martedì, 26 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Se il sindaco può fare il parlamentare e il ministro
Pubblicato il 28-03-2014


Tra le norme del disegno di legge Delrio approvate mercoledì sera dall’aula del Senato ce ne sono alcune di minore impatto mediatico, ma dalla enorme portata. Stiamo parlando delle disposizioni – introdotte al fotofinish nel maxiemendamento sul quale è stata posta la fiducia – che si riferiscono ai piccoli comuni.

In particolare, non possono passare sotto silenzio le prescrizioni contenute nei commi 135, 138 e 139 dell’articolo di cui si compone il testo di legge.

Il comma 135 si occupa (giustamente) di incrementare il numero dei consiglieri e assessori assegnati ai comuni sino a 10 mila abitanti, prevedendo assise composte, oltre al sindaco, da 10 membri (e 2 assessori) nei municipi fino a 3 mila abitanti, e da 12 membri (e 4 assessori) in quelli sino a 10 mila abitanti. In tal modo, si restituisce un livello dignitoso della rappresentanza comunale già sacrificata sull’altare della (presunta) austerità cara alla diarchia Berlusconi-Tremonti.

Il comma 138 stabilisce la deroga al limite dei due mandati per i sindaci dei comuni fino a 3 mila abitanti, che, quindi, a partire dalle elezioni della primavera prossima (se il ddl sarà approvato in tempo e senza modifiche dalla Camera), potranno ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo.

Infine, il comma 139 si occupa di affievolire, e di molto, la norma relativa all’incompatibilità tra la carica di parlamentare (nazionale ed europeo) o di governo con quella di sindaco, consentendo il cumulo di incarichi per i comuni fino a 15 mila abitanti, anziché 5 mila, come attualmente previsto.

E qui veniamo alle note dolenti. L’allargamento della facoltà dei doppi o tripli incarichi stride con il clima di razionalizzazione e sobrietà imposto dalle conseguenze della crisi economica e dall’esplosione di fenomeni dell’antipolitica. E non basta prevedere la non cumulabilità degli emolumenti tra diverse cariche per sfuggire alle critiche. Aver liberalizzato la facoltà per i sindaci di comuni fino a 15 mila abitanti – che rappresentano circa l’85% del totale degli oltre 8000 municipi italiani – di svolgere contemporaneamente il ruolo di parlamentare e/o di ministro (finanche di viceministro e sottosegretario), significa eludere elementari norme di logica funzionale, prima che politica. Infatti, è abbastanza evidente la concentrazione di “potere locale” che ne deriva, con tutti gli effetti di personalizzazione e cristallizzazione del consenso facilmente intuibili.

Inoltre, consentire a sindaci di condurre anche un terzo mandato – seppur in comunità locali più ridotte – non favorisce di certo quell’alternanza e quel rinnovamento fortemente avvertiti come esigenze pressanti dall’opinione pubblica, e salutari per lo stesso buon funzionamento delle istituzioni.

Non c’è che dire, insomma: nell’epoca in cui tutto si taglia e si rottama, tutto rischia di restare uguale a prima, anzi peggio.

Vincenzo Iacovissi

Direzione nazionale PSI

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento