domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Italia nel vicolo cieco del debito pubblico
Pubblicato il 18-03-2014


Italia-debito-pubblicoIn un saggio recente, Luca Ciarrocca, direttore e fondatore di Wall Street Italia, sito indipendente di economia, finanza e politica, narra in “I padroni del mondo”, con dovizia di informazioni, oltre che delle cause della crisi che dal 2008 ha colpito l’economia mondiale, del formarsi di un “blocco di potere finanziario” mondiale che l’ha determinata e che la crisi stessa, anziché provocarne il ridimensionamento, ha ulteriormente potenziato; infine, l’autore illustra un progetto di riforma del capitalismo finanziario, quale quello sostenuto dal movimento “Positive Money”. Nella prospettiva dell’attuazione di tale progetto nel lungo periodo, Ciarrocca suggerisce per l’Italia, nell’immediato, un’opzione” per uscire dalla crisi nella quale il Paese è “incagliato”, che merita d’essere considerata; ciò perché tale opzione esprime un’alternativa conveniente a quella che oggi sembra trovare maggiore consenso presso molti analisti e che è fondata sull’ottenimento dall’Europa della possibilità di cancellare parzialmente il debito pubblico, in luogo di una maggiore flessibilità dei parametri di Maastricht; è facile desumerne il motivo dalla narrazione delle vicende economiche mondiali di questi ultimi anni che Ciarrocca ne fa nel suo saggio.

Nel settembre del 2008 è scoppiata la crisi globale, causata dalla bolla speculativa del mercato immobiliare americano dei prestiti sub-prime, crisi che ha determinato, come mai era avvenuto in passato, una fuga di capitali dai depositi delle banche americane, dopo il crollo della borsa e il fallimento della Lehman Brothers. Al fine di evitare il peggio, i responsabili delle maggiori banche degli USA, i famosi “bankster” (termine coniato negli Stati Uniti all’epoca della Grande Depressione, ma riemerso a partire dal 2008 nell’uso corrente nei mass-media, sempre con la stessa connotazione negativa ricavata dall’unione “sincopata” di due sostantivi), hanno “deciso” di vendere le azioni delle rispettive banche al governo degli USA. In tal modo le banche, sottratte al fallimento, hanno dato origine a un super network di mercanti del denaro contrassegnato dall’acronimo “TBTF” (To Big To Fail), da molti considerato un “mostro finanziario” che, dopo il salvataggio, ha continuato a fare danni dei quali il mondo intero paga le conseguenze; un moloch che ha fatto strame del libero mercato, per cui meglio sarebbe stato far collassare l’insieme delle banche che lo costituiscono, anziché salvarle e dotarle di un potere, grazie al quale i bankster continuano ora a prosperare, mentre gran parte dei popoli destinatari degli effetti delle loro strategie finanziarie soffre.

Ciò che viene criticato è il fatto che si sia deciso di salvare delle banche che, per il rischio sistemico che esse rappresentavano riguardante la stabilità economica mondiale e che ancora rappresentano, sarebbe stato meglio fossero state messe fuori mercato. Per fare fronte a tale tipo di rischio, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) ha messo a punto un nuovo sistema di regole, denominato Basilea 3 (chiamato così perché la BRI ha sede a Basilea e contrassegnato dal numero 3 perché fa seguito a sistemi di regole precedentemente adottati). L’obiettivo di Basilea 3 è quello di innalzare il rapporto minimo tra il capitale delle banche e i loro attivi, espressi dai capitali ceduti in prestito, ma anche quello di individuare le banche più grandi di importanza sistemica per il mercato finanziario mondiale (le cosiddette “SIFI”, ovvero le Systemically Important Financial Institutions), per tenerle continuamente sotto controllo.

Tuttavia, Basilea 3 presenta un “buco nero”, in quanto le nuove regole non coprono il “sistema bancario ombra”, che gestisce circa un terzo dei capitali in circolazione nel mondo al di fuori di qualsiasi regolamentazione; quest’ultimo include una serie di attività d’investimento, la più importante delle quali è nota col nome di “SIV” (Structural Investment Vehicle), la cui strategia consiste nel raccogliere denaro mediante l’emissione di titoli a breve termine a bassi tassi d’interesse, per prestarlo tramite l’acquisto di titoli a lungo termine a tassi d’interesse più elevati.

L’espansione abnorme dei mercati finanziari, solo parzialmente regolati, ha favorito una crescente interconnessione tra essi e il mondo della politica, che a volte ha trasformato i loro gestori in protagonisti delle decisioni politiche assunte all’interno dei singoli Paesi integrati nell’economia mondiale, come si è verificato ad esempio in Italia, allorché nel 2011 l’attacco effettuato ai suoi danni tramite vendite di titoli del debito pubblico da parte di alcuni intermediari finanziari è valso a confermare che i bankster e le rispettive organizzazioni finanziarie riescono a sostituirsi, senza essere ostacolati, ai parlamenti nazionali.

La situazione esistente oggi e il pericolo sistemico che grava sulle condizioni di vita dei popoli legittimano perciò la domanda – che si pone, ad esempio, l’economista anarco-capitalista Murray Newton Rothbard – perché mai i cittadini del mondo che lottano per sopravvivere debbano essere condizionati dai debiti creati da un’élite al potere che li ha contratti a loro spese. È una domanda-provocazione – osserva Ciarrocca -, ma poiché solleva un problema reale, essa dovrebbe fare aprire gli occhi a tutti, soprattutto se i cittadini, anziché essere per lo più “sobillati” dai mass-media a fuoriuscire dall’eurozona, fossero messi al corrente che la crisi del debito pubblico in Europa è ancora un pericolo effettivo, dal momento che rispetto al periodo precedente, il 2008, nulla è cambiato. Infatti, il debito pubblico dei Paesi “a rischio”, come l’Italia, continua e continuerà a crescere ancora di più, soprattutto se il Paese riuscirà ad ottenere una maggior flessibilità dei parametri di Maastricht per realizzare le riforme strutturali delle quali ha bisogno e per rilanciare la domanda aggregata. Anche in presenza di un tasso di crescita maggiore rispetto a quello previsto, il maggior debito continuerà a conservare l’Italia in un perenne stato di pericolo, a causa della sua crescente posizione debitoria sull’estero.

Non è facile, osserva Ciarrocca, suggerire la realizzazione di un sistema economico alternativo che possa sostituire quello in vigore; ciò non toglie però che il capitalismo finanziario costituisca un seria minaccia alla stabilità della vita economica e sociale del Paese e, proprio per questo, sia necessario introdurre “meccanismi” di controllo che possano consentire di impedire gli abusi ed i “rischi sistemici” derivanti da bankster che continuano a destabilizzare il mondo con la connivenza e spesso l’appoggio del mondo della politica. Ciò di cui ci si dovrebbe rendere conto è che il modo di funzionare delle capitalismo ha bisogno di una “distruzione creatrice”, nel senso schumpeteriano; questa potrebbe assumere, secondo Ciarrocca, la forma della cancellazione del debito; ma quest’ipotesi è possibile e desiderabile, oltre che attuabile?

L’ipotesi è avallata dal premio Nobel per l’economia Gary Backer, se essa riproponesse quella messa in atto in occasione del default della Grecia, cioè prendesse la forma di una svalutazione dei titoli di debito dei Paesi più indebitati. Ciò eviterebbe, secondo Backer, ai Paesi interessati di perdere la possibilità di accedere a nuovo credito, come avverrebbe se la cancellazione fosse unilaterale e totale; se ciò accadesse, nessuno sarebbe disposto, successivamente, a concedere ulteriore credito.

Per Ciarrocca, tuttavia, nel lungo periodo, il sistema dei mercati finanziari a livello mondiale dovrebbe essere “aggiustato” attraverso il ridimensionamento del capitalismo finanziario, secondo le linee riformatrici sostenute dal movimento “Positive Money; a tale scopo, sarebbe necessario un piano concreto di riforme con cui assicurare, da un lato, il funzionamento dell’economia mondiale, senza che nessuno sia più schiavo delle decisioni dei bankster; dall’altro lato, la sottrazione alle banche del potere di creare denaro, per affidarlo ad un organismo pubblico indipendente e ben sorvegliato. Ciò comporterebbe la possibilità di trattare la banca alla stessa stregua di una qualsiasi altra impresa e di privare i bankster del “privilegio medievale” d’essere un’oligarchia dotata di un potere del tutto ingiustificato.

Al di là della proposta di Positive Money, la tesi suggerita da Backer di privilegiare la cancellazione del debito in luogo di un maggiore indebitamento ottenuto grazie alla concessione di una maggiore flessibilità dei parametri di Maastricht, non è peregrina. Nel caso dell’Italia, un aumento del debito, sia pure destinato a rilanciare la crescita dell’economia nazionale, continuerebbe a conservare il Paese esposto agli effetti di shock monetari esterni, dal momento che nulla sembra essere cambiato, soprattutto riguardo alle modalità di funzionamento dei mercati finanziari. Il maggior debito, inoltre, comporterebbe l’onere del pagamento di interessi più rilevanti, che varrebbero solo a sottrarre risorse vitali per riproporre su basi strutturali realmente nuove il sistema economico e sociale.

Gianfranco Sabattini

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