mercoledì, 22 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Italicum, ha vinto Berlusconi
Pubblicato il 18-03-2014


Seguendo l’iter dell’Italicum alla Camera, una cosa balza all’occhio: il modo col quale il maggior partito presente in Parlamento ha perduto ogni capacità di guida ed indirizzo politico. Appare infatti evidente come, passo dopo passo la linea sia dettata, per il tramite di Verdini, da un cavaliere che, espulso dal Senato, sta consumando il suo trionfo. Non avendo sbaragliato gli avversari, ma nell’essersi costoro arresi senza condizioni e senza lottare, adeguandosi alle concezioni culturali, prima ancora che politiche, di una destra da sempre estranea ai processi di democratizzazione del Paese.

E il segretario del PD, ben sapendo che, ove venisse a cadere l’intesa con Berlusconi, il suo governo non durerebbe un giorno in più, si trova a recitare l’unico ruolo di garante di questa resa ed a dover imporre al suo partito il rispetto degli accordi da lui privatamente presi. Se ciò non era chiaro a tutti, quanto è avvenuto tra ieri martedì 11, ed oggi 12 Marzo ne è puntuale conferma.

Ieri mattina, il Segretario-Presidente del Consiglio, temendo per la tenuta del fronte che sostiene l’integrità del provvedimento, ha dovuto riunire i parlamentari PD, trattandoli con minacce affini a quelle che Grillo e Casaleggio usano riservare ai parlamentari delle 5 Stelle.

Nelle successive votazioni, è stato dato il via libera al meccanismo delle soglie e del premio di maggioranza, pomposamente battezzato “algoritmo”, col risultato di render del tutto imprevedibile e casuale l’attribuzione dei seggi spettanti ad una lista ai diversi collegi, a prescindere dal consenso ivi riscosso.

Ed è stato approvato un emendamento che, ove possibile, peggiora ulteriormente la già pessima legge: quello delle pluricandidature (sino ad otto collegi). Detto per inciso, ciò contraddice il criterio stesso che era stato adottato per sfruttare la recente sentenza della Consulta, nella parte in cui vi si affermava che il rapporto tra elettori ed eletti potesse esser mantenuto, pur in presenza di liste bloccate, se queste fossero state composte di pochi e riconoscibili nominativi. Per questa via, mentre alcuni tendono ad assicurarsi comunque l’elezione, gli elettori di un collegio non sanno chi li rappresenterà, o se saranno rappresentati.

Come se ciò non bastasse, è stato approvato un altro emendamento che esonera dalla raccolta delle firme i partiti costituiti prima del 01-01-2014: cioè i partiti esistenti, tranne M5S, hanno esentato se stessi da quest’obbligo, che invece sussiste per un eventuale nuovo partito. Altro brillante esempio di visione aperta della politica, sulla quale sarebbe sin troppo facile ironizzare facendo confronti con i comportamenti di alcune organizzazioni largamente diffuse in diverse regioni del nostro Mezzogiorno.

A questo si è aggiunta la bocciatura sistematica di tutti gli emendamenti che avrebbero potuto ovviare a qualcuno degli aspetti più vergognosi o irrazionali di questa legge: il no al conflitto di interessi e, soprattutto la risicata bocciatura (rispettivamente, 35 e 20 voti di scarto, dopo aver chiamato a raccolta anche ministri e sottosegretari) dei due emendamenti che avrebbero reintrodotto il voto di preferenza: singolo in base al primo, e doppio (di cui una donna), per quanto riguarda il secondo emendamento, che avrebbe introdotto la possibilità di promuovere una parità di genere di eletti/e e non di nominati/e.

Quella dell’evitare il voto di preferenza, comunque sia ed a qualunque costo, era infatti la questione cruciale. Non solo per evitare la possibilità di vedere in Parlamento chi non sia a priori uno yes-man o una yes-woman; su questo punto è in ballo anche la possibilità che i partiti maggiori hanno di condizionare le scelte dei partiti minori. Ai quali, esclusi in virtù delle soglie dalla possibilità di esser presenti in parlamento, potrebbe, se disposti ad adeguarsi (e cioè sostanzialmente a cessar di esistere come entità autonome), esser offerto il beneficio di qualche posto sicuro: cosa che il voto di preferenza renderebbe del tutto aleatoria.  E, su questo punto, sarebbe saltato il vero punto al quale tutto è stato sacrificato: il patto di sindacato tra Berlusconi e Renzi.

A questo riguardo, e per evitare ulteriori defezioni in considerazione dei numeri al Senato, sta già circolando in casa PD l’ipotesi di lasciar passare in quella sede la parità di genere. E c’è solo da sperare che, nel passaggio al Senato, non vengano introdotti altri baratti per assicurare il sostegno di questo o di quello.

Ma il sublime è stato raggiunto nelle dichiarazioni di voto: Forza Italia si presenta come la vera anima di questa legge, rivendicando -giustamente- al suo partito il merito di esserne stato precursore, ed avvertendo che non verranno tollerate al Senato ulteriori modifiche; l’On. Speranza dichiara il voto favorevole del PD (e chiede alle poco convinte deputate e deputati del suo partito di votare comunque l’approvazione del provvedimento), e promettendo di emendarla in meglio al Senato. Ma perché non l’hanno fatto allora alla Camera, avendone i numeri? In quanto alle forze minori di governo, hanno rinunziato ad ogni ruolo, astenendosi o votando anch’esse a favore, dopo aver dichiarato trattarsi di una legge inadeguata o pessima, e comunque migliorabile. E’ una ben strabica visione politica, quella lavarsi la coscienza criticando a parole una proposta di legge, e contemporaneamente votarla, rimandando all’altra Camera la patata bollente del migliorarla, quando allo stesso tempo si sostiene l’opportunità del superare il bicameralismo. Siamo al tramonto di ogni ragionevolezza e di ogni coerenza. Così, alla fine, con 365 voti a favore, 156 contrari, e 40 astensioni, il più illogico, irrazionale ed incostituzionale provvedimento della recente storia parlamentare e, forse, dell’intera storia repubblicana, è passato.

Vergogna a chi, non condividendolo, o vistisi respingere tutti gli emendamenti, lo ha comunque votato. Se ne pentiranno; ce ne pentiremo.

Gim Cassano

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