sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un sistema-Italia che non
può guarire fuori dall’euro
Pubblicato il 21-03-2014


Crescita-economicaTraendo spunto dalle informazioni relative ai paesi che fanno parte dell’OCSE, l’organizzazione che riunisce i paesi più sviluppati, limitatamente al periodo che va dal 1995 al 2007, Luca Ricolfi, professore di analisi dei dati nell’Università di Torino, ha di recente pubblicato un libro dal titolo “L’enigma della crescita. Alla scoperta dell’equazione che governa il nostro futuro”.

In esso egli procede a formalizzare un’equazione, con la quale intende descrivere in che modo e in che misura alcune variabili, “quattro forze” ed una “controforza”, influenzino il tasso di crescita del reddito pro-capite di un sistema economico. Le quattro forze sono il “capitale umano”, le “istituzioni economiche”, le “tasse” e il “saldo degli investimenti esteri diretti”; di queste, le prime tre esprimono, per Ricolfi, i “fondamentali della crescita”, servendo la loro considerazione congiunta a sottolineare che, ai fini della crescita, non è sufficiente tenerne conto singolarmente se si vuole formalizzare compiutamente la relativa equazione; ciò perché, non esistendo un fattore dominante, ciascun fondamentale riveste la medesima importanza.

La quinta forza è il reddito per abitante a parità di potere d’acquisto, con la quale si esprime il “livello di benessere” di ogni sistema sociale; essa è negativa, nel senso che, keynesianamente, più un paese è ricco, meno cresce, mentre meno è ricco, più cresce. Ciò significa che variazioni positive di benessere producono rallentamenti del tasso di crescita e viceversa. Poiché, in un dato periodo di tempo, il tasso di crescita è uguale a quello dell’aumento medio annuo del reddito pro-capite, se i due tassi vengono collegati tra loro in un’equazione, questa può essere utilizzata per fare previsioni ricorsive sul come sarebbero andate le cose a partire dal 2007, “se nulla fosse cambiato nei meccanismi fondamentali del sistema” e se ogni sistema “avesse conservato le caratteristiche strutturali che possedeva al termine dell’ultimo periodo di crescita (1995-2007)”.

Il fine che Ricolfi si pone è quello di prevedere cosa sarebbe successo se, dopo il 2007, i meccanismi che fino ad allora avevano governato la crescita tra il 1995 e il 2007 non avessero subito alcun cambiamento. Sulla base dell’assunto di partenza, ovvero che “la crescita aumenta il benessere e che il benessere è il principale ostacolo della crescita, Ricolfi, utilizzando i dati disponibili sull’andamento dei fenomeno considerati (crescita e reddito pro-capite), afferma che alcuni paesi sarebbero entrati in recessione molto presto, altri un poco più tardi; ma anche che tutti avrebbero, prima rallentato e, successivamente, si sarebbero fermati. La crisi ha alterato ogni possibilità previsionale, per cui qualsiasi proiezione è diventata difficile.

Tuttavia, Ricolfi, assumendo che nel lungo periodo il “ruolo frenante del benessere” possa essere attenuato, si chiede che cosa un paese avanzato in crisi possa fare per aumentare il suo tasso di crescita, nell’ipotesi che il rilancio di questa costituisca ancora un obiettivo perseguibile. Egli, risponde all’interrogativo ipotizzando che il tornare a crescere sia, per diversi motivi, realmente desiderabile per molti dei paesi considerati. Innanzitutto, perché alcuni di essi sono lontani dai livelli di benessere dei paesi che guidano la classifica stilata in funzione del reddito prodotto; in secondo luogo, perché i paesi mediterranei meno virtuosi, tra i quali l’Italia, sono costretti a rilanciare la loro crescita per evitare il fallimento; in terzo luogo, perché nei paesi più avanzati esistono ancora “sacche” di povertà e squilibri territoriali e sociali che possono essere risolti solo in presenza di una maggiore crescita; infine, perché, in mancanza di crescita, le tensioni sociali tendono ad approfondirsi e ad allargarsi in quanto se il reddito nazionale non aumenta, il problema distributivo diventa un “gioco a somma zero”, nel senso che non è possibile migliorare il livello di benessere di un dato soggetto senza peggiorare quello degli altri.

Se la crescita costituisce ancora un obiettivo desiderabile, l’equazione con cui è espressa, per Ricolfi, ha molti suggerimenti da offrire; il più importante dei quali è che, se un paese vuole crescere più velocemente o contrastare la decrescita, può modificare i “fondamentali” che entrano nell’equazione, ovvero effettuare investimenti in istruzione, migliorare le proprie istituzioni economiche e ridurre le tasse. Alcuni paesi, per esempio la Germania, hanno adottato questa politica prima e dopo il 2007, cosicché hanno potuto evitare i rigori della crisi; la maggior parte degli altri ha fatto poco o nulla, oppure ha consentito, come è accaduto in Italia, che i fondamentali si deteriorassero, subendone nel modo più devastante gli effetti. Nessun paese però – afferma Ricolfi – è destinato a rimanere “intrappolato” nel “cul de sac” di una recessione, nel senso che, malgrado le difficoltà in presenza delle quali esso deve operare, può modificare i fondamentali, attraverso “l’azione dei governi, delle forze sociali, e naturalmente anche dall’impegno dei singoli”. Tra quali opzioni possono scegliere i paesi maggiormente in crisi?

Partendo dal presupposto che le scelte politiche con cui possono essere cambiati i tre fondamentali considerati nell’equazione non sono intercambiabili, Ricolfi osserva che due elementi possono influenzare la scelta tra le alternative che si offrono ai singoli paesi: il tempo necessario perché le scelte adottate producano i propri effetti e la presenza o l’assenza di una Banca centrale nazionale nella struttura del contesto socio-economico; per i paesi che fanno parte dell’Unione Europea ciò significa scegliere di conservarsi all’interno dell’eurozona o di portarsi fuori da essa. Dati alla mano, Ricolfi mette in evidenza come, nel triennio 2010-2012, tutti i paesi dell’eurozona siano entrati in recessione e come solo quelli del Nord abbiano ripreso a crescere; mentre quelli del Sud sono risultati lontani dal loro tasso di crescita del passato. Le cose sono andate in modo diverso per i paesi OCSE fuori dall’Eurozona; pur in presenza di differenze, quelli che mediamente hanno aumentato le tasse sono cresciuti più lentamente di prima, mentre quelli che le hanno lasciate invariate sono cresciuti leggermente meno rispetto al passato e quelli in cui le tasse sono state abbassate sono cresciuti ad un ritmo maggiore che in passato. Per Ricolfi, perciò, un paese avanzato in crisi che voglia tornare a crescere deve innanzitutto individuare l’“insieme dei suoi handicap” e, successivamente, dare il via a scelte politiche fondate sulla modificazione radicale delle sue istituzioni economiche, su un’attività d’investimento in capitale umano e sulla diminuzione delle tasse.

Dal punto di vista dell’Italia, la ricetta-Ricolfi suggerisce perciò la necessità che il paese ponga termine all’idea che i suoi mali e la sua salvezza possano “provenire esclusivamente dall’esterno”, illudendosi che dalla crisi si possa uscire o agganciandosi alla ripresa dell’economia mondiale, o attendendo che le autorità europee siano maggiormente tolleranti riguardo ai disavanzi dei conti pubblici, o sperando che la Banca centrale europea possa acquistare, senza vincoli, titoli del debito pubblico. Tutto ciò, per Ricolfi, vale solo a rinforzare il vittimismo e il fatalismo che da tempo connotano i comportamenti collettivi dell’Italia; occorre, invece, scrollarsi di dosso questi caratteri negativi e “prendere in mano” direttamente il proprio destino. Come? Il “leitmotiv” che accompagna la conclusione dell’intera analisi di Ricolfi è che, per uscire dalla crisi, al nostro paese non resti che una scelta di fondo: inaugurare una politica pubblica imperniata su una riforma delle sue istituzioni economiche e caratterizzata soprattutto dall’uscita dall’euro per riacquisire, attraverso una Banca di emissione nazionale, l’autonomia piena della politica monetaria.

La strategia suggerita da Ricolfi appare, tuttavia, poco proficua; a parte la natura ultra semplificatoria delle ipotesi da lui poste alla base dell’analisi, quale l’assunto che le forze della crescita siano capaci di influenzare il futuro nello stesso modo in cui hanno influenzato nel passato, e a parte la mancata considerazione, tra i fondamentali della crescita, del ruolo della ricchezza accumulata e della possibilità che essa possa essere utilizzata per scopi ridistributivi, non sono adeguatamente valutati i vincoli sociali che possono opporsi all’adozione di una politica qual è quella proposta. Rimane, infatti, irrisolto il problema del reperimento delle risorse da utilizzare per il rilancio della crescita. Sorge perciò spontaneo l’interrogativo: come possono essere acquisite le risorse necessarie per poter riformare le istituzioni economiche e investire in capitale umano, in concomitanza con una diminuzione delle tasse? Al riguardo, l’analisi di Ricolfi non avanza alcun suggerimento, ignorando in questo modo le estreme difficoltà sociali alle quali l’Italia andrebbe incontro se rinunciasse alle opportunità che la sua integrazione nell’eurozona può ancora continuare ad offrirle.

Gianfranco Sabattini

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