giovedì, 18 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Le bugie che mettono
a rischio l’Europa
Pubblicato il 11-04-2014


Fiscal compact-UETrentatré false verità sull’Europa. Sono quelle che svela Lorenzo Bini Smaghi nel suo ultimo libro, recentemente presentato alla Camera dei Deputati e che ha costituito l’occasione per un dibattito sull’Europa, in cui sono intervenuti Gennaro Migliore di SEL, Sandro Gozi del PD e Michele Boldrin di ‘Fare per fermare il declino’. Un libro che l’autore ha scritto come forma di impegno civile, per contrastare il dilagante populismo. Il rischio infatti è che l’Italia esprima alle prossime elezioni europee un alto numero di rappresentanti anti-europei. Il che comporterebbe per il nostro Paese la marginalizzazione nei processi decisionali di Bruxelles, pregiudicando i nostri interessi e, paradossalmente, finendo per alimentare le tesi anti-europee.

FALSE VERITA’ – Tra le false verità che Bini Smaghi affronta nel suo libro vi è quella della manovra necessaria per rispettare il fiscal compact e riportare il nostro debito pubblico al 60% del PIL in venti anni. Ebbene, la vulgata generale è che per rispettare il citato impegno europeo sarebbe necessaria una manovra finanziaria da 50 miliardi di euro l’anno. Secondo l’autore, che tra il 2005 ed il 2011 è stato membro italiano del Comitato Esecutivo della BCE, le cifre necessarie sono ben inferiori, essendo sufficiente una manovra compresa tra i 3 ed i 5 miliardi di Euro.

NO AI CAPRI ESPIATORI – Dando la colpa all’Europa rischiamo di perseverare negli errori del passato. Il problema – secondo Boldrin, coordinatore nazionale di ‘Fare per fermare il declino’ – è tutto italiano e non risiede nell’Euro. Siamo ormai in declino da oltre 20 anni e le principali ragioni del peggioramento sono due. La prima è un sistema scolastico ed universitario che non premia le eccellenze. La conseguente fuga di cervelli impatta sulla nostra economia, perché nel mondo occidentale la crescita viene soprattutto dall’innovazione, che è anche figlia di un sistema formativo che funziona. La seconda ragione del declino italiano risiede in un sistema pensionistico che è un vero e proprio furto intergenerazionale, visto che i giovani si trovano oggi a pagare contributi che non torneranno loro indietro. Basti pensare che l’Italia, prima in Europa in questa classifica, spende ogni anno il 15% del PIL in contributi sociali pensionistici. Se, ad esempio, ci riportassimo sui livelli di Spagna o Francia, che annualmente spendono circa il 10%, alimenteremmo la crescita con circa 80 miliardi di Euro l’anno.

SI AD UNA EUROPA FEDERALISTA E DEMOCRATICA – L’Italia dunque non può correre il rischio, in un mondo sempre più globalizzato, di uscire dal sistema cooperativo in cui siamo entrati. Eppure è necessario promuoverne qualche forma di cambiamento, come sostiene Gennaro Migliore, visto l’oggettivo aumento delle disuguaglianze. Occorre quindi da un lato uno shock keynesiano della domanda, in grado di sostenere la creazione di nuovi posti di lavoro, ma anche la capacità di costruire in Europa una democrazia competitiva, recuperando una dimensione politica dell’Europa. E in Italia occorre toccare le posizioni di rendita finanziaria, spingendo così i capitali a finanziare gli investimenti reali.

MAGGIORE FLESSIBILITA’ IN CAMBIO DI RIFORME – Per farsi sentire dai nostri partner europei non basta “battere i pugni sul tavolo”, per usare un’espressione di moda al momento, anzi questo rischia di esser controproducente. Occorre invece la coerenza dei comportamenti e la capacità di fare proposte e promuovere alleanze intorno a queste proposte. A tale proposito, secondo Sandro Gozi, l’Italia ha ormai superato il “complesso di Calimero” perché è stato avviato un processo di riforme che risulta compatibile con il progetto europeo: riduzione del costo del lavoro, risoluzione strutturale dei ritardi di pagamento dal pubblico al privato, riforma della Pubblica Amministrazione e democrazia efficiente. Quindi possiamo andare a testa alta in Europa a chiedere maggiore flessibilità a fronte delle riforme intraprese. Peccato però, che se si va un po’ a scavare, la riforma della Pubblica Amministrazione si riduce ad un tentativo di ringiovanimento della stessa e le riforme istituzionali intraprese – si pensi soprattutto alla legge elettorale con alto premio di maggioranza ed alte soglie di sbarramento – sembrano più idonee ad allontanare, che non ad avvicinare, i cittadini alle istituzioni politiche.

Alfonso Siano

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