lunedì, 24 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Italia, siamo all’anno zero
del “piccolo è bello”
Pubblicato il 11-04-2014


Operai in fabbricaOggi, mentre molte parti del mondo industrializzato mostrano segni di una duratura ripresa, l’Italia continua ad essere sempre sotto esame da parte delle autorità di Bruxelles, per la mancata capacità di fare quadrare i conti e per la conseguente impossibilità di finanziare le riforme e contemporaneamente rilanciare la ripresa, senza la quale le riforme stesse diventano un problema irrisolvibile. Le difficoltà attuali nelle quali si trova a languire il paese sono bene evidenziate da libro “L’anno zero del capitalismo italiano”, del vicedirettore di “la Repubblica”, Massimo Giannini.

Passando in rassegna le vicende di Alitalia, Telecom, Eni, Finmeccanica e Fiat, Giannini mette in luce le condizioni in cui versa al momento attuale il sistema-Italia, dal punto di vista economico e politico. In particolare, egli descrive come, con la fuga dalle loro responsabilità di gran parte dei poteri forti, che si sono sempre identificati nella cosiddetta Galassia del Nord, essi abbiano ceduto il controllo proprietario delle imprese ad imprenditori esteri, per contenere il rischio di perdite, e si siano totalmente disinteressati della sorte degli azionisti di minoranza che avevano investito in Borsa i propri risparmi, ignari di quanto sarebbe poi accaduto.

La sintesi che Giannini propone sui maggiori gruppi imprenditoriali pubblici e privati nazionali è gravida di pericoli e non lascia intravedere un futuro positivo per l’Italia. Che ne sarà di essa, povera in spirito e in ricchezza? Dubitando che il paese sia povero in ricchezza, ha invece ragione il vicedirettore di Repubblica quando afferma che, stanti le condizioni attuali, resti poco da salvare, a parte “poche griffe della moda e del lusso e quella miriade di medie imprese del Quarto Capitalismo che hanno retto alla crisi, nonostante tutto”. Un grande paese, afferma Giannini, non può fondare la ripresa continuando a pensare che il “piccolo è bello”; l’Italia per troppo tempo si è cullata sulle virtù taumaturgiche di questo slogan, ma ha finito col perdere ogni contatto con la moderna realtà industriale, salvo prendere coscienza dei propri limiti quando, nel frattempo, il capitalismo mondiale si è riorganizzato intorno ad un nuovo paradigma.

Quest’ultimo, per i singoli sistemi sociali, ha comportato una “deriva” antidemocratica, “basata sull’azzardo morale e sull’irresponsabilità del capitale, sul debito che genera debito e sul denaro che produce denaro”. Esso, inoltre, ha condotto “a un capolinea drammatico: la completa svalorizzazione del lavoro, la devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione di una massa di uomini e donne che ormai non sono più ‘ceto medio’, ma ‘classe povera’”.

Si può anche pensare che l’Italia non sia poi così povera di spirito come la situazione potrebbe suggerire; esistono certo imprenditori che riescono a conservarsi in modo efficiente sul mercato, ma l’immagine complessiva che è possibile trarre dalla condizioni operative in cui è stretto il sistema, sul piano economico e su quello sociale, è che il capitalismo italiano sia rappresentato, nella migliore delle ipotesi, da imprenditori orientati alla “cattura” di rendite, propensi perciò ad accumulare senza investire e, nella peggiore, da imprenditori di rapina, che contribuiscono a tenere in vita un sistema sempre “più povero, debole e asfittico. Tendenzialmente corrotto o comunque corruttibile”. La grande industria è sull’orlo dell’estinzione; ma nessuno si chiede “quale sia il destino di un paese che coltiva ancora il mito arcaico del ‘piccolo è bello’ o si crogiola nel sogno patetico delle ‘filiera del turismo’”.

Che le cose stiano così come le narra Giannini, lo dimostra il livello di consapevolezza che gli industriali italiani mostrano di avere della situazione esistente. Dall’ultimo aggiornamento del “Trade Performance Index, a cura dell’International Trade Centre, braccio operativo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, risulta che l’industria italiana continua a conservare il secondo posto in Europa, dopo quella tedesca, sia per consistenza che per exportIl “Sole 24 Ore”, per la penna del suo direttore, ha colto la palla al balzo sottolineando il buono stato di salute dell’industria nazionale. «L’industria italiana è prima al mondo nel tessile, nell’abbigliamento, nei prodotti in cuoio e nell’occhialeria. É seconda al mondo nell’automazione-meccanica (macchine industriali, per gli imballaggi e di precisione), nei manufatti di base (ceramiche, metalli, prodotti in metallo e per l’edilizia) e nei manufatti diversi (articoli di plastica, design-arredo, mobile, attrezzature per la casa). È sesta al mondo negli alimenti trasformati e custodisce una serie di leadership sui prodotti di qualità della cosiddetta Altagamma». Inoltre, dati alla mano, il foglio confindustriale ha sostenuto che l’industria italiana, grazie alla cura dimagrante imposta dalla grande crisi, avrebbe compiuto le doverose trasformazioni imposte dalla globalizzazione.

Tanto ottimismo è però eccessivo. I dati sull’export vanno infatti contestualizzati: l’Italia mantiene, sì, posizioni di leadership, ma in settori che non sono strategici; ha perso da tempo, a causa dello smantellamento deliberato dei settori a partecipazione pubblica, i “punti di forza” che deteneva nella chimica, nella siderurgia di base, nell’informatica e nella cantieristica. Anche guardando la classifica dei principali paesi esportatori di merci, l’Italia è scesa all’ottavo posto, sorpassata da Francia, Olanda e Corea del Sud. Il dato sulle esportazioni risulta inoltre maggiormente significativo se viene disaggregato; si scopre così che le performances dell’export sono in gran parte imputabili alle medie ed alle piccole imprese orientate sui mercati esteri, grazie alle quali il capitalismo industriale italiano è riuscito a tenere posizioni di rilievo nelle classifiche mondiali. Le grandi imprese hanno infatti preferito, negli ultimi decenni, la speculazione finanziaria alla ricerca di facili guadagni da rendita che hanno fatto premio sui profitti industriali.

In presenza di un tale scenario, può l’Italia sperare di uscire dal tunnel della crisi? Potrebbe anche farcela, però non con politiche riformiste di breve respiro dell’esistente, ma con riforme di ben altro spessore e incisività, idonee ad invertire il declino del sistema-paese, iniziato ben prima dell’avvio dell’attuale crisi, per via delle scelte strategiche assunte nei decenni passati. Una strategia adeguata presupporrebbe comunque delle azioni innovative nel settore della protezione sociale, strumentale alla rimozione dei limiti del Quarto capitalismo; se ciò non dovesse accadere, è plausibile che il quadro tracciato da Giannini lasci ben poche speranze per una ripresa del paese.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento