martedì, 23 gennaio 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

I messaggi
che vengono dalla Francia
Pubblicato il 04-04-2014


Troppo ostica la Germania. Troppo lontani da noi l’Inghilterra e, a maggior ragione, il modello scandinavo. E, allora, dalla sua nascita in poi, la sinistra italiana ha guardato, come sua fonte d’ispirazione, alla Francia. Con una serie di infatuazioni improvvise e dagli esiti, per la verità, variamente catastrofici.

Così, siamo stati successivamente folgorati: dalle riflessioni di Sorel, sul ruolo centrale ed eroico della violenza nell’adempimento della missione storica del proletariato e, per la proprietà transitiva, della nazione, nell’interpretazione di Mussolini; dalla formula del Fronte popolare per lottare contro il fascismo e la guerra, rispolverata fuori tempo massimo nel 1948; dal mitterrandismo, come possibilità di vincere, insieme, lo scontro contro la destra e contro i comunisti, “mission impossible nel contesto italiano, tanto più se affidata a Craxi.

Tre false piste; tre colpi di fulmine; tre disastri. L’ultimo è di questi giorni. E, a differenza degli altri, ha assunto la forma di una infatuazione passeggera e, tutto sommati, blanda.

Parliamo della vittoria di Hollande alle presidenziali di due anni fa. E dell’interpretazione che ne venne data dai più diretti interessati. I dirigenti del Pd.

Questi, è bene ricordarlo, erano allora impegnati – in nome della “responsabilità nazionale” – a sostenere un’esperienza politica, quella del governo Monti, radicalmente contrastante con qualsiasi progetto alternativo, per quanto blando. E, quindi anche con quello che appariva vincente a Parigi, assicurando ai socialisti francesi, per la prima volta nella storia, il controllo di tutte le strutture elettive del Paese, dalla Presidenza della Repubblica giù giù sino alle assemblee dipartimentali.

E, allora, l’evento francese poteva essere per noi il segnale per un mutamento di linea. Di segno più netto e radicale con il ritiro dell’appoggio al governo Monti in vista di un appuntamento elettorale in cui contestare, insieme, l’eredità berlusconiana, il rigore a senso unico di Monti e l’ortodossia Ue. Forti del fatto che il Ps aveva vinto le elezioni in nome della difesa del modello economico-sociale francese, anche in esplicito contrasto con le direttive comunitarie e che lo stesso Hollande sembrava volersi porre a capofila degli stati interessati a modificarle. Oppure, in modo più articolato, mantenendo, nell’immediato, l’appoggio al governo e alla sua politica; ma chiarendo nel contempo agli elettori i nuovi indirizzi che sarebbero stato seguiti, all’indomani delle elezioni, da governi a direzione Pd.

Come si sa, non venne seguita né l’una né l’altra linea. Prima un montismo, tanto più nell’apparenza subalterno quanto, nella sostanza, sempre meno convinto. Poi, una campagna elettorale di una povertà totale nei contenuti e nei toni; tale da trasformare una vittoria certa nei due rami del Parlamento in un successo per il rotto della cuffia in uno solo di essi.

Povertà culturale? Mancanza totale di attributi? L’una e l’altra. Ma, a coronare il tutto, c’è stata, senza ombra di dubbio, una nuova, e assi più riduttiva, interpretazione del successo di Hollande. Un interpretazione, peraltro, implicitamente avallata, se non formalmente suggerita, dallo stesso Hollande.

Diciamo, in sintesi, che il nuovo governo aveva fatto poco nulla per coinvolgere il Pse nella sua battaglia per difendere la “specificità francese”e, men che meno, per orientare la politica europea nel segno dello sviluppo e della redistribuzione del reddito. E allora il “messaggio francese”, se messaggio c’era, si riduceva ad una serie di consigli su come vincere le elezioni con il minore sforzo possibile.

Così, “smacchiare il giaguaro” finiva con l’essere la versione italiana, con Berlusconi al posto di Sarkozy, di un confronto tutto condotto sull’alternativa tra le persone. E in prospettiva, poco importava il fatto che l’alternativa fosse risultata momentaneamente vincente in Francia, ma non in Italia perché avrebbe fatalmente pesato su ambedue l’assenza di respiro, di capacità di coinvolgimento, di reali prospettive di cambiamento.

Uno degli effetti collaterali di queste vicende è che, forse per la prima volta nella sua storia, la sinistra italiana non cerca più punti di riferimento all’interno del movimento socialista europeo. E men che meno nelle sue componenti più ortodosse. Manca il messaggio perché manca il messaggero. E a questo punto la tentazione è di diventare noi messaggeri di noi stessi: proponendo, a miracol mostrare, una sorta di populismo dall’alto, di stampo personale e basato su una generale rottamazione delle fastidiose eredità del passato.

Difficile che il messaggio venga accolto. Le leadership socialiste in Europa sono sì tutte in difficoltà; ma non fino al punto di ricorrere al suicidio assistito.

Il problema è di sapere se dispongono ancora delle risorse e della volontà per riprendersi. Un punto su cui è doveroso avere delle speranze, ma intellettualmente errato formulare certezze.

Alberto Benzoni

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. L’Europa non é progredita nell’integrazione per colpa dei partiti perché dovevano perché proprio loro dovevano federarsi a livello europeo. Il resto sarebbe inevitabilmente seguito.

Lascia un commento