mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Le dure repliche della storia
Pubblicato il 22-03-2014


La politica italiana del nostro tempo richiama alla memoria l’antica Repubblica di Roma. Come nella teoria dei corsi e ricorsi storici di Giovanbattista Vico, a Roma non esistevano partiti in senso moderno; la lotta politica, fondata sulla dialettica tra optimates e populares, era tra persone e famiglie per la gestione del potere. Paradigmatico al riguardo lo scontro tra la fazione di Cicerone e quella di Catillina, descritto da Sallustio nel De Coniuratione Catilinae, in particolare dove si afferma: “è da tempo che abbiamo perduto il vero significato delle parole: poiché profondere i beni altrui lo chiamano liberalità; l’audacia nel male è detta forza d’animo, per questo lo Stato è allo sfascio”.

E’ difficile non vedere un’analogia con i tempi odierni della politica in Italia, in cui i venti anni della cosiddetta “Seconda Repubblica” hanno distrutto la bella tradizione basata sulle ideologie, sulla rappresentanza di ceti e classi sociali, su forti tratti identitari, con partiti e leader politici che animavano speranze e utopie, con l’eliminazione dalla scena dei partiti di massa, quale strumento di selezione del ceto politico e di rappresentanza popolare tipico delle grandi democrazie europee del ‘900.

Al posto dei partiti, ma anche di sindacati, amministrazioni locali e associazioni degli interessi collettivi, il terreno di reclutamento della nuova classe dirigente è stato la cosiddetta “società civile”, con modalità che, però, hanno riecheggiato le teorie elitistiche, marginalizzando la volontà popolare e producendo le cosiddette “minoranze governanti”, che hanno utilizzano i termini di riformismo, liberismo, federalismo, popolarismo e, in particolare, liberaldemocrazia, per le più disparate operazioni politiche, sovente caratterizzate dall’italico trasformismo.

Il risultato è stato la cancellazione dei partiti quale canale non classista per consentire la partecipazione democratica e la loro sostituzione con formazioni politiche che somigliano sempre più ai circoli elettorali del vecchio Stato liberale prefascista. Max Weber sosteneva l’idea della “politica per professione” e non “di professione”, intendendo l’impegno pubblico come occasione per sostenere idee e programmi, come descritto nel libro Parlamento e governo: “un capo politico non aspira alla carica e al suo stipendio pensionabile e nemmeno all’esercizio, il più possibile libero da controlli, di una competenza ufficiale (…) ma a un potere politicamente responsabile”.

Siamo ormai, nella fase più patologica di quel fenomeno della “privatizzazione della politica”, di tipica matrice statunitense, che ha pervaso tutti sistemi democratici occidentali. I partiti e la politica rappresentativa sono stati del tutto delegittimati, anche a causa di ceti dirigenti scadenti e predatori, creati dai mass media e da costose macchine di un potere autoreferenziale, e al loro posto le decisioni vengono assunte dalle tecnocrazie economiche e del diritto, nel nome del primato del mercato e della finanza. Il “Turbocapitalismo” che sta alla base della globalizzazione ha generato un “moderno autoritarismo”, in cui le decisioni politiche e l’interesse pubblico sono subordinati alle esigenze di un capitalismo finanziarizzato ed ai rigori in materia di bilanci statali e di circolazione della moneta: come non definire “autoritario” il comportamento della cosiddetta “Troika” (Fondo Monetario, Banca centrale europea e Unione europea egemonizzata dal “IV Reich” tedesco della Merkel) in Grecia e in Europa?

Attenzione però, che un popolo sempre più oppresso sul piano sociale ed economico e senza rappresentanza politica, può provocare quelle che Marx, citando Hegel, chiamava “le dure repliche della Storia”.

Maurizio Ballistreri

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