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Opinioni e commenti
 

Enti pubblici: nuovi manager, vecchie regole
Pubblicato il 14-04-2014


Nomine-dirigenti

Se si aspetta che chiudano le borse per annunciarle qualcosa significherà pure. I nomi per il rinnovo dei CDA della partecipate e controllate di Stato vengono resi noti dopo le 20:30, cioè dopo la chiusura della sessione after hours in cui, a mercati chiusi, si definiscono degli accordi per il giorno successivo. Poi si scioglie il mistero: Mauro Moretti passa da Ferrovie dello Stato a Finmeccanica, con Gianni De Gennaro alla presidenza. Eni sarà guidata dal duo Emma Marcegaglia (presidente) e Claudio Descalzi come AD. Enel : Patrizia Grieco presidente e Francesco Starace amministratore. Alle Poste, Francesco Caio, con Luisa Todini alla presidenza. Ancora da sciogliere il nodo Terna riguardo l’AD, mentre la presidenza è  affidata a Catia Bastioli.

Anche le nomine dei dirigenti delle più importanti aziende di Stato sono diventate, dunque, un terreno di battaglia per la crociata renziana del “cambiamo adesso”. In tempi di sentimento “anti-kasta”, infatti, si cerca di capitalizzare sul consenso popolare lanciando le parole d’ordine trasparenza e quote rosa. Addirittura una “rivoluzione culturale” per il sottosegretario Delrio che promette di colmare “un ritardo dell’Italia che è di almeno 30 anni”: in ballo ci sono i vertici partecipate e controllate dallo Stato, dei giganti nei settori dei trasporti, delle comunicazioni, dell’energia e della difesa.

Facile dire “via i boiardi di Stato”, facendo un po’ l’eco al “tutti a casa” dal sapore penta stellato, più difficile è trovare la quadra su nomi che dovranno guidare settori strategici per l’economia nazionale. Gli interessi in ballo sono tanti e, se si vuole mantenere il potere politico, è difficile che, demagogia a parte, si possano fare degli sgarbi troppo grossi al padrone del vapore.

Nicola Scalzini, economista, già consigliere economico della Presidenza del Consiglio e Capo dell’ufficio economico di Palazzo Chigi, è scettico. «Siamo di fronte a un’operazione ordinaria: diciamo così, la “proprietà” è cambiata e vuole usare la comunicazione per dare un grande significato di rinnovamento a qualcosa che segue logiche abbastanza consolidate».

Professore, il governo annuncia una rivoluzione sulle nomine. Cosa pensa?

Io credo che, alla guida di molte delle aziende dello Stato noi abbiamo persone capaci e che hanno meritato di trovarsi dove sono. Però ora bisogna essere più giovani e quindi….

In che senso?

Nel senso che questa ossessione per la gioventù non la condivido molto, soprattutto così come viene portata avanti, a priori. Ci sono degli anziani giovanissimi mentalmente e giovani che sono davvero vecchi nel modo di pensare. Si tratta, oltretutto, di una manovra elettorale. Altro vincolo elettoralistico, di propaganda, riguarda il tema della parità di genere a priori: potremmo avere anche tutte donne se fossero tutte eccellenti come, al tempo, fu la Bellisario era davvero una rivoluzionaria avveniristica.

Ma, quindi, qualcosa di nuovo, al di là se sia opportuno o meno, c’è?

Io credo che la vera novità fu quella introdotta da Enrico Letta decise di avvalersi anche della consulenza di prestigiose società di cacciatori di teste per scovare delle professionalità in grado di dare un contributo al Paese. Ora i meriti di quell’operazione li prende qualcun altro, ma fu Letta, per la prima volta, ad aprire al meglio, sezionato non dai politici, non dai vecchi dirigenti ma selezionato dai cacciatori di teste. E lo fece secondo un criterio serio e non demagogico: la capacità professionale. Renzi ha poi preso quegli elenchi e ne vuole fare un’operazione politica.

Si arriverà da qualche parte?

Io spero che lui riesca a comporre e a saldare la demagogia, la propaganda, che a me non piace, ma ci può stare in campagna elettorale, con la competenza e la capacità di innovazione per far spazio al dinamismo dei nuovi manager che in Italia son un po’ lenti rispetto alle sfide. Bisognerebbe poi che il governo stesso, più che il manager, si impegnasse di più per gli investimenti e per l’innovazione perche le ricadute sull’economia, come ad esempio dal settore militare sul civile, ci sono sempre state.

Lei conosce molto da vicino il meccanismo di selezione dei manager di Stato che caratterizzava la Prima Repubblica. Era diverso?

Prima era molto più interna la cosa. Però sono sicuro che, nel primo dopoguerra e fino ad un certo punto si sceglieva gente davvero competente: ogni tanto la politica interveniva pesantemente, ma c’era sempre un grande valore delle persone indicate. Basti vedere cos’era l’IRI. Da un certo momento, invece, il potere si è trasmesso all’interno: tutto è cambiato quando la politica si è indebolita negli anni ‘90 e si sono create delle eredità più o meno interne e quelle imprese. Inoltre, c’è stata una minore attenzione all’impresa pubblica che, dopo le privatizzazioni, non è stata più valorizzata e si è persa, spesso, quella ricchezza data dal fatto che si sapevano unire e incrociare capacità progettuali ed esecutive.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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