venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Andy Warhol, l’idolo
della Ny anni ’60
in mostra a Roma
Pubblicato il 19-04-2014


Andy Warhol a RomaIl padre della Pop Art sbarca a Roma. Dopo l’ampio successo riscosso a Palazzo Reale, a Milano, dalla critica e dai 225.000 visitatori, la Brant Foundation ha deciso di inaugurare questa esclusiva mostra anche al Museo Fondazione Roma, Palazzo Cipolla, dal 18 aprile al 28 settembre 2014, dove saranno esposte 150 opere dell’artista, appartenenti alla collezione privata di Peter Brant, amico di Warhol, che visse assieme a lui l’America anni ’60, dove tutto era possibile, anche “fare arte” con una Coca Cola e con la collaborazione di Francesco Bonami. Promossa dalla Fondazione Roma, dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma, l’esposizione è prodotta ed organizzata da Arthemisia Group e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE

La mostra è una rara occasione per ammirare una dei gruppi di opere più importanti dell’artista americano, che ha inizio dai disegni e dai dipinti fatti nel periodo in cui lavorava come illustratore per riviste e come disegnatore pubblicitario. Proprio dal lavoro per un negozio di scarpe, il giovane artista trae l’idea delle incantevoli scarpette a foglia d’oro, che aprono la mostra insieme ad alcuni esempi di Blotted line, con un tipico disegno interrotto, esito più del caso che della volontà dell’autore.

E’ proprio durante gli anni ’60, però, che Warhol inizia un suo percorso del tutto indipendente, durante il quale, in poco tempo, diviene uno degli artisti più celebri, più espressivi di quegli anni. L’intento di Andy era quello di rendere l’ordinario, straordinario e ci riusciva perfettamente. Iniziò la sua carriera artistica anche grazie al consiglio di un’amica che gli disse di dipingere ciò che conosceva meglio. Infatti fece proprio quello. E le cose che conosciamo meglio sono proprio quelle che vediamo tutti i giorni, con cui abbiamo a che fare in ogni istante della nostra vita: il cibo, i soldi, i personaggi televisivi, la morte. Anche la morte giocò un ruolo di estrema importanza nell’arte di Andy Warhol ed è per lui qualcosa di estremamente affascinante. I suoi incidenti automobilistici e le sue sedie elettriche ci mettono davanti al fatto che anche le cose più terribili della vita hanno una loro bellezza, un loro fascino. Lui trasforma in arte quello sguardo curioso che hanno i guidatori quando passano accanto a un incidente: la nostra morte ci mette paura, quella degli altri ci strega.

Ma è dopo il 1968, quando sopravvisse ai colpi di pistola che Valerie Solanas gli sparò nel suo studio, che Warhol inizierà la seconda fase della sua vita: se prima di quella data, la morte per lui era qualcosa di distante, ora anch’essa diventa qualcosa di familiare e quindi potenzialmente celebre, come si può evincere da “Skulls”, dove la serie di teschi di diverso colore, rende appieno l’idea della nuova evoluzione artistica del pittore. Un’intera sala sarà dedicata alle polaroid, così care all’artista, che ritraggono l’“aristocrazia” della New York anni 60, il meglio del meglio. La fama e la notorietà erano, infatti, l’ossessione primaria di Andy, non a caso fu proprio lui a coniare l’ormai nota frase “15 minuti di celebrità”, ai quali, in futuro, nessuno avrebbe rinunciato.

L’arte che ci presenta Andy Warhol, dunque, è un’arte che vive in tutte le cose, visibile a tutti e comprensibile per tutti. Non capire un quadro di Andy Warhol è impossibile. Il successo di questo stravagante artista sta proprio nel fatto che in lui e in ciò che fa non c’è mistero: quello che vediamo è quello che è, la realtà nuda e cruda delle cose e basta. Far diventare  una bottiglia di Coca Cola un’opera, non vuol dire umiliare l’arte, bensì trasformare in arte la vita di tutti i giorni. Egli era privo di ogni spessore ma anche privo di limiti, era il simbolo di un presente che dev’essere raccontato proprio in quanto contemporaneo e che solo in quanto tale è possibile apprezzare. Le ombre che rappresenta Warhol nella serie “Shadows”, non sono paure e angosce esistenziali, ma le paure di confrontarsi con quell’arte seria e profonda che era l’Espressionismo Astratto e dalla quale si era irrimediabilmente allontanato con incredibili sensi di colpa, portando con se una nuova generazione di artisti. La mancanza di qualsiasi spessore filosofico ha reso Warhol nel filosofo di un mondo dove i pensieri sono trasformati in immagini, ovvero il mondo in cui viviamo.

Gioia Cherubini 

 

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