domenica, 22 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

PSE e i problemi di un secolo fa
Pubblicato il 19-03-2014


La politica, come del resto la vita, è un susseguirsi di paradossi e di sorprese. Quella italiana rasenta spesso l’assurdità. Eppure riesce a trovare sempre un senso, una spiegazione, una giustificazione. Si parla spesso dell’anomalia storica rappresentata da una democrazia ancora incompiuta, lontana dalle abitudini europee che, tranne casi simili al nostro come quello del Belgio, prevedono governi di legislatura, leader legittimati dal voto, maggioranze stabili o almeno ben definite, schieramenti univoci che fanno riferimento alle grandi famiglie politiche del Continente.

Pure i populismi e i nazionalismi hanno una chiara fisionomia, mentre le rivendicazioni autonomistiche o separatiste, dalla Scozia alla Catalogna, hanno un retaggio storico, una propria dignità e non assomigliano per nulla alle arlecchinate di Grillo o alle sparate della Lega. Sembra però che qualcosa si stia muovendo anche da noi seppur tra mille contraddizioni, da non sottovalutare. Il Partito Democratico entra definitivamente nel PSE, partito del socialismo europeo. È Matteo Renzi, segretario, sindaco e premier, a compiere l’ultimo miglio in questa direzione: ricordiamo gli annosi dibattiti che hanno diviso “il principale partito della sinistra italiana”, come usava dire D’Alema. Adesso arriva Renzi e chiude la partita, tessendo le lodi del radioso futuro che attende il partito in questa nuova collocazione: da notare che nel suo discorso a Roma, durante il congresso del PSE, Renzi – inevitabilmente dal suo punto di vista, ma smarcandosi dagli altri leader presenti – non ha mai detto “noi socialisti” quanto piuttosto “insieme con i socialisti…”.

Una differenza non di poco conto che sottolinea una diversità congenita e manifesta ancora una volta l’anomalia italiana. Chi come me, purtroppo o per fortuna, ha acquisito una lunga memoria storica di battaglie socialiste, vive con sentimenti agrodolci questa svolta. Abbiamo lavorato per decenni, spesso da posizioni minoritarie, restando socialisti anche quando in Italia non si poteva quasi pronunciare la parola socialista, mantenendo fermi i nostri ideali: ora è un Renzi qualsiasi, venuto da chissà dove, immemore non tanto per l’età anagrafica quanto per il suo stile giovanilista, a fare quello che volevamo, di ancorare cioè al PSE una grande forza politica dell’area democratica e progressista. Noi siamo stati sempre fedeli a questi valori – equità, uguaglianza delle opportunità, primato del lavoro -, altri sono venuti dopo, anche se ora sono loro ad essere sotto i riflettori.

Recriminare su quello che non è stato sarebbe inutile ed ozioso. Occorre guardare al futuro. Il tempo presente e prossimo ci parla di grandissime sfide per l’Europa. A 100 anni dallo scoppio della Grande Guerra, le questioni di allora sembrano riproporsi: il risorgere del nazionalismo, la crisi dell’internazionalismo (oggi incarnato nella sfiducia verso le istituzioni comunitarie), il rapporto con l’Est. A ciò si assomma una congiuntura economica alquanto sfavorevole, con la messa in discussione di molti diritti acquisiti dai lavoratori. Come si risponde a tutto questo? Un tempo si diceva “o socialismo o barbarie”, oggi potremmo dire “o democrazia o barbarie”. Ma democrazia vera, ossia capacità dell’individuo di realizzare i propri progetti di vita e di partecipare attivamente al progresso della collettività.

Il manifesto del PSE, approvato nel congresso di Roma sabato primo marzo, parla proprio di questo, declinandolo in dieci punti. Si parte dal lavoro impegnandosi per la creazione di reale e stabile occupazione, e andando oltre la centralità della finanza; si punta ad una “Europa sociale”, basata sull’istruzione, sull’inclusione, sull’effettiva tutela della cittadinanza; e poi salute, ambiente, pace e diritti umani. Insomma l’Europa come “una unione democratica di uguaglianza e di partecipazione”. Queste tematiche europee interessano al Trentino? Siamo alle prese con la vicenda invereconda e scandalosa dei vitalizi, con l’esasperazione dei cittadini al massimo livello, con una classe politica che balbetta o che cerca, qui come a Roma, collocazioni innaturali e sorprendenti. Se Dellai , non sentendosi “di cultura socialista, ma popolare “ si dice “costretto” a fare un’alleanza con il partito di Alfano per le europee, il PD deve cominciare a guardare seriamente a questa scadenza sempre più vicina. Ora i democratici trentini stanno per svolgere il Congresso provinciale. A loro vanno i nostri migliori auguri, nella consapevolezza che il giorno dopo bisognerà aprire il cantiere del PSE anche qui da noi. Ne va davvero del nostro futuro.

Alessandro Pietracci

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