giovedì, 21 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Riarmo militare e riarmo sociale
Pubblicato il 30-03-2014


Barack Obama nel suo tour europeo non si può dire che non abbia parlato forte e chiaro ai suoi partner. Esaurita la missione con l’incontro al vertice con il Papa Francesco definito “storico” perché il primo fra due grandi star della comunicazione mondiale, il Capo della Casa Bianca è andato diritto al cuore dei problemi che sono sorti dall’altra parte dell’emisfero mondiale in questi ultimi due anni richiamando a responsabilità e ad azione un’Europa ripiegata su se stessa e sui dolori provocati dalla lunga notte dell’austerità.

Il quadro internazionale ad est e a sud dell’Europa è fortemente mutato e non sempre, anzi praticamente mai, le crisi che si sono aperte hanno raggiunto l’esito sperato.

La politica perseguita dalle amministrazioni americane di realizzare un nuovo ordine mondiale fondato sul libero scambio e su un più netto avanzamento della democrazia nei Paesi che non ne avevano mai conosciuto l’alba ha fatto i conti inevitabili non soltanto con le contraddizioni in seno alle società islamiche, ma anche con quelle in quei Paesi post-comunisti che rivendicano la propria autonomia dal giogo russo rinfocolando un nazionalismo di stampo nazistoide, come avviene in Ucraina, o ritardando processi di assimilazione ed aggregazione all’Unione Europea.

Oggi che il quadrante è cambiato, che i player economici e militari sono aumentati nel mondo gli Stati Uniti corrono ai ripari e pretendono un’Europa più assertiva e meno riluttante ad esprimere un ruolo politico e militare.

Rivolgendosi agli studenti europei a Bruxelles Barack Obama ha esplicitamente detto che la “nostra libertà non è gratuita” introducendo con evidenza il tema atlantico di una coerente condivisione di impegni finanziari a sostegno delle azioni militari degli stati membri. Si spende in Europa troppo poco per la sicurezza oggi che nonostante gli sforzi per il mantenimento della pace, la crescente e determinata volontà di risolvere le controversie internazionali per tramite del dialogo e della diplomazia ci si trova un quadro di instabilità che preoccupa, che produce conflitti a bassa intensità e che replica un sostanziale quadro di conflitto congelato come negli anni Cinquanta e Sessanta.

A ciascuno stato membro il Presidente americano è sembrato voler assegnare un compito politico strategico, ed è evidente che all’Italia, a differenza del passato dove i nostri governi avevano autonomamente ridisegnato nel periodo post-bellico una nostra particolare vocazione per il dialogo e l’intervento nel nostro Sud, Obama vorrebbe assegnare il ruolo di “gendarme del mediterraneo” posto che la nostra vocazione militare e politica è di tutt’altra pasta.

Su questo punto il Governo – l’astensione da giudizi affrettati è d’obbligo non solo per la nascita avvenuta da breve, ma anche per l’inevitabile inesperienza che scontano i principali protagonisti che hanno la responsabilità di declinare una nuova politica estera – non ha colto il potenziale assist del presidente americano e ci si è limitati a balbettare qualche sì condizionato all’adozione di nuovi aerei da combattimento ed ad una timida richiesta di non isolamento russo.

L’assist avrebbe dovuto sin dalla scorsa settimana consentire al nostro Presidente del Consiglio di farsi portavoce credibile (le aperture di credito a Renzi datano assai prima della sua ascesa a Palazzo Chigi da settori ben definiti della destra americana) dell’esigenza di un riarmo militare europeo che non potrebbe che avvenire generando un debito pubblico europeo motivato da ragioni geo-strategiche e di sicurezza. Questo dovrebbe avvenire invece combinando questa necessità a quella parallela, ovverossia l’emergenza sociale determinata dalla crisi economica. In questo senso la nuova responsabilità non potrebbe che essere assunta allargando e non restringendo i cordoni della borsa budgetaria per un tempo delimitato dagli impegni finanziari che lo stesso sviluppo di una politica di sicurezza potrebbe determinare, e questo con ricadute significative non soltanto per l’industria, ma anche e soprattutto per la ricerca e l’innovazione tecnologica applicata alle politiche della sicurezza e della cooperazione economica verso Paesi terzi in via di sviluppo che perseguono una stabilizzazione democratica.

Questa visita di Obama offre materia di riflessione assai seria, perché il gigante americano quando è in difficoltà cerca dai propri alleati le strade più semplici per uscire dalle crisi che lui stesso ha generato. Nel vecchio Continente, se non si inseguono le strade monetariste e le ottusità burocratiche, c’è lo spazio per una politica estera ed economica più creativa che può raggiungere i risultati di stabilità, sicurezza e benessere.

Bobo Craxi

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento