sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Moretti e i tagli,
polemiche sterili e riforme serie
Pubblicato il 28-03-2014


La polemica sullo stipendio di Moretti illustra nitidamente l’incapacità del nostro sistema pubblico, politico, imprenditoriale e dei media, di essere azionista di un’impresa pubblica. L’opinione pubblica, ignava, viene catturata da un dibattito vigliacco e surreale, sul quale ognuno riversa le proprie frustrazioni e nessuno fornisce i dati necessari per la normale discussione che in un Paese adulto e sviluppato dovrebbe riguardare il consuntivo della gestione di una grande impresa nazionale. Su questo Renzi, dopo le slide della spending review, può e deve intervenire con un’operazione chiarezza che renda a Moretti merito (se, come credo, ce l’ha) o demerito, nel caso non abbia ottemperato ai compiti assegnatigli.

A chi di noi, proprietario di un’azienda, verrebbe in mente di tagliare lo stipendio alla persona cui abbiamo concesso le chiavi della nostra fiducia a prescindere dai risultati? Come si può cioè accusare una persona, che in base a un contratto di lavoro ha svolto un incarico, quando difende la propria posizione a fronte della richiesta di un taglio lineare del compenso del 75%? Il nostro dibattito pubblico lo fa e l’unico esito possibile è una vendita totale degli asset pubblici: se non vogliamo che l’economia pubblica stia sul mercato, se non vogliamo che assuma manager di levatura e stipendio globale, se non vogliamo investire, ma preferiamo tenerci tutti gli euro sotto il materasso lo zampino dei privatizzatori sarà ben più efficace nell’inforchettare gli asset ancora pubblici.
Lo schema di ragionamento è semplice e già visto: il refrain dell’Italia che va male al di là dell’evidenza (che non viene presa in esame), il solito desiderio malato di tagliarsi un braccio per dimagrire, un dibattito schizoide che dà sui nervi alla gente che guadagna uno stipendio normale e se la prende con i treni che non arrivano in orario, un dibattito opaco che impedisce una seria discussione sulla politica dei trasporti in cui l’attività di Moretti è semplicemente quella di una pedina che esegue le direttive degli azionisti. È questo modo di condurre il dibattito il vero limite di sviluppo dell’economia pubblica e non si può non pensare male dell’ombra del solito zampino di un certo establishment ansioso di metterci le mani (Della Valle prima di fare polemica potrebbe provare a competere sui convogli pendolari invece che “fare concorrenza” dietro la profittevole tratta business Milano Roma)
Ma fin qui siamo alle solite chiacchiere: a conti fatti, ciò che si chiede ora al premier è di bypassare con la scafata noncuranza la sterile polemica quotidiana e avviare un nuovo modello di governance
pubblica. Si preparino le slide sulla politica dei trasporti e si consenta un dibattito pubblico serio sulla gestione: scommetto che l’esito sarebbe che scopriremmo finalmente che i treni italiani sono a livello europeo e se trovassimo qualche baco sarebbe dunque possibile correggerlo e misurare il prossimo mandato per le cose che avrà o non avrà realizzato. Se questa sarà l’occasione per individuare un metodo trasparente da applicare a tutte le nomine in scadenza, altro che riforme sarebbe una rivoluzione!, quest’ultima polemica non sarà stata invano.
Altrimenti si dica quale altra strada imboccare per condurre la sfida del Governo riformista.
Tobia Desalvo

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