domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Berlinguer 30 anni dopo
e le manipolazioni di Veltroni
Pubblicato il 08-04-2014


Quando c’era Berlinguer” è il titolo di un film (forse sarebbe il caso di definirlo, più correttamente, lungometraggio) di Valter Veltroni, a 30 anni dalla scomparsa del segretario del Partito comunista.

Diciamolo pure: appare viziato dalla tradizionale manipolazione orwelliana con cui i comunisti in tutte le loro varianti, ex, post e neo, approcciano la storia, e non solo loro, visto che di recente Eugenio Scalfari ha perentoriamente affermato che l’opera politica di Berlinguer si avvicina a quella di rinnovamento della Chiesa cattolica di Papa Francesco!

Nell’opera veltroniana, vero e proprio “capolavoro” agiografico, si esaltano le scelte di “rottura” di Berlinguer rispetto all’Unione Sovietica ed all’ortodossia marxista-leninista. Ma il cosiddetto “strappo da Mosca” e la scelta occidentale del Pci del tempo, sono proprio sul terreno storiografico, oltre che politico, da tempo oggetto di confutazione.

E proprio dal campo comunista sono venute le critiche più motivate alla presunta discontinuità con la tradizione togliattiana imperniata sulle “vie nazionali al socialismo”, nel rispetto al ruolo-guida dell’Urss. Tra queste il libro di Silvio Pons, direttore dell’Istituto Gramsci, “Berlinguer e la fine del comunismo” (Einaudi, 2006). Pons afferma che“la nostra conoscenza di alcuni documenti d’archivio ci permette oggi di approfondire i termini della questione”. I documenti in questione sono in gran parte note di Antonio Tatò per il segretario. “Proprio all’indomani del colpo di stato in Polonia, afferma Pons, Tatò scrive per Berlinguer una nota illuminante circa la visione dell’Urss fatta propria dal gruppo dirigente comunista… Tatò sottolinea l’importanza del ruolo “anticapitalista” dell’Urss sia nelle relazioni internazionali, sia quale testimonianza di una “fase” della storia del socialismo. L’esistenza del ‘socialismo autoritario’ sovietico viene vista perciò… come una necessità per tenere viva la prospettiva di un radicale superamento del sistema capitalistico”. Il giudizio del direttore del Gramsci è iconoclasta: “E’ evidente che siamo in presenza di una vischiosa struttura culturale del comunismo italiano e di una visione sostanzialmente diversa da quella dei socialisti europei”. Non solo. Secondo Pons, la riformabilità del socialismo reale diviene un fondamento della “politica identitaria” che sempre più nettamente prende il sopravvento in Berlinguer, attraverso l’elaborazione di un modello di società e di economia definito della “terza via” tra la socialdemocrazia e il comunismo sovietico, e sulla volontà di distinguersi in chiave di ‘diversità’ morale” dagli altri partiti, nascondendo la realtà dei fatti: il Pci era finanziato illegalmente come gli altri partiti e, in più, era sostenuto economicamente anche da Mosca”.

A fare da incubatore, nella visione berlingueriana, alla nascita della “terza via”, avrebbe dovuto essere una fase intermedia della società italiana, segnata, a seguito del golpe cileno che portò alla fine drammatica del governo di sinistra presieduto dal socialista Allende, il “compromesso storico”: l’incontro tra le due grandi chiese italiane, la Dc, rappresentante del mondo cattolico e garante dell’influenza atlantica in Italia, e i comunisti, egemoni nella classe operaia, con gli affidavit della grande industria e della finanza laica di Ugo La Malfa, che avrebbero “congelato” il nostro Paese e tutte le spinte verso la modernizzazione economica e sociale, in quadro di tendenziale “finlandizzazione” in politica estera. Da qui lo scontro frontale con il “Nuovo corso socialista” lib-lab di Craxi. Una concezione tanto radicata da non essere destinata a dissolversi con la scomparsa di Berlinguer, con il persistente rifiuto di ogni ‘socialdemocratizzazione’, che ha lasciato ai successori, Pds, Ds e oggi Pd, l’eredità di una sostanziale paralisi ideologica e politica e inibito un completo approccio socialista e riformista alla sinistra italiana. Paralisi che, paradossalmente, sia pure con diverse contraddizioni, un ex democristiano come Renzi, sembra volere superare, con l’adesione al Partito socialista europeo.

Sulla vicenda politica e culturale di Berlinguer grava quell’ “Ombra rossa”, descritta in un bel libro da Enzo Bettiza (Mondadori, 1997) , che inizia con il gauchisme del ’68 e culmina con l’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse dieci anni dopo, ma le sue propaggini si estendono fino all’invasione dell’Afghanistan nel 1979 e nel 1981 all’attentato contro il Papa e al colpo di Stato ordito da Jaruzelski in Polonia. L’esecutore testamentario del comunismo mondiale di tutto alla fine sarebbe stato Gorbaciov.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
    • Rispondo al commento sopra, degno di una vera comunista stalinista (vi ricordate? i socialfascisti…). I socialisti sono così fascisti che lasciano la libertà di opinione e di commento (e di insulto) anche a coloro i quali credono ancora di vivere nel mondo delle fiabe e di “quanto era buono e DIVERSO Berlinguer, e quanto erano cattivi e corrotti i socialisti”.
      Per quanto riguarda invece il bell’articolo del Direttore, credo che ormai le ambiguità e incoerenze di quella stagione del PCI siano sotto gli occhi di tutti. Non stupisce comunque che uno dei “ragazzi di Berlinguer” abbia inteso produrre un’agiografia del suo padre politico (aldilà dei Kennedy e Obama vari…).

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