mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il trasformismo ieri e oggi
Pubblicato il 27-04-2014


Rileggendo il libro del 1941 di Rodolfo De Mattei, storico delle dottrine politiche, dal titolo “Dal trasformismo al socialismo”, non se ne può non cogliere l’attualità dell’analisi; il De Mattei infatti, tra l’altro, sosteneva: i “due termini <partito di governo> (o maggioranza) e <governo forte> sembrano agli uomini responsabili sempre più connessi e urgenti: questo, anziché la dialettica britannica, il programma impellente”.

Nelle intenzioni del promotore di quel modello di governo, Agostino Depretis, esponente della Sinistra “storica”, così chiamata per distinguerla da quella all’epoca organizzata attorno al nascente partito socialista di Andrea Costa, passato dall’anarchismo al marxismo, il trasformismo nell’autunno del 1882, doveva giustificare l’accordo elettorale con la Destra “storica” di Marco Minghetti. L’obiettivo del trasformismo era quello di creare una solida maggioranza parlamentare (oggi si dice impropriamente “riformista”), un blocco delle forze liberal-borghesi, contro i settori più estremi della sinistra repubblicana e radicale e le forze clericali, dopo la riforma elettorale attuata in quell’anno. Un obiettivo politico che Depretis così giustificava: “Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se qualcheduno vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”.

Dal canto suo il deputato della sinistra “storica” Giuseppe Zanardelli, prima ministro di vari governi del Depretis e poi oppositore, così definì quell’esperienza politica: “Questa parola è adoperata a lamentare e riprovare che appunto i campi politici siansi frammisti, a lamentare e a riprovare che si proclami essere cessati e scomparsi i partiti, quelli almeno che si aggirano nell’orbita costituzionale, e ciò perché il Presidente del Consiglio ottiene ora l’appoggio quasi unanime di uomini che lo avevano combattuto fin qui…”. Quel modello di rapporti politico-istituzionali era stato lanciato da Depretis, ritenuto dalla storiografia un galantuomo, con le migliori intenzioni, per produrre esiti riformatori sul piano politico e sociale, ma contrariamente a quanto preconizzato, determinò la fine dei “partiti” tradizionali (che non erano ancora i partiti di massa sviluppatisi nel ‘900), i quali si scomposero in piccole consorterie e circoli elettorali, organizzati attorno ad un leader, a sua volta spesso espressione di interessi economici. Da quel momento la sorte dei governi cominciò a dipendere da una rete di accordi stipulati dietro le quinte tra esecutivo e singoli deputati (molti parlamentari di destra effettivamente passarono in quegli anni nella maggioranza di sinistra), portatori di interessi localistici e non di rado personali, accordi che spesso degenerarono in fenomeni di corruzione. Questi aspetti regressivi del sistema politico italiano furono subito denunciati non solo da esponenti del radicalismo come Felice Cavallotti, ma anche da non pochi conservatori quali Silvio Spaventa.

Il De Mattei, per superare il Trasformismo nel libro citato affermava che ad esso “o al vago liberalismo non poteva contrapporsi che il Socialismo, unico modo di risolvere il tormentoso ed annoso problema che da troppi anni affaticava le generazioni del nuovo Stato, quello della democrazia”: parole attuali anche oggi, specie per il Pd dopo l’adesione al Pse.

Maurizio Ballistreri

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