martedì, 23 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps, la zona grigia delle invalidità
Pubblicato il 10-04-2014


È uno dei tanti buchi neri che affliggono uno tra i più costosi (e spesso iniquo) sistema di welfare in Europa. Una zona grigia, quella delle pensioni di invalidità, spesso fonte di truffe e abusi, come documenta sovente la cronaca, che vale da sola un’intera manovra finanziaria del Governo. Il costo in capo all’Inps degli assegni di invalidità è una cifra sostanziosa di 16,6 miliardi. E questo ogni anno che passa. Un piccolo esercito che conta oltre 2,7 milioni di persone. Di fatto ogni 8 prestazioni previdenziali erogate in Italia, una è una pensione di invalidità. E le invalidità pesano per oltre il 6% dell’intera spesa pensionistica italiana. L’esercito delle persone con disabilità (vera o presunta) cresce tra l’altro di anno in anno. Come rivela la Corte dei Conti nell’ultimo rapporto sul bilancio dell’Inps, solo nel 2012 le provvidenze erogate sono salite del 37%. Una corsa senza fine, complice probabilmente il morso della crisi ma non solo, dato che il numero delle indennità è di fatto raddoppiato nell’ultimo decennio, in contrasto con i dati demografici. Qualcosa non torna quindi nel trend anomalo dell’incremento delle pensioni d’invalidità. Tanto che il commissario alla spending review Carlo Cottarelli ha rilevato di recente che non solo c’è un anomalo incremento, «ma anche una distribuzione territoriale squilibrata che suggerisce abusi». Sicilia, Sardegna, Calabria e Campania registrano infatti il doppio delle erogazioni rispetto a Piemonte e Veneto. E in genere come documenta il sito Lavoce.info, «una prestazione su due va al Mezzogiorno dove risiede però solo il 30 per cento del totale dei pensionati. Secondo alcune stime, in Sicilia – ma la situazione è comune ad altre regioni del Mezzogiorno – ci sarebbero 20mila falsi invalidi su 292mila». Un’area grigia quindi con storture, facili abusi e iniquità, più volte denunciate negli anni dalla magistratura contabile, e ora riprese con forza dal neo-ministro al Lavoro Poletti che ha promesso un intervento drastico sui falsi invalidi. Sarebbe ora. Anche perché il dato inquietante è che di quei 16,6 miliardi di spese per lo Stato, ben 13 miliardi non sono trattamenti previdenziali veri e propri ma indennità di accompagnamento che non necessitano di limiti di reddito. Anche famiglie molto abbienti che potrebbero farsi carico della disabilità ottengono l’assegno annuale da 5mila euro.

Una grave lacuna legislativa mai sanata che presta il fianco a sperequazioni di ogni tipo. Non si tratta ovviamente di fare macelleria sociale. In un Paese civile gli invalidi veri devono avere un sostegno dalla collettività. Tanto più che le prestazioni sono certo numerose (2,7 milioni) ma il valore unitario è di 430 euro al mese, in linea con gli assegni sociali. Ma è ovvio che uno Stato normale non può tollerare più di tanto le finte invalidità. Quante sono e quanto incidono? Difficile dirlo. Soltanto da tre anni l’Inps partecipa attivamente al processo di convalida dell’invalidità. Fino a poco tempo fa tutto era demandato alle Asl e alle Regioni. Basta un medico o meglio una commissione medica compiacente e il gioco era fatto. Ora serve anche l’ok dei sanitari Inps che è dovuto ricorrere a un migliaio di professionisti convenzionati esterni oltre ai 500 in dotazione all’ente con un esborso ulteriore sui conti dell’istituto.

Peccato che anche questo non basti. Dal 2009 al 2012 sono state verificate solamente 800mila posizioni, cioè meno di un terzo della platea dei 2,7 milioni di assegnatari. Qualche indicazione sui risparmi possibili dalla revoca delle indennità assistenziali non dovute arriva sempre dalla Corte dei Conti che riferisce che nel 2012 ci sono state ben 39mila revoche scaturite da una verifica straordinaria con un risparmio per lo Stato di oltre 170 milioni di euro. Erano appunto straordinarie. Se si battesse a tappeto il mare magnum degli assegni di accompagnamento, che valgono 13 miliardi, chissà quante risorse si potrebbero recuperare. Un’altra scommessa per il duo Poletti-Renzi.

P.A., Geroldi: “Costa meno un pensionato che un dipendente al lavoro”

Prepensionare una quota di dipendenti pubblici. E’ l’ipotesi avanzata di recente dal ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, che ad aprile presenterà la sua riforma. Ma quali sono i vantaggi o gli svantaggi per le finanze pubbliche di una simile misura? Per Gianni Geroldi, economista, docente di Economia della previdenza e dei sistemi pensionistici presso l’Università Cattolica di Piacenza (il suo nome è tra quelli che circolano come possibile presidente dell’Inps), “bisogna innanzitutto distinguere tra prepensionamenti con o senza turn over, con o senza, cioè, riassunzione di lavoratori al posto di chi va in pensione”, come ha spiegato a Labitalia. “Dal punto di vista della valutazione dell’efficacia puramente finanziaria – ha detto Geroldi – se si manda in quiescenza anticipatamente rispetto a quanto prefigurato dalle norme uno stock di lavoratori e contemporaneamente si riassume un pari stock di dipendenti, questa cosa ha un costo perché bisogna anticipare una spesa, quella delle prestazioni previdenziali, non prevista”. Diverso, invece, se si mandano in pensione i lavoratori senza poi assumere nessuno. La P.a. non paga più stipendi, ma eroga trattamenti pensionistici. “In questo caso bisogna dire che in termini generali – ha spiegato – costa meno un lavoratore in pensione che non uno ‘attivo’. Questo perché un dipendente al lavoro ha un costo diretto (la parte fissa della retribuzione) e un costo indiretto, gli oneri previdenziali. Il che significa che se un lavoratore mi costa 100, a questo devo aggiungere 40 di oneri previdenziali. A fronte di questi 140 spesi, la pensione (che è sempre una parte, anche se piuttosto alta, dello stipendio) sarà 90”.

Ma l’effetto più importante dal punto di vista macroeconomico è l’aumento della produttività. “In Italia – ha osservato Geroldi – abbiamo circa 3.000.000 di dipendenti pubblici: se a questi togliamo 85.000 come ventilato da Cottarelli, togliamo il 2,5% del personale. E se con questa quota in meno, la P.a. fornisce gli stessi servizi, si incrementa la produttività del 2,5%”. “Queste ovviamente sono valutazioni aggregate – ha avvertito – ma se guardiamo le cose dal punto di vista organizzativo, allora bisogna riferire che mettere in circolazione l’idea che prepensionare si può significa dire che questa è una cosa da spendere anche nelle politiche del lavoro, anche privato. E allora potrebbe essere applicata agli esodati, a quei lavoratori in mobilità, a quelli che hanno perso il posto di lavoro”. Insomma, ha puntualizzato, si pone “un problema di equità”. Geroldi, che è anche membro del Social protection committee (Comitato consultivo per le politiche sociali dell’Unione europea), ha rassicurato comunque sul rapporto tra conti pubblici e pensioni: “Il sistema, dopo la riforma Fornero, è tarato in modo tale che è difficile andare in quiescenza prima dei 65 anni. Abbiamo applicato le indicazioni europee, cioè innalzamento del requisito anagrafico pensionabile e no ai prepensionamenti. Questo ci ha consentito di non avere una ‘country specific raccomandation’ dall’Europa”. Come a dire, siamo stati promossi.

P.A., posti da laureato: solo la metà ha il titolo 

Nel 2012 tra il personale amministrativo e tecnico della Pa ”nel gruppo degli occupati che svolgono lavori per i quali è richiesta la laurea solo la metà all’incirca (51%) ha effettivamente la laurea”. Lo rileva l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, ndr) analizzando il personale impiegatizio (1,2mln). Pesano criteri di anzianità e deroghe, accumulati nel tempo. L’Aran riscontra ”evidenti segnali di una complessiva debolezza del ‘capitale umano’ della pubblica amministrazione, accentuatasi negli ultimi anni anche per effetto delle politiche di blocco del turn-over”. I segnali, spiega, si ”colgono innanzitutto, nella prevalenza di mestieri a bassa o media qualificazione professionale”.

Imola Cgil a Poletti: “Su partite Iva aprire tavolo per regole”

“Giusto fare la lotta all’uso distorto delle partite Iva, e bene che gli ispettori del lavoro facciano le dovute verifiche. Ma questo non risolve affatto il problema delle tutele e dei diritti di questi lavoratori. Per questo chiediamo al ministro Poletti e al Governo l’apertura di un tavolo con i sindacati e le associazioni professionali per definire le regole di questa tipologia di lavoratori, che altrimenti rischiano di essere ‘bastonati’ due volte: dal datore di lavoro che li paga poco e dallo Stato che impone oneri di vario tipo, ma non assicura nessuna tutela e protezione sociale”. Lo ha recentemente detto a Labitalia Davide Imola, responsabile lavoro professionale della Cgil, commentando l’annuncio dato dal ministro Poletti di controlli più stringenti su collaborazioni e partite Iva. Imola ha sottolineato, che, comunque “collaborazioni e partite Iva sono fenomeni completamenti diversi tra loro”.

“Tra i contratti a progetto e le co.co.co, secondo le stime di Isfol Plus – ha rammentato Imola – c’è una percentuale molto alta di uso improprio del contratto (dal 70 all’80%), mentre l’incidenza dell’abuso sulle 3.369.000 partite Iva è di circa l’11%, come dimostra uno studio dell’Osservatorio dei lavori dell’Associazione 20 maggio su base dati Istat”. Insomma, ha spiegato Imola “c’è uno stereotipo non vero che tutti i professionisti con partita Iva siano lavoratori dipendenti mascherati, mentre sono autonomi, purtroppo però senza tutele”. “Prendiamo il caso di un traduttore cha lavora da casa – ha precisato Imola – si tratta di un lavoro qualificato, intellettuale e che difficilmente si fa da subordinato. Il problema è che questo traduttore ha visto ridursi i compensi da 30-40 euro a cartella a 15 euro, mentre sono lievitati altri oneri. E se perde il lavoro non ha nessuna protezione sociale.” Importante dunque stabilire al tavolo con il governo “una regola sull’equo compenso, discutere dell’aliquota previdenziale che a fine anno aumenterà, parlare di ammortizzatori sociali e, non ultimo, – ha proseguito Imola – della necessità di un contratto scritto col committente, proprio per evitare abusi”.

Carlo Pareto 

                                   

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Commenti all'articolo
  1. Sono un invalido vero (poliomielitico) e siccome purtroppo sono di milano ho solo il 70% di percentuale. Ho 60 anni e comincio a sentire ila fatica di muovermi anche se svolgo un lavoro impiegatizio. Per poter andare in pensione devo avere almeno l’80% ( valore quasi irraggiungibile quì al nord, visto che per avere il 70, ho dovuto ( sic) rompermi 3 volte il femore. ) È un bel dilemma, in che posizione mi colloco visto che non c’è la farò a raggiungere i 65 anni e per ora ho solo 36 anni di contributi? Quesito per gli esperti!

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