domenica, 24 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sistema-Paese,
la crisi non è solo economica
Pubblicato il 12-03-2014


Industria_italianaIl n. 193 della serie “Questioni di Economia e Finanza”, che pubblica lavori realizzati all’interno dell’Area ricerca della Banca D’Italia, è dedicato all’analisi delle condizioni in cui versa il sistema industriale del Paese, stretto tra globalizzazione e crisi. Il lavoro “documenta la recente evoluzione del sistema industriale italiano e discute i principali fattori che influiscono sulla sua competitività”. Dall’analisi emerge un quadro che denuncia una sostanziale debolezza, sia sul piano della competitività, che su quello produttivo.

L’Italia attraversa la crisi economica più profonda dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale; la debolezza del sistema industriale riflette non solo gli esiti della crisi iniziata alla fine del decennio scorso, ma anche la sua mancata capacità di adeguarsi ai cambiamenti che hanno investito l’economia mondiale negli ultimi decenni, quali sono stati l’integrazione a livello mondiale dei mercati reali e finanziari con la globalizzazione, l’adozione della moneta unica e il cambiamento del paradigma tecnologico con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

I tre cambiamenti hanno contribuito ad innalzare il livello della competitività, al quale la parte del sistema produttivo italiano integrato nel mercato internazionale non è stata in grado di reagire, a causa dei problemi strutturali che da sempre la caratterizzano. Alla perdita di competitività si sono aggiunti gli effetti della contrazione della domanda interna, a seguito dalle manovre di finanza pubblica che hanno imposto l’urgenza di una diminuzione della spesa pubblica e l’inaugurazione di un’austerità nella spesa di tutti gli enti pubblici che non ha precedenti e che ha colpito i consumi interni. Rilanciare, perciò, l’ammodernamento del sistema industriale nazionale lungo direttrici finalizzate ad aumentare il suo livello competitivo, appare essere una priorità ineludibile ed indifferibile; tale processo, per lo studio della Banca D’Italia, deve essere sostenuto da appropriate politiche pubbliche e deve muoversi lungo tre linee d’intervento.

Innanzitutto, occorre intervenire sui processi d’impiego delle risorse nei diversi settori produttivi per aumentarne la loro produttività, agendo su più fronti: sul sistema degli ammortizzatori sociali e sulle politiche attive del lavoro, per facilitare la ridistribuzione della forza lavoro tra le unità produttive in ristrutturazione; sul sistema finanziario, per indirizzarlo a “canalizzare” le risorse verso i programmi imprenditoriali più promettenti; sulla tassazione d’impresa, perché sia rimodulata e ridotta in modo da favorire l’espansione delle unità produttive; sui settori regolamentati, per accrescerne la concorrenza e per favorire un processo di reimpiego più produttivo delle loro risorse.

In secondo luogo, deve essere promossa una diminuzione dei costi operativi d’impresa, da quelli energetici a quelli fiscali, da quelli originati dall’inefficienza della pubblica amministrazione a quelli dovuti alle carenze dei servizi pubblici e infrastrutturali ed a quelli causati dalla illegalità e dalla corruzione.

Infine, occorre rendere le politiche industriali meno invasive e frammentarie, orientandole a favorire il diffondersi di strategie d’impresa più adatte al nuovo contesto competitivo internazionale, alla crescita della dimensione delle unità produttive, all’attività di ricerca e sviluppo, alla nascita di imprese innovative e al grado di internazionalizzatone di tutte le attività industriali.

Per gli autori dello studio, la politica economica da attuare dovrà rispondere a due interrogativi, ovvero, se la ripresa dell’economia nazionale possa prescindere dal rilancio del settore industriale e se il declino di quest’ultimo sia irreversibile. Le risposte possono essere negative, a patto che si tenga conto del fatto che il rilancio dell’economia nazionale difficilmente potrà verificarsi senza il contributo del settore industriale; se questo contributo mancasse, un eventuale processo di deindustrializzazione ed una conversione dell’intero sistema economico nazionale verso un rafforzamento delle attività produttive di servizi imporrebbero nel Paese uno stravolgimento tale da richiedere tempi lunghi e una sicura perdita di capacità produttiva. Esistono perciò buone ragioni per evitare che il settore industriale italiano sia conservato sul sentiero di una crisi irreversibile; il trend potrà essere invertito, solo riuscendo ad eliminare le caratteristiche strutturali negative dell’industria nazionale, in particolare quella espressa dalla piccola dimensione d’impresa.

Per fermare il declino industriale tramite una benefica “distruzione creatrice”, il sistema degli ammortizzatori sociali e le politiche attive del lavoro dovranno rendere possibile, senza costi per le imprese, la ridistribuzione della forza lavoro che dovesse perdere la stabilità occupazionale durante i processi di ristrutturazione, mentre il sistema finanziario dovrà privilegiare il finanziamento dei progetti più produttivi e il sistema fiscale dovrà incentivare l’espansione del perimetro d’impresa.

Inoltre, l’attenzione che la nuova politica economica dovrà riservare al settore industriale non dovrà implicare interventi di tipo tradizionale, ovvero interventi non più decisi secondo linee predeterminate dalle autorità pubbliche, ma secondo quelle stabilite sulla base dei suggerimenti che gli imprenditori potranno trarre direttamente dal mercato. La nuova politica economica, infine, dovrà riservare una particolare attenzione alla questione del capitale umano, per porre rimedio ai tassi di scolarità, di istruzione universitaria e di formazione professionale, attraverso un generale ridisegno del sistema scolastico ed il rafforzamento degli atenei.

Lo studio della Banca D’Italia coglie forse l’elemento centrale dello stato di debolezza del settore industriale nazionale: l’insufficiente perimetro aziendale, frutto di una politica pubblica che ha privilegiato per decenni l’espansione dei settore industriale all’insegna del “piccolo è bello”, sino a trasformare la piccola dimensione d’impresa in asse portante dell’intero settore industriale. Il superamento delle criticità del sistema-Paese, riconducibili alla piccola dimensione delle unità produttive, è oggi l’unico obiettivo cui ricondurre una politica pubblica finalizzata ad impedire la irreversibilità della crisi, non solo del settore industriale, ma dell’intero sistema economico nazionale. Ciò, però, richiede risorse di cui allo stato attuale il Paese non dispone e che la solidarietà dei partner europei non possono garantire, almeno nella misura che sarebbe necessaria.

Inoltre, ammesso anche che tali risorse siano in qualche modo reperite, come può, con il solo rafforzamento degli ammortizzatori sociali vigenti, governare la ridistribuzione aziendale della forza lavoro espulsa dalle imprese che si ristrutturano? Ancora, come può essere affrontato il problema del finanziamento della riforma del sistema scolastico, non tanto per migliorare i tassi di scolarità e realizzare il rafforzamento degli atenei, quanto per adeguare il processo delle “uscite” scolastiche e formative in funzione delle esigenze dell’intero sistema produttivo? Sono interrogativi, questi, ai quali lo studio della Banca D’Italia non ha dedicato la necessaria attenzione; la mancanza di adeguate risposte in proposito nega credibilità a qualsiasi tipo di analisi che limiti prevalentemente la riflessione ai soli aspetti reali della crisi, disgiuntamente da quelli sociali.

Gianfranco Sabattini

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