martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

IL RIFORMATORIO
Pubblicato il 08-04-2014


Renzi-riforme

Sulle riforme, la maggioranza di palazzo Madama potrebbe cambiare volto. I penta stellati, infatti, per la prima volta, aprono al testo alternativo, presentato dal democratico Chiti con altri 21 senatori democratici, che prevede una modifica del testo approvato dal Consiglio dei ministri. Il capogruppo 5 stelle al Senato, Vincenzo Santangelo, ha dichiarato che «il ddl Chiti è praticamente la fotocopia del nostro, ad eccezione di una questione che riguarda il taglio delle indennità. Ma su tutto il resto, anche per quanto riguarda l’eleggibilità, se ne può ragionare. Non possiamo non essere d’accordo visto che ricalca la nostra proposta».

Insomma una convergenza tra i cosiddetti “dissidenti” PD e i 5stelle che potrebbe rappresentare un problema per il progetto renziano, dopo i dubbi espressi da Berlusconi e Forza Italia, soprattutto alla luce del fatto che i grillini contano ben 40 senatori.

«Sul testo Chiti al Senato si sta coalizzando una maggioranza alternativa. Dobbiamo lavorare su questo” ha detto Corradino Mineo, uno dei firmatari della proposta, lasciando cadere nel vuoto l’invito del renziano Andrea Marcucci e di Nicola Latorre a ritirare il ddl costituzionale. «Il nostro testo resta sul tavolo e non si tocca», sottolinea Mineo aggiungendo di non volere «spaccare il partito ma dare un contributo».

E sulla divisione del PD in merito alla riforma del Senato è intervenuto il vicemninistro alle Infrastrutture e segretario socialista, Riccardo Nencini: «Forse è opportuno che il Ministro Boschi riceva rapidamente i senatori firmatari del ddl alternativo a quello del governo per raggiungere un punto di equilibrio ed evitare che il nodo più rilevante tra le riforme istituzionali in cantiere si trasformi in una matassa aggrovigliata».

Forza Italia guarda con attenzione alle evoluzioni e, per bocca del consigliere politico di Berlusconi, Giovanni Toti, fa sapere che la linea continua ad essere quella del patto sottoscritto al Nazareno di cui, per altro, si ignorano i particolari. In merito ad una possibile convergenza di FI sul ddl Chiti, Toti risponde che «deve essere il Pd a fare delle convergenze» escludendo che «possano esserci delle maggioranze parallele sulle riforme».

Anche Paolo Romani, capogruppo FI a Palazzo Madama, interviene sulla questione sottolineando che «la pregiudiziale a qualsiasi discussione resta la rappresentanza proporzionale alle Regioni». In riferimento all’intervento di Brunetta, che aveva posto l’approvazione della legge elettorale entro il 25 maggio come pregiudiziale per le riforme, Romani sottolinea che non si tratta di “un ultimatum” ribadendo però che «c’è una ragionevole difformità di vedute rispetto alla composizione del Senato: un’assemblea di sindaci per di più non eletti dai cittadini per questo ruolo non può determinare per la Repubblica delle scelte importanti» e che non si possa essere d’accordo «sul fatto che le Regioni non siano rappresentate in maniera proporzionale».

Intanto cresce la polemica nel PD sulla riforma del Senato che Renzi aveva detto dover onorare come parte del programma delle primarie. «Leggere sui giornali che l’abolizione del Senato è stata decisa dal 70 per cento degli elettori alle primarie di dicembre 2013, non corrisponde al vero: nella mozione congressuale di Renzi la parola Senato non compariva neanche», dichiara Federico Fornaro, senatore del Partito Democratico secondo il quale «è il momento di cominciare a lavorare sul testo del governo con uno spirito costruttivo».

E i segnali che il testo di Renzi non avrà vita faciel arrivano anche dal NCD: «Il testo ora presentato verrà modificato, questa è una certezza. Margini che non venga modificato non ce ne sono, e verrà migliorato», afferma Gaetano Quagliariello, sottolineando che «c’è una maggioranza di governo che sulle riforme deve cercare di allargarsi. Le riforme si devono fare per l’Italia». Sul Senato l’elemento su cui Quagliariello ritiene non ci siao margini di negoziazione è che «non dia più la fiducia, che ci sia una sola Camera politica».

RdA!

 

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Commenti all'articolo
  1. alcuni dubbi:
    – può un Parlamento “generato” da una legge elettorale dichiarata contraria alla Costituzione (e non sciolto immediatamente solo perché in Costituzione non è previsto rimedio automatico ad una tale situazione senza precedenti) approvare modifiche costituzionali perdipiù molto profonde?
    – si può con le ordinarie procedure dell’art. 138 rendere una camera non elettiva? Se sì, cosa impedirebbe successivamente di rendere anche l’altra camera non elettiva o eletta a suffragio ristretto?
    – qualcuno dei sottoscrittori della proposta Chiti si rende conto che avremmo una Camera dei Deputati di poco superiore (260) a quella del Regno di Sardegna del 1859 (comprendente la Lombardia) ?
    – qualcuno ha presente il rapporto parlamentari/popolazione degli altri paesi europei e si è dato la pena di fare una comparazione?
    – fermo restando il superamento del bicameralismo perfetto, su cui c’è accordo quasi unanime, le competenze del Senato comprendono il coordinamento di finanza pubblica, che incide in modo sostanziale sull’autonomia di regioni ed enti locali?
    – come si rimodula il sistema delle garanzie e dei contrappesi?
    – quale aspetto prende l’autonomia di regioni ed enti locali alla luce della riforma costituzionale? Ad esempio, ha senso che le regioni possano legiferare su materie esclusive e nel contempo lo Stato indichi loro non solo quanto devono spendere in totale (coordinamento rispettoso dell’autonomia) ma anche come modulare le singole voci di spesa?
    – Ultimo ma fondamentale, è possibile dibattere serenamente su questa materia o ci si deve per forza limitare alle perentorie prese di posizione del ministro Boschi, prendere o lasciare senza modifiche, o alle altrettanto perentorie scomuniche senza appello?
    – Infine, lo “sbrigativismo-leninismo” è davvero la via moderna del riformismo, in particolare del riformismo socialista?

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