martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un treno parte ancora per Auschwitz
Pubblicato il 18-03-2014


Attraverso i vetri della mia macchina vedo le verdi colline romagnole, la terra che amo. E’ una giornata soleggiata e tutto attorno si vede già la presenza della primavera, dai colori rosei dei primi fiori che sbocciano fino al verde acceso dell’erba che riflette i raggi del sole. Quasi non mi sembra vero di essere tornato dalla parte opposta dell’Europa, da un viaggio che mi ha segnato e caricato di responsabilità. Quando arrivo a casa riabbraccio la mia famiglia che non vedevo da una settimana e alla quale sento un gran bisogno di raccontare tutto, per filo e per segno. Solo un grande poeta potrebbe descrivere le emozioni che ho provato in quei sette giorni, ma non essendo io purtroppo all’altezza di questo nome mi dovrò arrangiare cercando di raccontare ciò che credo più opportuno e significativo in queste righe.

E’ ormai notte quando la stazione del Brennero, ultimo baluardo italiano all’estremo confine con l’Austria, viene invasa da un’insolita folla di gente. Sono i giovani di “Promemoria Aushwitz”, un progetto di educazione alla cittadinanza da anni portato avanti, in collaborazione con scuole, associazioni e comuni, dall’associazione di promozione sociale “DEINA” (www.deina.it). Sono in tantissimi, provenienti da tutta Italia: Emilia-Romagna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia. E tra questi anch’io. In mezzo alla neve gelata dell’ultimo inverno, infatti, spicca sulla ferrovia un treno speciale, che riempiendosi a poco a poco, prende vita e subito parte, tra gli scrosci di applausi e le nostre grida euforiche. Direzione Cracovia, Polonia. A bordo centinaia di ragazzi accompagnati da uno staff ben nutrito di educatori, responsabili vari ed infermieri. Mettere un diciassettenne in questa situazione ovviamente è qualcosa di fantastico. Sulle rotaie viaggia infatti una piccola comunità di persone, dotata addirittura di una propria radio! Si tratta di “Radio banda larga”, per l’occasione “Radio Promemoria”, che trasmettendo in streaming e attraverso il nostro impianto audio, rappresenta la prima emittente radiofonica ad andare in onda da un treno in corsa. E’ tutto bellissimo. Non ci si mette tanto a fare amicizia e a creare un rapporto particolare tra di noi.

Siamo in Polonia già la mattina dopo, e nonostante il sonno del primo mattino capiamo subito dal paesaggio come vanno lì le cose. Un paese desolato, grigio, si presenta davanti a noi. Questa nazione, soffocata dalla dittatura nazista prima, e da quella comunista dopo, è visibilmente rimasta indietro. E’ difficile riprendersi quando si è continuamente perseguitati da fantasmi che portano la croce uncinata o la falce e martello. Stazioni ferroviarie mezze distrutte, in alcune potrei giurare di aver visto evidenti buchi di proiettili, palazzoni abitativi grigi e imponenti accanto a piccole casette monolocale sparse qua e la, e tantissimi magazzini in disuso e abbandonati. Un’atmosfera di certo cupa e malinconica, ma alla quale inizialmente non diamo peso più di tanto, essendo troppo felici stando tra di noi. Una volta arrivati però, e raggiunti dal gruppo dei ragazzi pugliesi che con coraggio hanno affrontato un lunghissimo viaggio in pullman, non possiamo non apprezzare la bellezza del centro storico che, tra le architetture gotiche delle chiese e gli imponenti palazzi dei re, ci tiene lo sguardo alto impegnato ad ammirare il glorioso passato medievale di Cracovia.

Ma noi siamo giunti per un altro passato, ben più difficile da digerire, e che di li a poco ci avrebbe tenuti invece con lo sguardo basso e pensieroso. Il giorno dopo infatti è subito quello dei campi. Saremmo andati a visitare Aushwitz e Birkenau, i due luoghi di sterminio più terribili e che insieme rappresentavano il centro della bestialità umana di tutta Europa e del mondo. Da dove iniziare? Da tutto e forse da niente. Quando ci penso quel che vedo sono solo immagini. Immagini di capelli, quelli dei detenuti, con i quali i nazisti ci facevano i vestiti. Le protesi, le valigie, le scarpe, gli indumenti,le unghiate nelle camere a gas e i volti. Pareti fatte di foto: sguardi impauriti, spaesati, dubbiosi, oppure sorridenti, di quei sorrisi imposti dalle situazioni, di certo non naturali. Ma uno invece, uno è fisso: di sfida, di dignità,di libertà. Non so come si chiamasse quel detenuto sulla cinquantina, so solo che vorrei avere quel suo sguardo di fronte a tutte le difficoltà della vita. Se Aushwitz a qualcuno potesse sembrare grande, sappia che Birkenau è trenta volte tanto. Novantamila persone di capienza. Lì ci si accorge dell’immensità di quel che è accaduto. Si vede a malapena la fine del filo spinato, ma non finisce qui. Questa terra desolata che una volta era solo fango, e nella quale solo adesso è stata piantata l’erba, trattiene tutto, come se non riuscisse a digerire tale oscenità. La cenere. Reliquie di ogni tipo. Camminando quasi inciampo su un oggetto che ancora non so determinare. E’ immerso nel suolo, ma si rivela a me facendo capolino con quel suo colore blu sbiadito. L’ho lasciato lì dov’era, placando la mia curiosità, quasi non volendo modificare la storia così come era rimasta. Quella storia che lì si lascia ammirare da chi visita quei luoghi ancora con occhi increduli.

I giorni seguenti abbiamo fatto visita al ghetto ebreo di Cracovia, alla fabbrica di Shindler (il personaggio protagonista del famoso film “Shindler’s list”), svolto attività varie e concluso il progetto con una grandissima assemblea plenaria, ma niente avrebbe mai potuto superare, a livello di carica emotiva, che poi avremmo scaricato durante una toccante riunione tra di noi, quella giornata ai campi. Ad essa ci eravamo preparati con una serie di incontri precedenti al viaggio: la storia la sapevamo, viene studiata sui libri e ripetuta fino allo sfinimento e in tutte le salse nelle giornate della memoria; non parliamo poi dei molteplici film che, sempre più realistici, parlano dell’argomento; ma niente, niente dà una tale consapevolezza quanto il toccare con mano la storia. Noi eravamo lì apposta, per renderci conto veramente di ciò che appariva così chiaro e sistematico ai nostri occhi.

Che altro aggiungere? Un’ultima immagine forse: quella delle scritte antisemite sui muri di Cracovia. Era la prima volta che vedevo delle stelle di David cancellate o appese ad un cappio. Mi stupisco, ma so benissimo che questa realtà non è tanto diversa da quella che da tempo fa capolino sui muri di tutta Europa. Le cose negli ultimi tempi non vanno di certo bene e allora prendono sempre più piede gli estremismi di destra. Dare la colpa agli altri dei propri mali è da sempre facile e fa presa su persone disperate e ignoranti. Sono diventati tanti, organizzati, e sempre più diffusi in tutto il territorio. Specialmente in Italia. Il dubbio, più che lecito, è che forse i milioni di morti e gli atroci crimini compiuti proprio per colpa di questi “ideali” di odio non siano serviti a niente. Forse è vero che l’uomo non è capace di ricordare e di imparare dai suoi errori. Forse prima o poi siamo veramente destinati a ricommettere gli stessi sbagli ai quali adesso inorridiamo.

No. Non è questa la risposta che, dopo una tale esperienza, mi sento di dare. La memoria, anche se fragile, è pesante, certo, ma è un peso che io personalmente sono disposto a sostenere. Il vedere che ci siano persone che ancor oggi promuovano queste iniziative, infatti, mi fa sperare. Non in me stesso, ma negli altri; perchè c’è e c’è stato tanto male, ma anche tanto bene. Ed un semplice, ma significativo esempio, può essere quello di quel fabbro polacco che, forgiando la famosa scritta “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”) ha deciso di capovolgere la lettera “B”. Un gesto che sarebbe diventato un simbolo per coloro che soffrendo, resistevano. Ecco, io dopo questo viaggio sento come il dovere, nel mio piccolo, di continuare a far vivere quel simbolo. Sento il dovere di contribuire ad alimentare la fiaccola della “memoria”, raccontando ciò che ho visto e provato. Questa sarà la mia “B” capovolta, contro coloro che invece la vorranno raddrizzare. E non mi interessa cosa in futuro potrebbe comportare, perché so di non essere solo. Come me tanti compagni di viaggio. Quegli stessi con i quali, ora, mentre scrivo queste ultime parole, ho la consapevolezza che in realtà dal quel treno non sono mai sceso.

Enrico Maria Pedrelli

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