domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Ma una Grande Bellezza
può sconfiggere la crisi?
Pubblicato il 13-03-2014


La_grande_bellezza_SorrentinoIl Servillo della “Grande bellezza”, inutile dirlo, opera in una dimensione tutta diversa da quello del “Divo”. E però ha, come lui, un ruolo assolutamente centrale e per la stessa ragione. Il suo assoluto dominio sul mondo che lo circonda deriva, infatti, dalla percezione disincantata del suo miserabile disfacimento, del girare a vuoto dei personaggi che lo popolano, tanto più falliti perché, molto spesso, inconsapevoli di esserlo. Un girare a vuoto fine a se stesso, senza gioie e senza dolori, senza catastrofi e senza possibili catarsi, sullo sfondo di una città bellissima quanto spettrale e un tantino mortuaria.

Ma ci fermiamo qui. Perché procedere oltre trasformerebbe una reazione impressionistica e a caldo in un giudizio estetico o peggio ancora morale. E perché quello che di interessa qui è di capire perché di questa “valutazione a caldo”, credetemi assai diffusa (almeno tra la gente comune), non vi sia traccia nei giudizi di politici e/o opinionisti. Dove si passa dal silenzio (imbarazzato?) alle (auto) congratulazioni senza ritegno.

Ma come: Sorrentino ci spiega che siamo alla canna del gas, anzi ce lo sbatte in faccia e nel modo più brutale e noi non abbiamo niente da dire? Anzi, peggio ancora, vediamo nell’elogio della bellezza (delle pietre, non delle persone) la via di un possibile, anzi probabile riscatto?

Per molto meno, democristiani e comunisti, ai (bei) tempi della (mai abbastanza deprecata) prima repubblica avrebbero, gli uni denunciato Sorrentino per vilipendio della nazione, gli altri condannato una pellicola in cui sono assenti il Popolo, le sue speranze e le sue lotte, mentre la giornalista Pci (alias Pds, Ds, Pd) viene, in quanto tale, ampiamente svillaneggiata. Atteggiamenti che, oggi, nessuno si sognerebbe di riproporre. Ma, per favore, risparmiateci gli entusiasmi fasulli e i reciproci attestati di benemerenza.

Miserie, anche queste, ma miserie rivelatrici. E rivelatrici di due atteggiamenti. Ambedue preoccupanti. In primo luogo, la nostra classe dirigente o meglio la “vipperia” nazionale d’ogni ordine e grado non reagisce all’azione quotidiana di discredito di cui è oggetto perché sente, nel profondo, di meritarsela. Insomma perché ha perso, nel tempo la sua autostima e la percezione di una sua qualsiasi missione. Un po’ come i nobili francesi che, tra un ballo e una ricerca di prebende alla corte di Versailles, si precipitavano a Parigi per applaudire coloro che, sulla stampa e a teatro, ne denunciavano il totale parassitismo.

Per altro verso, l’esaltazione del ruolo salvifico della bellezza (tanto più se non accompagnata da alcuna iniziativa di respiro nazionale per salvaguardarla) fa tutt’uno, assieme alla riproposizione ossessiva del genio italico nella cucina, nel design, nella moda, nel “piccolo è bello”, nel turismo, con la riscoperta della vocazione naturale del nostro paese. Insomma, rinunciamo ad ambizioni eccessive e a disegni, interni e internazionali fuori dalla nostra portata; e torniamo a essere il “Paese dove fioriscono i limoni (che entusiasmava Goethe e piace anche alla Merkel); sempre, naturalmente, che sia rimasto spazio sufficiente per piantarne di nuovi.

Alberto Benzoni

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