martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Assemblea Costituente
per uscire dalla crisi politica
Pubblicato il 28-04-2014


Da tempo nel Paese è in corso un dibattito sulla natura e qualità della nostra Costituzione; si insiste e si ripete che essa è la “più bella e la più amata del mondo”. L’apprezzamento, per quanto condivisibile sul piano emotivo, non vale tuttavia ad affermarne l’immodificabilità. Ogni prodotto dell’uomo non può divenire una sorta di dogma o di verità rivelata, per cui qualsiasi riflessione sull’opportunità di modificarlo è pienamente legittimo e giustificato sul piano della ragione. Ciò che si può dire è che, a volte, il prodotto dell’uomo, per via della sua rilevanza ed importanza, non possa essere modificato liberamente, ma solo osservando specifiche procedure previste e stabilite per la sua sostanziale salvaguardia da ogni forma di insidia.

É del tutto plausibile, quindi, che la nostra Costituzione, in quanto prodotto umano, si possa, per definizione, considerare modificabile. É vero che, nel momento in cui essa è stata concepita ed adottata, considerato lo spessore culturale, l’impegno politico e il sacrificio sul piano personale di coloro che hanno concorso a scriverla, poteva considerarsi la “più bella del mondo”; se poi si riflette sul salto di qualità che, tramite essa, è stato possibile realizzare sul piano dell’organizzazione istituzionale della Repubblica, è giustificato anche che sia stata considerata la più amata dagli italiani.

Tuttavia, essa risulta essere ora un “prodotto datato”, pienamente rispondente alle condizioni politiche ed economiche di una fase particolare della storia del Paese; era quanto di meglio si potesse pensare, allora, sul come governare il “vivere insieme”, in un momento particolare, quale quello che faceva seguito alla fine di una dittatura e di una guerra di liberazione, civile e sociale che aveva dilaniato la nazione.

Già all’indomani dell’approvazione, alcune voci non sospette hanno formulato nei confronti della Costituzione repubblicana alcune critiche che sono valse, negli anni successivi, nella presunzione di poterne superare i limiti, a dare il via allo stravolgimento del principio proporzionale, vero asse portante della logica democratica nel funzionamento delle istituzioni rappresentative che compongono uno Stato. Anche per questa ragione, non si può considerare disdicevole pensare che le modificazioni apportate alla Carta negli anni successivi alla sua approvazione possano giustificare una “correzione” delle “regole costituzionali” oggi vigenti. Ciò perché, fatti salvi i principi fondamentali che ispirano la Carta, può essere conveniente emendare la parte di essa che attiene più strettamente all’organizzazione istituzionale del Paese; certo, non secondo procedure decise ad libitum di questa o di quella parte politica, ma secondo le regole che sono state previste per presidiarla contro ogni forma di “manomissione”. É questo un punto che merita di essere seriamente considerato.

Malgrado si discuta da tempo di riforme della Carta costituzionale, si dà il caso che mai si sia arrivati però ad un accordo tra le parti politiche, perché si procedesse secondo modalità garantiste per tutti, ovvero attraverso l’organizzazione di un momento costituente; si è proceduto invece sempre in modo estemporaneo, per di più ad iniziativa del potere esecutivo, a volte in modo affrettato e per scopi inconfessabili, com’è accaduto in occasione della modifica del Titolo V, per iniziativa di parti politiche prone alla Lega. Ora, a causa delle difficoltà create dalla crisi che ha colpito il Paese sul piano economico e sociale, si vuole in qualche modo modificare la Costituzione, inducendo il sospetto di voler colpire, per “ragioni di cassa”, proprio quella parte della Carta che costituisce l’antemurale della difesa e della garanzia della democrazia e dei diritti dei cittadini.

Giusta quindi la levata di scudi contro i reiterati tentativi, politicamente scorretti, di manomettere la Costituzione fuori da ogni forma di garanzia e di controllo da parte dei cittadini; ma questa levata di scudi non può legittimare la “piazza” come contro-altare “corretto” di un potere istituzionale, quello esecutivo, cui può tutt’al più competere la formulazione di qualche proposta di modifica, ma non la decisione di cosa modificare e come realizzare la modifica stessa. Ciò è vero, sia che la “piazza” si identifichi in “movimenti” spontanei o organizzati di popolo, sia che si identifichi in coloro che, in virtù della loro professione (i professori costituzionalisti) si ritengano investiti del ruolo di indiscussi “guardiani del faro”. La loro pretesa di resistere ad ogni tentativo di modificare la Costituzione repubblicana, solo perché essi ritengono sia la più bella del mondo, ha la stessa valenza politica di quanti sostengono sia compito dell’esecutivo poter proporre e realizzare ipotesi di modifica.

Alcuni di questi “guardiani”, come ad esempio Gustavo Zagrebelsky o Stefano Rodotà, hanno certamente ragione quando criticano le iniziative del governo volte ad apportare parziali modifiche alla Costituzione; non si può, infatti, modificare un articolo o una parte della Carta senza esaminare se le modificazioni risultano intrinsecamente coerenti con l’intero disegno costituzionale; né si può giustificare che modifiche sostanziali della organizzazione istituzionale della Repubblica avvengano ad opera di un esecutivo fuori dall’organizzazione di un momento costituente, soprattutto se si considera che l’attuale potere esecutivo è espresso da un Parlamento, eletto sulla base di un legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale e che non rappresenta l’intera “carta geografica”, politicamente parlando, di tutto il Paese, in ogni sua articolazione territoriale e sociale.

In conclusione, giuste le proteste, incluse quelle dei costituzionalisti, contro le iniziative e i tentativi politicamente scorretti di alterare la Costituzione repubblicana; giuste anche le preoccupazioni che esse siano orientate solo a realizzare economie nella gestione politica del Paese, piuttosto che a garantire la sicurezza sociale di tutti i cittadini; giuste, infine, anche le previsioni che, in casi di modifiche non garantiste, l’intero sistema sociale italiano sia esposto, se non proprio al pericolo di “derive” autoritarie, al rischio di “derive” cesaristiche”. Le modificazioni fuori controllo della Costituzione non avrebbero alcun esito sul piano del potenziamento della sicurezza sociale dei cittadini; avrebbero solo l’effetto, forse, di “sveltire” processi decisionali scarsamente giustificabili sul piano degli interessi sociali coinvolti.

Alla luce di tutte queste possibili e indesiderate conseguenze, una revisione responsabile dell’attuale Carta costituzionale richiederebbe, perciò, l’elezione di un’Assemblea costituente che ponesse rimedio definitivamente a tutti limiti che la nostra organizzazione istituzionale ha accumulato nel tempo; si porrebbe così lo Stato, quale che sia la sua organizzazione interna (unitaria o federale), in una posizione di primazia, utile a garantire l’unità di indirizzo nell’attuazione delle politiche volte ad assicurare ai cittadini i diritti fondamentale sanciti dalla attuale Costituzione. Ciò potrebbe essere realizzato fuori da tutte le situazioni di privilegio e di disuguaglianza sociale che tanti anni di “cattiva politica” hanno concorso a consolidare e che i fenomeni recenti della globalizzazione e della crisi economica hanno ulteriormente approfondito, sino a renderle insopportabili e ad esporre la tenuta della struttura sociale al limite di una rottura irreversibile, a causa delle “derive” separatiste, indipendentiste ed autonomistiche che da tempo stanno agitando il Paese.

Gianfranco Sabattini

 

 

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Commenti all'articolo
  1. ottimo!
    da vecchio studente di diritto costituzionale non posso che riscoprire dalla lettura dell’articolo quella passione che mi spinse a studiare dal T. Martines
    P.s. ai “guardiani del faro”, con il dovuto rispetto, bisognerebbe però chiedere il perché la luce emanata dal faro sia sempre più fioca. Forse che la nostra era considerata una forma di “Repubblica dei pArtiti” , mentre negli ultimi 20 anni i Partiti continuano quella crisi- che sembrerebbe ormai irreversibile- che era comunque già iniziata negli anni ’80?
    Bisogna ripartire dai Partiti e dall’art. 49 e riconoscerne il ruolo e la necessità, limando alcune distorsioni del passato con legge approvata

  2. Condivido pienamente l’articolo.
    I Socialisti potrebbero portare avanti questa linea e ci convinceremmo che è maggioritaria nel paese.
    Sono andato alla manifestazione dell’ANPI ed è stato proiettato un documentario sul famoso discorso tenuto da Piero Calamandrei nel 1955 agli studenti milanesi, forse se tutti noi compagni lo rileggessimo si farebbe un gran bene alla società e al partito.

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