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Opinioni e commenti
 

Jobs Act: bastano incentivi
o occorre creare domanda?
Pubblicato il 05-03-2014


Jobs act-RenziGli indirizzi del governo Renzi sulla questione lavoro, riassunti nella cartella “Jobs Act”, non differiscono sostanzialmente, nella qualità e nella logica, da quelli dei precedenti governi. Se mai, c’è da osservare una maggior determinazione, dovuta anche alla consapevolezza dell’aggravarsi della situazione occupazionale.

C’è anche da temere che, pur in presenza di un andamento positivo delle esportazioni, e pur essendo probabilmente arrivati al fondo del ramo discendente della curva, quello ascendente stenta ancora ad avviarsi. E che le imprese (o almeno quelle che hanno resistito meglio alla crisi), probabilmente faranno fronte all’eventuale nuova domanda, almeno in una prima fase, più con l’incremento delle ore lavorate pro-capite e con lavoro a termine che con lavoro a tempo indeterminato; ed in una seconda fase, quando la ripresa abbia iniziato a consolidarsi, più con investimenti in macchinari ed automazione, che con nuovo lavoro.

Altro elemento di novità che è possibile cogliere nello “Jobs Act” è l’indicazione di obbiettivi di politica industriale data dall’elencazione di sette aree di priorità su cui orientare gli sforzi; il che, però, per il momento si limita ad una pura enunciazione. Che di politiche industriali vi sia bisogno, è un dato di fatto: ma, per non confondere le idee, chiamiamole allora col loro nome, quello di programmazione.

In Italia, negli ultimi venti anni si è fatta della deindustrializzazione un mito culturale, come se fosse possibile per un’economia di 60 milioni di abitanti, sostanzialmente priva di materie prime, deficitaria sul piano agricolo, fondarsi sulla terziarizzazione e sulla produzione di beni e servizi non primari. E quindi, il fatto che ci si cominci a render conto che occorre sostenere quei settori in cui vi siano maggiori prospettive di sviluppo non è affatto un male. Piuttosto, la genericità delle indicazioni, delle quali solo tre riguardano attività di carattere industriale, lascia pensare che tale consapevolezza non sia ancora ben radicata.

In buona sostanza, gli interventi proposti ricadono in cinque categorie:

A: Interventi normativi e di razionalizzazione di norme, strutture e procedure:

–          Agenzia Unica Federale per la gestione di formazione ed erogazione degli ammortizzatori sociali;

–          Controlli e rendicontazione per le spese della formazione professionale (500-600 milioni/anno).

–          Trasparenza online di entrate ed uscite delle Pubbliche Amministrazioni.

–          Nuovo Codice del Lavoro (entro otto mesi) e nuove norme per i neoassunti, prevedendo il congelamento dell’Art.18 per i primi tre anni di lavoro, e la riduzione delle molte tipologie contrattuali.

–          Legge sulla rappresentatività sindacale.

–          Rappresentanti dei lavoratori nei CdA delle aziende più grandi.

B:  Estensione dei meccanismi di protezione sociale:

–          Aiuto di disoccupazione a tutti, a decrescere nel corso del periodo di durata del sussidio (due anni per i lavoratori dipendenti, 6 mesi per gli atipici), con l’obbligo di seguire corsi di formazione e di non rifiutare offerte di lavoro migliorative di oltre i 20% rispetto al trattamento d disoccupazione. Per contro, flessibilità per i primi tre anni. Costo: a quanto pare, circa 9,5-10 miliardi, da reperire per 7,1 miliardi da quanto già stanziato con la riforma Fornero, e per il resto dagli attuali ammortizzatori sociali in deroga.

–          Piano “garanzia giovani”: 1,5 miliardi di provenienza europea per offerte lavorative o formative ai giovani dopo la scuola o in caso di disoccupazione (cosa peraltro ereditata dal precedente governo).

C:  Interventi a sostegno dei redditi da lavoro dipendente.

–          La parte del taglio del cuneo fiscale destinata al lavoro.

D: Interventi di riduzione del costo del lavoro ed a sostegno delle imprese:

–          La restante parte del taglio del cuneo fiscale.

–          La riduzione dell’IRAP (si parla del 10%: circa 2 miliardi).

–          E, impropriamente, in quanto si tratta di un’azione di pura decenza, e comunque “una tantum”, il pagamento per intero dei debiti delle P.A. (circa 60 miliardi).

E: interventi a sostegno della domanda:

–          Piano-casa ed edilizia scolastica, peraltro non definiti.

A tutto ciò dovrebbero aggiungersi:

–        La riduzione dei costi dell’energia elettrica per le aziende, riducendo in compenso gli sconti per le forniture interrompibili: la bolletta elettrica complessiva che l’industria italiana paga non cambierebbe: si avrebbe si avrebbe una modestissima riduzione del costo per imprese piccole e medie, compensato da un più sensibile aggravio per alcune imprese, prevalentemente di grandi dimensioni.

–        E, come visto, l’individuazione di sette aree di interventi di politiche industriali (cultura, turismo, agricoltura e cibo; il Made in Italy: moda, artigianato; tecnologie informazione e comunicazione; greeneconomy; nuovo welfare; edilizia; manifattura).

C’è però da rilevare che di alcune di queste misure non sono ancora chiare le dimensioni: ciò vale in particolare per il taglio dell’IRAP e per la riduzione del cuneo fiscale. Altre, sono semplici enunciazioni, delle quali sono oscure, oltre che le dimensioni, anche la natura (piano-casa ed edilizia scolastica).

E, non ultima questione, è ancora tutta da definire la parte del taglio del cuneo fiscale spettante alle imprese e quella spettante al lavoro dipendente: cosa che non è di poco conto.

Resta poi nebulosa la questione delle coperture che, compresa la restituzione dei debiti delle P.A., dovrebbero avvicinarsi ai 90 miliardi. Di questi, a quanto pare, ne sono stati individuati circa 10, costituiti dalle somme attualmente stanziate per la legge Fornero e per la Cassa Integrazione in deroga. Per il resto, si è parlato di “spending revue”, di accordo con la Svizzera, di aumento della tassazione delle rendite finanziarie (compresi o no i titoli di Stato?). E, proprio a questo proposito, arrivati i primo distinguo e caveat da parte di Alfano, è facile supporre che si stia brancolando nel buio.

Ma il piatto forte delle coperture è, per non aumentare il debito pubblico, l’utilizzo delle disponibilità della Cassa Depositi e Prestiti (cioè del risparmio postale) come sostegno (sotto la forma di prestiti a lunga scadenza garantiti dallo Stato) alle pubbliche amministrazioni debitrici per render possibile alle banche lo sconto dei crediti delle imprese. Dimenticando però che ciò rischia di prosciugare un’Istituzione che ha ben altri fini, anche in termini statutari, che quello di ovviare alle inadempienze della Pubblica Amministrazione.

Ma non avevamo sentito cose simili ai tempi della finanza creativa di Tremonti?

In tutto ciò, è del tutto evidente che a Confindustria interessa ben poco dello Jobs Act, fatto salvo tutto ciò che si traduca in beneficio immediato per le imprese: e cioè prima di tutto l’abbattimento dell’IRAP ed il pagamento dei debiti pregressi, e molto meno la riduzione del cuneo fiscale.

E Marchionne, con brutale chiarezza, ha dichiarato che le scelte del gruppo da lui diretto non saranno in alcun modo influenzate dallo Jobs Act, pur apprezzandolo e ritenendolo utile.

Perché qui vien fuori il limite di un corpus di provvedimenti che trova una sua organicità nell’essere incentrato essenzialmente sul fronte degli incentivi e dell’assicurare un minimo di protezione sociale. Intendiamoci, non che incentivare l’occupazione sia un fatto dannoso. Ma una politica fondata sugli incentivi e sulla rimozione degli elementi di rigidità del mercato del lavoro non è di per sé sufficiente a creare nuova occupazione in una fase in cui la ripresa non sia ancora avviata. Non c’è infatti incentivo al mondo che possa convincere un’impresa ad assumere un dipendente se questa non ritenga di averne bisogno: se cioè non debba incrementare la produzione, o se non debba avviare nuove produzioni per le quali non abbia già disponibili adeguate risorse interne.

In una fase di perdurante stagnazione, tuttora caratterizzata, ad andar bene, da incrementi dello zero virgola, non si crea nuova occupazione se non si manifesta nuova domanda, quale che essa sia: estera, o interna, a sua volta ripartita in consumi, investimenti privati, investimenti pubblici.

Ma la domanda estera, non essendo più praticabili il dumping monetario e le svalutazioni competitive, può dipendere solo dall’andamento globale dell’economia, che noi non controlliamo; e, per quanto riguarda i fattori che noi controlliamo, solo dalla nostra competitività e qualità in termini di innovazione di processo e di prodotto: cioè da fattori che, pur correttamente impostati, hanno effetti che si misurano nell’arco di anni e non di mesi, e che richiederebbero l’adeguare la formazione e la ricerca di base ed applicata.

In quanto alla domanda interna, i dati sui consumi delle famiglie dicono tutto: ed il cane si morde la coda.

I consumi sono bassi perché il Paese si è impoverito e la curva della distribuzione della ricchezza si è ristretta al vertice ed allargata al centro ed alla base, in un processo redistributivo alla rovescia. I consumi non potranno aumentare se non in presenza di nuova occupazione e del conseguente maggior reddito delle famiglie; ed anche il trasferimento di parte del cuneo fiscale al lavoro dipendente, oltre che riguardare unicamente quelli che il lavoro ce l’hanno, e non coloro che ne sono privi, finirà probabilmente, almeno nell’immediato, con il consentire a costoro di ridurre debiti e pendenze, e non di incrementare i consumi. In altre parole, non si può rimuovere un effetto quando la causa ne è l’effetto stesso.

Analoga cosa può dirsi per gli investimenti privati: questi non aumenteranno sinchè non si venga a creare nuova domanda di produzione; le disponibiltà che si creeranno per via dei provvedimenti previsti dallo Jobs Act e del pagamento dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni, avranno sicuramente effetti positivi, ma non risolutivi: aiuteranno imprese in difficoltà a sopravvivere, a far fronte a debiti con le Banche, con il Fisco, con i fornitori; ma una vera ripresa degli investimenti privati si avrà solo con il rimettersi in marcia dell’economia.

Se dunque si vuole una ripresa rapida dell’economia, e quindi, dell’occupazione, occorre metter mano agli investimenti pubblici. Dei quali, peraltro, viste le nostre arretratezze in fatto di infrastrutture di tutti i generi, di sicurezza del territorio, di dotazioni per la ricerca e la cultura, di ambiente, c’è un gran bisogno.

Ma ciò comporta pianificazione, realizzazioni in tempi certi, costi altrettanto certi e procedure di appalto trasparenti. E ciò comporta, soprattutto, reperimento di risorse adeguate. Non credendo, nonostante la guasconeria di Renzi  cosa facile l’ottenere la deroga dal parametro del 3% per gli investimenti (e, in ogni caso, resta l’enorme debito pubblico a scoraggiare l’incremento del deficit), non resta che:

1-tagliare tutti i costi inutili ed eliminare ogni spreco.

2-valorizzare ed utilizzare meglio l’esistente patrimonio pubblico, e dismettere quello non utilizzato o non strategico, finalizzando il ricavato ad equivalente patrimonio in nuove infrastrutture o dotazioni necessarie.

3-ed infine, sostituire ad imposte fortemente recessive, quali quelle indirette e le accise e quelle sul reddito, in particolar modo sui redditi medio-bassi, un’imposta molto meno recessiva, quale un’imposta patrimoniale, in quanto non colpisce la formazione di nuovo reddito, ma colpisce invece i redditi accumulati, sovente in elusione.

Altro ancora vi sarebbe da dire, ad iniziare dal balzello che pesa sulla nostra economia per via di corruzione, evasione ed elusione fiscale, attività criminali, attività in nero, rendite di posizione da monopolio ed oligopolio in settori chiave, quali assicurazioni, banche, comunicazioni, energia, trasporti. Un’intero sistema economico parallelo, fondato in parte sull’illegalità, ed in parte su rendite di posizione, grava su famiglie ed imprese e, oltre che offendere le persone oneste, ne soffoca i diritti e le possibilità di competere.

Ma, in conclusione, e limitandoci alle proposte contenute nello Jobs Act, pur considerandone non inutile l’impianto, è da ritenere che questo potrà manifestare effetti nel senso di irrobustire la ripresa e la conseguente domanda di lavoro, ma solo dopo che questa abbia avuto inizio. Perché ciò avvenga rapidamente, occorre avviare una ripresa endogena e non attendere quella esogena.

Gim Cassano

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