giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’uccellino di Twitter nella gabbia di Erdogan
Pubblicato il 22-03-2014


Erdogan_blocca_twitterIl premier turco Erdogan è indagato per corruzione e alcune telefonate intercettate sono state pubblicate sul social network Twitter. L’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione turca ha oscurato Twitter allo scopo di salvaguardare la reputazione del premier.

Il “sultano” di Ankara ha così deciso la soppressione di Twitter, incurante delle opinioni e dell’indignazione che solleverà nella comunità internazionale. La BTK, cioè l’autorità turca per le comunicazioni, ha potuto usufruire di una legge sul controllo di internet approvata il mese scorso. Le opposizioni nel Paese hanno da subito alzato la voce definendola “legge bavaglio”. Inoltre lo scandalo che ha investito Tayyip Erdogan si è esteso ad amici, politici e personalità della vita economica turca. Il premier turco ha così utilizzato delle precedenti sentenze della Procura Generale di Istanbul per bloccare Twitter e successivamente rimuovere i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Poliziotti e magistrati sono stati sollevati dai loro incarichi.

La soluzione adottata da Erdogan è la strategia più comune per cercare di non rovinare la propria credibilità: sopprimere ogni voce di dissenso o disapprovazione. Kemal Kilicdaroglu, leader dell’opposizione, ha denunciato la svolta autoritaria e ha espresso la sua convinzione di lottare contro questo “abominio della democrazia”. Il potere esecutivo ha interferito con quello giudiziario: un fatto senza precedenti nello Stato fondato da Atatürk.

A febbraio quando si sentivano già le avvisaglie di uno scandalo, il leader del partito islamico moderato aveva minacciato di oscurare e bandire Facebook e Youtube. La commissaria europea per nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter e sta pensando a delle sanzioni da applicare. Erdogan si difende asserendo di aver agito per la sicurezza dello Stato e contro il sistema di microblogging.

Tuttavia la scelta del premier turco, oltre all’opposizione, non è piaciuta neanche al presidente Abdullah Gul, appartenente allo stesso partito di Erdogan. Il dissenso all’interno di Akp (Adalet ve Kalkınma Partisi) sull’affaire Twitter potrebbe segnare una spaccatura a 10 giorni dalle elezioni amministrative turche del 30 marzo. L’agenzia Renesys, la quale monitora il traffico web, ha fatto sapere che il governo siriano ha bloccato circa 84 server per rendere impossibile la navigazione internet.

Nel bacino del Mediterraneo possiamo riscontrare un’avversione a queste forme di comunicazione istantanee. Infatti già con la Primavera Araba abbiamo assistito, in particolare nel caso della Libia di Gheddafi, la censura di internet perché dei video-amatori pubblicavano su Youtube scene di guerriglia ed esecuzioni sommarie delle forze armate regolari sui ribelli prigionieri. Spostandoci all’estremo Est troviamo il caso della Cina e le lotte di Google per evitare la censura sul web. Gli utenti cinesi di internet se digitavano nel motore di ricerca di Google parole come “libertà, Tibet indipendente, democrazia” la navigazione veniva interrotta dalle vigili autorità di Pechino.

Erdogan dovrà rendere conto a 75 milioni di cittadini turchi, i quali da ieri si sentono meno liberi.

Manuele Franzoso

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