domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La sfida della democrazia
tra promesse e realtà
Pubblicato il 14-03-2014


Cittadini-democraziaLa “Repubblica” del 23 febbraio riporta l’intervista che Anais Ginori ha fatto a Dominique Schnapper, a proposito del suo recente libro “L’Esprit Démocratique des Lois”; nell’intervista, l’autrice, che è figlia di Raymond Aron, afferma che la democrazia non è in grado di proteggere se stessa da una sorta di fondamentalismo democratico che si sta affermando, o che si è affermato, nei sistemi a democrazia avanzata; con questa forma di fondamentalismo, “il cittadino si comporta più che altro da individuo, trasformando in vizi privati le pubbliche virtù”. Le democrazie, dopo aver sostituito ogni forma di totalitarismo, stanno quindi lentamente correndo il rischio di essere vittime del proprio successo, a causa delle smisurate ambizioni interiorizzate dall’homo democraticus. Se non vengono tenute a freno le pretese fondamentaliste, la libertà e la tolleranza, delle quali si sono sempre nutrite le democrazie possono corrompersi irreversibilmente, con grave pregiudizio per le stesse democrazie.

La Schnapper non intende la corruzione come tradimento della forma di “governo repubblicano” Oggi – afferma la sociologa e filosofa francese – il fondamentalismo dell’homo democraticus spinge i singoli individui a rifiutare regole e limiti, alimentando “un desiderio illimitato di benessere e protezione materiale, sociale, morale” e provocando la perversione dell’originario sentimento di cittadinanza. In conseguenza di ciò, lo Stato sociale è progressivamente condannato a non riuscire a soddisfare le crescenti richieste dei liberi cittadini, trasformandosi in fonte di frustrazioni e di umiliazione, sino a favorire il consolidamento di “uno scarto strutturale tra aspettative e realtà della democrazia sociale”.

Lo scarto tende a causare una sostituzione delle regole e delle istituzioni, sulle quali si è conservata tradizionalmente la democrazia, con gli individui che, ponendo al centro la propria sovranità, pretendono di scegliere regole e istituzioni alle quali sottoporsi, sovvertendo così un processo che nel tempo ha visto gli uomini democratici, prima abolire le regole imposte dalla volontà divina, poi rifiutare quelle imposte dalla natura ed ora contestare quelle tradizionali ereditate dalle generazioni precedenti.

Questo processo implica, per la Schnapper, una trasformazione radicale della democrazia, nel senso che questa tende a basarsi “su una comunità di individui” priva della necessaria unicità della “visione del mondo”, costituente l’unica forma di trascendenza della democrazia repubblicana, della quale la democrazia stessa ha bisogno per potersi conservare. La società democratica è sicuramente imperfetta; fatto, questo, che legittima ogni forma di contestazione, a patto che essa sia rivolta però verso le decisioni politiche e le persone che le assumono, ma non verso le istituzioni. La democrazia, perciò, proprio per i suoi limiti, per potersi conservare deve, sì rimanere “aperta”, a patto però che sia “chiusa” rispetto alle pretese fondamentaliste; ciò significa che gli uomini democratici “devono battersi per difendere lo spirito originale delle democrazia, nei suoi valori ‘regolati’ e non ‘estremi’”; a tal fine, secondo la Schnapper, risulta decisivo l’abbandono dell’illusione che l’“uguaglianza politica, sancita dalla democrazia, si possa trasformare in uguaglianza materiale”.

La tesi della studiosa francese non è nuova; alcuni anni fa, Reset ha ospitato un forum i cui partecipanti hanno discusso un’affermazione di Ernst-Wolfang Böckenförde, autorevole giuspubblicista tedesco, secondo cui lo Stato democratico vivrebbe di promesse che non sarebbe in grado di soddisfare, per via della libertà che esso si prefigge di garantire a tutti. La contraddizione darebbe perciò origine al seguente dilemma: da un lato, lo Stato democratico può conservarsi solo se la libertà garantita è regolata da un ethos morale comune a tutti i cittadini; dall’altro lato, lo stesso Stato democratico non è in grado di garantire la conservazione della coesione sociale, in quanto privo della necessaria omogeneità etica, della quale si è liberato con la fine delle guerre di religione.

Quale risposta può dare lo Stato democratico al problema del presunto deficit etico? Al forum, tra gli altri, partecipavano Bruce Ackerman, docente di diritto e scienza della politica alla Yale University, che ha fornito la risposta più convincente. Per il politologo americano, a livello individuale la democrazia garantisce a ciascun soggetto la libertà di accogliere o di rigettare l’autorità di qualsivoglia visione comune del mondo; mentre a livello di sfera pubblica essa assicura ad ognuno la possibilità di essere portatore di una considerazione profondamente diversa dell’autorità della tradizione. In tal modo, è giustificata un’organizzazione del sistema sociale sulla base di una pluralità di visioni del mondo; pluralità che, come si sa, costituisce il sale della democrazia.

In questo modo, Ackerman, ha riproposto la validità delle elaborazioni più moderne della democrazia, le quali sottolineano come quest’ultima possa conservarsi solo se sono inverate ogni giorno le ragioni della propria sopravvivenza. Tutto ciò è possibile, per il pensiero democratico moderno – quale, ad esempio, quello di John Rawls – quando sia assicurata nel tempo una giustizia distributiva coniugata al miglioramento delle condizioni di chi sta peggio. Ecco, questa è la condizione perché, pur in presenza di una diversità valoriale, possa essere garantito al sistema sociale l’ethos necessario per la conservazione della democrazia nella coesione e nella stabilità. È questa la condizione necessaria e sufficiente perché sia impedito il formarsi di quello “scarto strutturale” tra aspettative e realtà della democrazia sociale, che per la Schnapper è la causa del crescente processo corrosivo cui sono esposte le moderne democrazie avanzate.

Gianfranco Sabattini

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