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Opinioni e commenti
 

Tv, Zingaretti veste
i panni del giudice Lenzi,
il “meschino”
Pubblicato il 05-03-2014


luca-zingaretti-il-giudice-meschinoLuca Zingaretti toglie i panni del commissario Montalbano per vestire quelli del giudice Alberto Lenzi, soprannominato “meschino” per la sua indolenza, nell’omonima fiction andata in onda su Rai Uno per la regia di Carlo Carlei. A onor del vero le analogie di sceneggiatura con Montalbano sono sorprendenti. È il riscatto di un uomo che cerca la propria rivalsa personale, di togliersi di dosso questa etichetta limitante per la sua dignità. Al tempo stesso è anche quello di una società che chiede giustizia, che vuole scrollarsi il peso dell’omertà, di un silenzio complice e assoggettato, servile al potere della ‘ndrangheta e di interessi finanziari illeciti e spregiudicati che hanno costituito un vero “sistema economico radicato”.

“In questa fiction – aveva recentemente dichiarato Zingaretti – si parla di rifiuti tossici e si adombra la collusione dello Stato e dei servizi deviati: è la prima volta che lo si racconta in tv. Un tema attualissimo: solo poche settimane fa leggevo, per esempio, che fra Milano a Brescia è stata scoperta una discarica di rifiuti tossici”. Dunque un’importante miniserie Tv per i temi che affronta, mostrando i nuovi volti assunti dalla ‘ndrangheta. Centrale anche l’immagine della situazione attuale delle carceri che viene data attraverso la figura di Don Mico Rota, apparentemente trasformatosi in un collaboratore di giustizia e pronto ad aiutare il giudice Lenzi, in realtà assolutamente non disposto a cedere il suo monopolio, che si riprende proprio in nome della giustizia.

Forme dunque più sofisticate, e al tempo stesso più pericolose, di un potere di tipo terroristico, che tende a chiudere le bocche e…le penne. E non solo in Calabria. Nel mirino della ‘ndrangheta finiscono coloro che lottano per formare e “sollevare una coscienza sociale”, per riuscire ad avere “il coraggio di guardarsi allo specchio, saper individuare i mali e avere il coraggio di denunciarli”. Sono, rispettivamente, il finale e l’inizio della fiction: le parti migliori di questa serie in due puntate dove “non tutto è come sembra”. All’inizio domina il torpore di una situazione di status quo accettata come immutata e immutabile, quasi che tutto continuasse per inerzia, quasi che il tempo non scorresse, che si rimanesse sempre fermi allo stesso punto, immobili, a fissare quell’orizzonte e quelle terre dove saranno poi ritrovati i bidoni di rifiuti tossici e radioattivi sotterrati a scapito dell’incolumità della gente del posto, dei bambini, il futuro di quelle terre abbandonate da tutti (soprattutto dalla politica e dalla magistratura), che bevono quelle acque e respirano quell’aria. Poi il risveglio da questo sonno delle coscienze, da questa rigida fissità di una routine quasi senza scopo né prospettive, dettato dal suono squillante del cellulare di Zingaretti-Lenzi, che è quasi una sveglia che batte il tempo, una campanella d’allarme che allerta sull’urgenza di fare presto, agire subito, agire e non subire, o meglio reagire finalmente.

Ed è “finalmente!” l’esclamazione della madre del compagno magistrato e amico di Lenzi, Giorgio Maremmi, ucciso poiché aveva scoperto questo traffico. Così come il biologo che tentava di sottrarre acque sul terreno da far analizzare. Finalmente si è deciso di fare qualcosa per fermare quest’avanzare inarrestabile dell’interesse personale, senza scrupoli, su quello collettivo, che parte anche dai vertici alti del potere, che prima partecipano a cerimonie commemorative per poi chiudersi in stanze e stilare accordi con l’altra faccia della medaglia del potere: quella della malavita. È la connivenza Stato-mafia cui spesso si accenna. E il coraggio di parlarne nell’arringa finale del giudice Lenzi. Sicuramente una delle scene più belle, insieme a quella in cui, entrando nel suo appartamento, il giudice Meschino ricorda i tempi trascorsi con l’amico, o quando si risveglia di soprassalto dai suoi incubi di vedere un futuro negato al figlio (e all’intera società).

A volte manca un po’ di espressività e di ritmo alla fiction che, soprattutto nella parte iniziale, stenta a decollare quasi fosse una lunga pausa e un lungo arco di tempo che si possa riavvolgere ed eliminare. Contano la parte iniziale e finale che aprono e chiudono un cerchio: delle indagini e del cambiamento. Forse così si è voluto dare più risalto al potere mafioso che chiude gli occhi per cui ci si abitua talmente al male che non lo si vede nemmeno più. La stessa pressione psicologica tipica della strategia della tensione di stampo terroristico alla base di stragi quali quella di piazza Fontana, per esempio, al centro della trilogia “Anni spezzati” di Graziano Diana. La prima serie era incentrata su “Il Commissario Calabresi” accusato del suicidio-omicidio di un indagato nell’attentato, che si getta dalla stanza dell’interrogatorio dopo essere stato ascoltato per ore. Lo stesso avviene in “Il giudice meschino” in cui anche Baulo, che ha il volto di Francesco Guzzo cade dalla finestra dell’ospedale dove si era fatto ricoverare. E un’analogia c’è anche grazie alla presenza di Luisa Ranieri: ne “Il giudice meschino” è Marina Rossi, compagna di vita e di lavoro di Lenzi; nella trilogia “Anni Spezzati” è Gemma Capra, la moglie del commissario Luigi Calabresi, interpretato da Emilio Solfrizzi.

Barbara Conti

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