giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Job Act e tagli: la proprietà privata è da ripensare?
Pubblicato il 31-03-2014


Job-act-Proprieta-PrivataFinalmente “fumata nera” sul piano delle intenzioni del governo per rilanciare l’occupazione e la crescita del Paese; strani annunci, però, in quanto hanno solo il significato simbolico (si spera di essere smentiti) del “contratto cogli italiani” di berlusconiana memoria. I cambiamenti annunciati dal governo in fatto di riforma del mercato del lavoro per il rilancio dell’occupazione appaiono al momento solo il “rimasticamento” di misure messe a punto dal governo-Monti e, come quelle, destinate a rimanere inattuate; per di più, le modifiche che si prevede di apportare alla riforma Fornero sono costituite da semplificazioni dei vincoli, che erano stati introdotti a sostegno della stabilizzazione delle assunzioni a tempo determinato, e da misure che si prevede di adottare con atti legislativi successivi a quello varato il 12 marzo scorso.

La riforma del mercato del lavoro, come le altre riforme che il governo dovrà adottare nei mesi che verranno, dovrebbero esser finanziate utilizzando lo 0,4% residuo del deficit pubblico corrente consentito dal vincolo comunitario del 3% e dai “risparmi lordi massimi di 34 miliardi” da realizzarsi nel triennio 2014-2016 dalla spending rewiew, secondo i suggerimenti del “Piano Cottarelli”, arrivando persino a “minacciare” tagli alle pensioni e la diminuzione dei dipendenti pubblici. Qui, francamente, è possibile cogliere le velleità del superattivismo del nuovo Presidente del Consiglio; egli prevede di rilanciare l’occupazione e la crescita del Paese riducendo la spesa pubblica, per disporre dei risparmi così realizzati al fine di finanziare il costo di tutte le riforme strutturali annunciate, mancando contemporaneamente di dire come farà a rilanciare la ripresa, se a questa “tarpa le ali” con il “bisturi” di Cottarelli e mostrando in tal modo di non prendere in alcuna considerazione il fatto che ogni euro in meno di spesa pubblica sarà, per lo più, un euro in meno di reddito spendibile per il settore delle famiglie. Tanto valeva allora, visto che le riforme in programma saranno “spalmate” nei prossimi anni (quanti non è dato saperlo), che gli “annunci” fossero stati più innovativi, per essere compresi in una prospettiva di riforma dell’attuale sistema di sicurezza sociale con l’introduzione del reddito di cittadinanza, da finanziare senza stravolgere nell’immediato gli equilibri economico-finanziari del sistema sociale con un’ingegneria istituzionale “soft”.

Si può prevedere che il problema del finanziamento del reddito di cittadinanza (inteso in termini corretti e non come misura di sostegno a chi si ritrova in stato di bisogno) possa essere risolto secondo ritmi socialmente sopportabili, mediante la costituzione di un “Fondo-capitale” finanziato coi proventi rivenienti dalla cessione di determinati beni, come ad esempio avviene in Norvegia, dove la costituzione del fondo capitale nazionale è alimentato dai proventi garantiti dalla vendita di risorse petrolifere. Nel Paese scandinavo a ciascun cittadino è assegnato, figurativamente “dalla culla alla bara”, uno “stock minimo nominale di capitale”, sufficiente a garantirgli un “dividendo” pari al reddito di cittadinanza che riceve; tutto ciò avviene in una prospettiva temporale sufficiente a consentire la costituzione del “Fondo capitale” nazionale, necessario per un’organizzazione del sistema sociale in cui il bisogno di ricorrere agli automatismi fiscali per la ridistribuzione del reddito si estingua completamente.

Naturalmente, al “punto omega” di ciascun soggetto, il fondo capitale che gli è stato assegnato alla nascita non passa ai suoi eredi, ma viene avocato dallo Stato per essere assegnato ad un nuovo soggetto o, nel caso di una dinamica demografica stabile, per essere ridistribuito a vantaggio di tutti i superstiti od ancora per essere utilizzato per altre finalità sociali. Il fondo, nell’ipotesi illustrata, può essere anche arricchito delle risorse che potranno derivare dalla lenta “estinzione” del sistema di welfare vigente.

Com’è possibile reperire i mezzi necessari in Paesi come l’Italia, dove mancano le risorse petrolifere e dove è problematico pensare di trovare risorse alternative, aggiuntive ed originarie, per introdurre il reddito di cittadinanza? Al riguardo, è plausibile pensare che la “via” del finanziamento del reddito di cittadinanza, tramite la riforma ab imis dell’attuale sistema di sicurezza sociale, sia destinata ad essere percepita come impercorribile in assoluto, dati i tempi che sarebbero richiesi e le criticità sociali inevitabili da affrontare durante la transizione dall’attuale sistema di sicurezza sociale a quello nuovo. Più facile sembra la “via” della costituzione di un “Fondo capitale nazionale”; in questo caso, come reperire le risorse necessarie?

Si può assumere, con riferimento all’Italia, di inserire il problema nella prospettiva delle finalità del cosiddetto “movimento benecomunista”, ovvero di quel movimento che si prefigge di riordinare i diritti di proprietà all’interno dei moderni sistemi industriali. Nella fase attuale, a causa della crisi in cui versa la società italiana, il mondo politico sembra avere le armi spuntate per risolvere i problemi posti dalla crisi stessa; tale stato di cose sembra perciò suggerire l’urgenza di un riordino dell’istituto della proprietà in tutte le sue declinazioni. L’idea di regolare l’istituto della proprietà in funzione dello stato presente del sistema sociale ed economico nazionale può essere derivata dalla teoria economica dei diritti di proprietà, il cui sviluppo negli anni Sessanta del secolo scorso si deve agli economisti Armen Alchian e Harold Demsetz. Secondo questa teoria, l’esistenza dei diritti di proprietà e la disponibilità di una loro perfetta ed oggettiva definizione costituiscono i fattori che consentono di massimizzare la convenienza della persone a “vivere insieme”, per svolgere tutta l’attività utile al perseguimento dei loro progetti di vita, attraverso il meccanismo di produzione, di scambio o di fruizione diretta dei beni acquisiti.

In questa prospettiva, l’elemento che giustifica la proprietà non è tanto il valore del bene in sé e la possibilità di una sua illimitata ed arbitraria utilizzazione, quanto l’insieme delle regole che ne sottendono la fruizione; il bene, perciò, è svuotato del suo mero significato di oggetto, per dare rilievo alle modalità con cui i costi ed i benefici connessi alle decisioni d’uso sono suddivisi. In questo contesto, la proprietà privata è distinta da quella comune, proprio per il diverso grado di disponibilità a titolo individuale dei beni che ne costituiscono il contenuto.

Gli stravolgimenti provocati sul piano economico e su quello sociale dalla crisi in atto giustificano la necessità che nel Paese siano meglio definiti i diritti di proprietà; in particolare, giustificano un ripensamento della politica sinora attuata, per pure esigenza “di cassa” del settore pubblico, nel privatizzare i beni di proprietà pubblica. Tutto ciò, al fine di pervenire ad una nuova disciplina dei diritti di proprietà, che ponga rimedio a tutte le conseguenze negative originate da una loro “cattiva definizione” ed a quelle di una loro ancora “più cattiva gestione”; ma anche per costituire un patrimonio collettivo da trasformare in un fondo capitale utilizzabile per finanziare il reddito di cittadinanza, grazie ai proventi derivanti dalla vendita dei servizi del patrimonio comune. È utopistico questo progetto? No! È considerato tale solo da chi, non disinteressatamente, ha convenienza a conservare diritti proprietari che “sclerotizzano” il sistema, al punto da impedirgli ormai di fare fronte, non solo a crisi strutturali come quella attuale da cui non riesce ad uscire, ma anche a semplici crisi momentanee di tipo congiunturale.

Gianfranco Sabattini

2/continua
L’articolo precedente “‘Reddito di cittadinanza’? Meglio il ‘dividendo sociale’ “ è uscito il 26/3/2014

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