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Opinioni e commenti
 

Matteo balla da solo
Pubblicato il 13-03-2014


Un “cambiamento rivoluzionario” da realizzare anche a costo di rompersi “l’osso del collo”. Matteo Renzi, dopo nemmeno un mese dalla nascita del suo governo, vuole portare a casa i primi risultati. Alla Camera è riuscito a far approvare l’Italicum, il progetto di riforma elettorale basato sull’intesa con Silvio Berlusconi. Ha fatto i conti con i forti dissensi interni delle minoranze del Pd e con i contrasti apertisi con i partiti minori della maggioranza. Ma alla fine il presidente del Consiglio e segretario del Pd è riuscito, tra uno strappo e l’altro, a tagliare il traguardo a Montecitorio.

Ha avvertito: “Usando il voto segreto, qualcuno ha tentato la rivincita cercando di farmi fuori, e ha perso. La legge elettorale va ed è solo il primo passo”. Ha cantato vittoria con un twitter su internet, usando un gergo calcistico: “Possiamo cambiare l’Italia. Politica 1 – Disfattismo 0. Questa#lasvoltabuona”.

Il “rottamatore” del Pd è a caccia ad ogni costo di risultati, prima delle elezioni europee del 25 maggio. Il voto europeo è la vera prova del nove per il suo governo, la verifica del consenso elettorale. Se il “nuovo Pd” di Renzi andrà oltre il 30% dei voti, potrà vantare un successo rispetto al “vecchio partito” guidato da Bersani, arrivato al 25% alle politiche di un anno fa. Un risultato di oltre il 30% potrebbe invogliare il presidente del Consiglio e segretario del Pd a “sparigliare” cercando le elezioni politiche anticipate in tempi rapidi.

Renzi non può aspettare a lungo, altrimenti rischia di logorarsi al governo che rischia di galleggiare. L’opposizione interna, guidata dall’ex segretario Bersani e dall’ex presidente del Consiglio Letta al quale ha “staccato” la spina, da “giovani” come Fassina e Cuperlo, può diventare insidiosa in passaggi cruciali, come quando l’Italicum andrà all’esame del Senato (a Palazzo Madama le minoranze democratiche hanno la netta maggioranza dei parlamentari).

I problemi rischiano di esplodere sul tavolo del giovane “rottamatore” del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd. Servono decine di miliardi di euro per tagliare le tasse, agganciare la ripresa economica e far ripartire l’occupazione che sta franando ancora. Le coperture finanziarie per le misure pro crescita, senza mettere in discussione i paletti europei sui conti pubblici italiani, sono ancora tutte da trovare e l’impresa è difficile.

Renzi, come Berlusconi e Grillo, punta tutto sul suo carisma personale, sugli slogan, sulla sua presa su un’opinione pubblica impaurita dalla crisi e assetata di cambiamenti politici. Affascina l’lettorato di sinistra, di centro e di destra frastornato e deluso. Usa parole semplici, promesse accattivanti senza troppo entrare nei particolari dei progetti anti crisi e sulla loro praticabilità. C’è una asimmetria tra affascinanti progetti e compatibilità. Attaccava Enrico Letta perché governava con Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano, dicendo “basta inciuci” e “mai più larghe intese”. Adesso guida un esecutivo con Alfano nella maggioranza politica e con il Cavaliere in quella istituzionale per le riforme.

C’è una spiegazione. Renzi, dopo il cataclisma, che ha devastato la sinistra e il centrosinistra, “balla da solo”. O meglio “gioca da solo” in una sinistra senza più identità, programmi e leader credibili. É una sinistra fallita dopo 20 anni di slalom post comunisti all’inseguimento di conati forcaioli, improbabili metamorfosi liberaldemocratiche, continue subalternità politiche, giudiziarie e tecnocratiche (tipo quella a Mario Monti) pur di non imboccare la vera strada: una netta conversione socialdemocratica.

Leo Sansone

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Commenti all'articolo
  1. da vecchio riformista che viene dall’ex PCI dico che c’è del vero nella tua analisi: io stesso non avevo mai aderito al PD per le sue ambiguità congenite. E per questo voterò PSI alle europee. Tuttavia nella sinistra post comunista non ci sono solo le ‘brutte cose’ che tu dici Sansone: di fatto è stato un filone culturale che ha resistito al reganismo imperante per 30 anni. Negare questo sarebbe come dire che il pensiero socialista si riduce al craxismo e la socialdemocrazia europea sia ancora ferma al voto ai crediti di guerra del 1914.Carlo51 .

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