mercoledì, 20 giugno 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il conflitto come molla del progresso
Pubblicato il 04-04-2014


I conflitti godono di una cattiva fama, sebbene, per quanto siano stati spesso violenti, abbiano contribuito a promuovere i valori e le istituzioni più condivise nel mondo attuale, quali la democrazia, il principio di legalità e la propensione a rimuovere le ingiustizie. Per Samuel Bowles (“Homo sapiens, ostile e solidale”, Micromega, 2/2014), millenni di conflitti fra gruppi primitivi avrebbero, darwinianamente, dato luogo al prevalere dei gruppi più coraggiosi, legati tra loro da sentimenti di simpatia reciproca e da sentimenti di fedeltà, spingendoli a prestarsi reciproco aiuto e difesa.

Il fenomeno, secondo Bowles, sarebbe comune all’intera area mondiale, ma l’esperienza più rappresentativa del relativo processo si sarebbe verificata in Europa con la formazione degli Stati nazionali; proprio in virtù del successo che il processo avrebbe avuto nel vecchio continente, sarebbero state esportate repliche dello Stato nazionale, “spesso sotto minaccia delle armi, ma anche mediante l’emulazione”, con cui i “gruppi primitivi”, che importavano l’esperienza europea in fatto di organizzazione statuale, avrebbero tentato di riservare la propria autonomia.

L’esperienza complessiva, secondo Bowles, sarebbe valsa anche a dimostrare che la conflittualità esistente tra i gruppi che permanevano all’interno degli Stati nazionali nascenti, non avrebbe escluso che tra tali gruppi si instaurassero dei legami abbastanza forti da consentire l’evoluzione di “una predisposizione geneticamente trasmissibile a partecipare a progetti comuni”. Qualunque sia stato il peso dei fattori culturali e genetici nell’evoluzione della capacità di cooperazione umana, i conflitti avrebbero quasi certamente giocato un ruolo cruciale. Tutto ciò sarebbe accaduto perché i gruppi primitivi, oltre a farsi la guerra vicendevolmente, hanno fondato delle istituzioni che si sarebbero perfezionate nel tempo e attraverso le quali essi avrebbero trovato conveniente adottare “decisioni consensuali” per una comune difesa contro le minacce esterne, decisioni successivamente estese e potenziate per eliminare le differenze eccessive residue tra tutti i gruppi destinati a divenire il popolo degli Stati nazionali.

Sembra probabile, conclude Bowles, che i conflitti siano destinati ad essere conservati per il bene dell’umanità, senza che, per risultare efficaci, debbano implicare sofferenza e violenza. Gli uomini non saremmo diventati degli “animali cooperativi”, se non fossero stati anche animali culturali per eccellenza; se, come appare probabile, la democrazia continuerà a diffondersi, le relazioni all’interno degli Stati nazionali e quelle esistenti a livello internazionale, sarà possibile “giungere a rispecchiare quella che gli scienziati della politica designano come ‘pace democratica’” e a dismettere definitivamente il conflitto.

La prospettiva di Bowles pecca di eccessivo ottimismo e la sua prospettiva di una pace democratica universale, caratterizzata dalla dismissione del conflitto sociale, pecca anche di un eccessivo “wishful thinking”, esprimente il desiderio che tutti vorrebbero vedere esaudito, malgrado la natura genetica degli uomini sia destinata a frustrarlo; d’altra parte se, con la pace democratica, venisse meno il conflitto, la prospettiva evolutiva sul piano istituzionale indicata da Bowles sarebbe destinata ad assolutizzarsi, con un’improbabile “fine della storia”. La narrazione evolutiva di Bowles è gia stata anticipata, ma con maggiori implicazioni dinamiche, da Immanuel Kant; la prospettiva kantiama, fondata sull’intuizione di “legno storto” della natura umana, assume molto più realisticamente che un legno storto non possa mai dare origine, antropologicamente parlando, ad una “cosa dritta”. Nella prospettiva kantiana, infatti, la “malformazione” del soggetto persiste nonostante qualsiasi processo, pressoché infinito, di “levigatura”; perciò, il soggetto stesso conserva sempre qualche segno della sua imperfezione originaria ed i tentativi di creare per lui, l’organizzazione di una comunità perfetta in assenza di un’opportuna azione riformista, sono destinati a fallire.

Secondo Kant, tuttavia, ogni soggetto, in quanto “legno-storto”, ma fornito di ragione, fonda su questa la libertà del suo volere; pertanto, malgrado i suoi limiti organici, egli sfrutta tutte le potenzialità della sua ragione per sopravvivere nella sua comunità di appartenenza e per creare tutte le condizioni necessarie a realizzare il proprio progetto di vita. In tal modo, ogni soggetto caratterizza i propri comportamenti nei confronti di tutti gli altri componenti la comunità in conformità alle sue ineliminabili inclinazioni egoistiche, trasformando “l’insocievole socievolezza” nello stimolo alla costruzione razionale della propria esistenza comunitaria; la sua propensione alla conflittualità è certamente causa di molti “mali sociali”, che però lo spingono ad affinare progressivamente le proprie capacità per superarli.

Per rimuovere questi mali e depotenziare gli stati conflittuali che derivano dall’insocievolezza originaria, gli uomini si dotano di un “contenitore istituzionale”, ovvero di un sistema di regole comuni, pur restando, comunque, ciò che sono: “esseri malformati”. Auspicando che tutti si conformino alle regole comuni, tutti sono trascinati dalle proprie propensioni originarie e tendono a riservare a se stessi, in modo discrezionale, ampi margini di libertà. Per questo motivo, essi non necessitano solo di un sistema di regole comuni, ma anche di un “surplus istituzionale”, che garantisca loro un’attività extracostituzionale; solo così ciascun componente la comunità si (auto)obbliga a rispettare le regole comuni, senza tuttavia alcuna pretesa di concorrere a realizzare una comunità perfetta.

Ciò significa che, per aprirsi al progresso, gli uomini necessitano di un’organizzazione istituzionale nella quale, attraverso un patto costituzionale, possano essere “create” regole comuni, inclusive, se possibile, anche di quelle che regolano il conflitto; in altre parole, occorre che tutti i componenti della comunità concordino nell’istituzionalizzare, non solo i principi di libertà, di reciproco rispetto e di solidarietà, ma pure le procedure per una continua evoluzione dell’organizzazione istituzionale del sistema sociale del quale sono parte. Con la forza di questo patto istituzionale, è possibile garantire un sistema di relazioni sociali che, oltre ad essere fondate sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla fraternità, possono avvalersi del funzionamento stabile dell’organizzazione statuale; la stabilità della comunità, promuovendo il continuo superamento dei motivi di possibili conflitti, permette l’evoluzione delle propensioni egoistiche ed esclusive dei soggetti in accordo con le finalità che sono state proprie dei gruppi primitivi dei quali parla Bowles.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi siria UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento