venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Renzi, Marino e Roma
Pubblicato il 06-03-2014


Ovvero: tra i due litiganti il terzo soffre. Dei primi due, tra l’altro, non mette conto di parlare a lungo; perché tra loro non c’è proprio partita. Certo, per alcuni versi, Renzi e Marino si assomigliano. Hanno tutti e due un ego non da poco. E hanno, ancora, i medesimi nemici da abbattere: diciamo gli uomini, le istituzioni e le pratiche politiche ed economiche della prima repubblica. La differenza è che questa “volontà di potenza”che, nell’ex sindaco di Firenze si accompagna a un “killer instinct” sinora pressoché infallibile, rimane, nel suo confratello romano, in un ambito tra l’isterico e il declamatorio.

Renzi colpisce al momento opportuno e senza lanciare (o lasciare) proclami, Marino impugna la tromba per dichiarare guerra a questo mondo e a quell’altro; salvo a non capacitarsi del fatto che tutti gli altri reagiscano.

Ancora, Renzi si è fatto da sé mentre Marino è l’ultima invenzione di quell’artista della politica (ma sempre poi insoddisfatto delle sue creazioni e/o creature) che risponde al nome di Goffredo Bettini.

Infine, come se non bastasse, i due momentanei contendenti parlano da due pulpiti tra loro molto diversi. Il primo sta per librarsi, nella veste di ultimo possibile salvatore della patria, dalla piattaforma più alta. Il secondo parla da una sede sino a ieri osannata come punto di riferimento per l’intero Paese, ma che oggi ha perso praticamente tutto il suo prestigio. Ieri, Rutelli e Veltroni, si libravano da Roma, e grazie a Roma, verso grandi destini nazionali. Oggi possono essere considerati, bene che vada, vecchie glorie mentre il loro infelice epigono, rischia, partendo da Roma, di cadere verso il basso.

Un confronto così impari non poteva che concludersi a tutto danno del questuante di turno. Da sempre, Roma chiedeva (e spesso otteneva) soldi in nome del suo ruolo di capitale (“Roma capitale”, così insegne e divise come se non lo sapessimo già …); oggi li ha ottenuti a titolo di ultimo soccorso e con l’impegno, debitamente monitorato, di risanare i conti, e tanto per unire al danno la beffa, con il plauso entusiastico della stampa capitolina.

Segno dei tempi e dell’attuale clima politico-culturale, il plauso non riguarda solo il fine, ma anche i mezzi atti a raggiungerlo: licenziamenti (pardon, “esuberi”), privatizzazioni, chiusure, tagli radicali dei servizi offerti alla città. Il tutto in un contesto di un commissariamento di fatto.

Siamo in un contesto penitenziale in cui dobbiamo tutti espiare perché siamo tutti colpevoli. E per espiare c’è un’unica via, fare tutti dei sacrifici: l’ente locale per avere concesso al di là delle sue disponibilità; i dipendenti e i cittadini, per avere preteso troppo.

Una situazione, per la sinistra, di vera e propria crisi esistenziale. Per un verso essa comprende, anzi sente benissimo, che l’amministrare la pratica liquidazione dello stato sociale creerebbe, per lei, una situazione di vera e propria crisi esistenziale (ricordiamoci sempre che Roma è stata amministrata dalla sinistra per quindici degli ultimi vent’anni e che, dopo la parentesi Alemanno, questa è tornata al governo sia pure in un regime, appunto, commissariale. Per altro verso, non c’è stata, almeno sino ad ora, alcuna seria riflessione sulle ragioni del disastro e sulle sue responsabilità nell’averlo determinato. Una assenza di riflessione che rischia di ridurci tutti in una condizione di subalternità portandoci ad accettare, all’ingrosso, le diagnosi e le ricette della destra, salvo a contestarne l’applicazione al dettaglio.

Una riflessione di cui nessuno può pretendere di anticipare contenuti e sbocchi. Chi scrive si limita, in premessa, a formulare una ipotesi di lavoro. Diciamo a ritenere che la crisi che attualmente attraversiamo venga da lontano e che sia dovuta non già ad “eccesso di governo” quanto piuttosto alla sempre maggiore carenza del medesimo. Per dirla in chiaro, alla progressiva abdicazione del comune di fronte ai grandi interessi privati a cui è stato sostanzialmente delegato lo sviluppo della città; rispetto ai “corpi separati” (leggi, aziende comunali d’ogni tipo) liberi di muoversi secondo esigenze variamente corporative, al di fuori di qualsiasi controllo del potere politico o del mercato e, infine, delle lobby d’ogni tipo, libere di prosperare in un contesto caratterizzato dalla più totale opacità.

Un’ipotesi di lavoro. Ne sono possibili altre. Ma per affrontarle come si deve, bisognerebbe che la sinistra si decidesse ad affrontare, dal suo punto di vista, le questione della spesa pubblica e, quindi, della riforma dello Stato.

Ci si potrebbe obbiettare che si tratta di un “tema di destra”. Di fatto lo è diventato. Ma semplicemente perché non ce ne siamo mai occupati.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Appunto, “quell’artista della politica” che ne inventa sempre una…senza dimenticare tra le più belle l’invenzione del “bello guaglione” che per fare il PD “ha mangiato pane e cicoria”.
    Altro che invenzioni!

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