martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Una riflessione sulla crisi
e la sostenibilità
dei teatri lirici italiani
Pubblicato il 15-04-2014


Teatro_Opera_RomaDopo le pesanti polemiche per il tentato sciopero alla prima della “Manon Lescau” dell’Opera di Roma ci si domanda se effettivamente lo stato attuale dei teatri lirici italiani sia ancora sostenibile. Difatti in tutta Italia, salvando solo poche realtà “illuminate’’, sono numerosissimi i contesti artistico – culturali che sembrano sull’orlo della bancarotta. Tra i vari teatri possiamo trovare una bolgia di ben 14 fondazioni liriche e sinfoniche, sommerse da un debito complessivo di 360 milioni di euro e da una gestione dissennata, corporativa e inadeguata di istituzioni culturali che invece potrebbero generare ricchezza, lavoro, e perfino crescita economica oltre che civile. Il deficit in bilancio regna sovrano in quasi tutte le istituzioni lirico-sinfoniche ed i teatri di tradizione; un male atavico che però la “crisi” ha portato a condizioni drammatiche. Basti pensare al Teatro Carlo Felice di Genova, al Teatro Regio di Parma, ai teatri siciliani, al Comunale di Bologna, al Maggio Musicale Fiorentino.

Lo stesso Teatro ‘’la Scala’’, nonostante il profluvio di milioni, accusa un passivo pesante. Mauro Meli, già direttore artistico dei teatri di Parma Milano e Cagliari, dichiara in un’intervista: “Se guardiamo bene ,nonostante la crisi, alcuni teatri funzionano e anche molto bene: a Torino, per esempio, il teatro viaggia bene perché il Sovrintendente è bravo. Lo stesso a Venezia. Il segreto è trovare un equilibrio tra la qualità artistica e le risorse realmente disponibili, e ottenibili. Purtroppo esistono teatri che hanno un costo pauroso, strutturale, da fermi, cioè ogni giorno che non producono: vedi Firenze. Costi altissimi a fronte di pochissimi introiti”. Alla base del disfacimento della lirica italiana abbiamo ,quindi sia un’amministrazione non aderente alla realtà sia il permanere nelle vecchie modalità di marketing.

A salvare la situazione doveva sopraggiungere il Decreto Cultura dell’ex Ministro Massimo Bray il quale, aveva messo nel mirino quei contratti integrativi considerati una delle principali fonti dei conti fuori controllo, e fuori copertura, e causa dunque dei dissesti finanziari e gestionali con la situazione attuale delle casse pubbliche a qualsiasi livello, non più accettabili. Esattamente quanto sta avvenendo in buona parte del nostro welfare, laddove a forza di proteggere sprechi e privilegi, non abbiamo più le risorse per garantire la copertura a nuove necessità ed a chi ha veramente bisogno di essere tutelato dallo Stato sociale. I costi del personale nei teatri lirici assorbono ormai il 70 per cento delle entrate: un rapporto numerico non più adeguato, al quale si aggiungono le indennità e le eredità di accordi ad personam, più che nell’interesse di una categoria. Alla situazione attuale un teatro può accedere ai finanziamenti solo entrando in un sistema di gestione che possa portare un utile reale.

Meno apprezzabili le norme per la donazione in favore di fondazioni artistiche che limita la somma a 5.000 euro (naturalmente scaricabili dalle tasse) e le nuove politiche di assunzione che escludono il tempo indeterminato ma propongono invece il “freelance” che non necessariamente darà risparmiare. Nonostante la buona spinta iniziale il Decreto Bray ha iniziato a scricchiolare laddove i teatri mantengono gli stessi atteggiamenti inadeguati. Certamente non è sempre possibile fare solamente economia e mettere in scena esclusivamente le opere che chiamano maggiormente il pubblico (Nabucco, Elisir D’amore, Rigoletto). Soprattutto non è accettabile che nei prossimi anni i Cda dei teatri vengano svenduti ai privati che limiterebbero la scelta e la varietà delle opere. Lo diceva spesso Stephane Lissner, ex sovraintendente de “La Scala’’, che “nella gestione della cultura non dovrebbero entrare nè privati, nè tantomeno burocrati”.

Pensando ad una gestione ideale, un teatro potrebbe dividersi tra amministrazione di marketing, di cultura e di politica. L’episodio del Teatro dell’Opera di Roma è un campanello di allarme molto preoccupante. Da una parte alcuni sindacati Cisal e Cgil che inneggiavano allo sciopero dall’altra l’amministrazione comunale e teatrale che minacciava la liquidazione. La serata, in cui era presente anche il Capo dello Stato, è stata salvata solo grazie all’impegno di Fistel Cisl e Uilcom che, con un grande atto di responsabilità, hanno deciso di impegnarsi. Una polemica nata dalla richiesta del nuovo Commissario – Sovraintendente, Carlo Fuortes, già Ad dell’Auditorium, di voler applicare il Decreto Bray rivedendo i contratti e di voler procedere con i primi prepensionamenti. Certamente entrambe le parti hanno calcato la mano in modo esagerato. I sindacati per anni hanno avallato decisioni anti – economiche per mantenere quei bonus che da sempre hanno caratterizzato la “comodità” del lavoro di corista od orchestrale. D’altra parte Fuortes ha proposto un progetto un po’ vago e non si è sicuri dei suoi reali progetti sul teatro. Non è possibile per i musicisti lavorare alcuni giorni della settimana solo per determinate ore, altresì non è plausibile che un sovraintendente guadagni fino a 340mila euro annui quando un corista ne percepisce appena 26mila. Per non parlare dei compensi di registi e direttori d’orchestra.

Ciò che deve cambiare è anche quel “pacchetto” di atteggiamenti che da sempre allontana i giovani da questo stupendo mondo. Nonostante gli altri generi musicali captino un gran numero di adolescenti, sono comunque molti i ragazzi e le ragazze che si avvicinano al melodramma ed alla musica classica. Questi giovani dopo aver studiato alacremente si trovano davanti a pochissime possibilità di debutto poiché concorsi ad audizioni sono spesso manovrati da direttori artistici, direttori d’orchestra e sovraintendenti che esercitano un’azione di nepotismo ed esclusione. Se si riuscisse ad invertine almeno un poco questi atteggiamenti e se si pensasse più a salvare l’opera che al proprio interesse forse qualcosa sarebbe ancora possibile fare. Siamo arrivati in un momento in cui ognuno deve fare un passo indietro per far si che l’Opera, grande vanto italiano, possa tornare a trainare l’Italia fuori da questa crisi.

Alessandro Munelli

 

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Commenti all'articolo
  1. Ecco ancora una volta il dato del “70%”utilizzato sistematicamente nelle campagne di stampa finalizzate a precarizzare e svuotare le fondazioni da chi produce lo spettacolo a favore della casta di appaltatori, agenti, amministratori di nomina politica ecc. Il dato
    viene presentato in modo scandalistico al fine di
    dimostrare non si bene quale anomalia o patologia: “il
    personale assorbe il 70% della spesa”. Il dato è vero!
    L’Opera lirica è uno spettacolo dal vivo che richiede la
    presenza contemporanea di Coro, Orchestra, Corpo di
    Ballo, tecnici di palcoscenico. cioè del personale. Il
    fatto che il 70% dei bilanci serva per le retribuzioni
    dichi oltre a produrre lo spettacolo “lo spettacolo”
    stesso è cosa assolutamente fisiologica. E’ così in tutto
    il mondo ed è ovvio che sia così.
    Ci si dovrebbe preoccupare di come viene speso il restante 30% invece.

    • Ha pienamente ragione il collega Fabio Morbidelli! ! Si continua a parlare di ” costo del personale “! ! Noi siamo ” costo di produzione “! Provate a fare l’opera senza coro e orchestra e vedete cosa ne vien fuori! Ancora questa storia? ? I problemi dei Teatri Lirici sono i sovrintendenti incapaci messi li dalla politica. Fanno buchi di bilancio, se ne vanno, e poi i lavoratori devono ridursi il già misero stipendio per chiuderlo, pena la chiusura del Teatro!! È a dir poco vergognoso! !! Che poi nell’articolo si dia voce ad un sovrintendente che ha lasciato buchi in tutti i teatri dove ha operato, è veramente ridicolo!!!!!!!

  2. Leggendo bene ci si potrebbe accorgere che mi sono impegnato nell’articolo a dare spazio sia alla parte manageriale dei sovraintendenti sia alla parte dei coristi e musicisti. Che i sovraintendenti talvolta facciano piu male che bene e’ noto e cosi anchei loro stipendi eccessivamente alti, certo non è facile tentare di risanare un teatro gia in bilico. Gli interventi inseriti sono una nota integrativa su come si potrebbe risollevare questo tipo di mala gestione, sono opinioni anche non accettabili. Nonostante cio’ se il 70% non e’ uno spreco, perchè non lo è, comunque non e’ piu sostenibile cosi come gli stipendi di solisti, direttori artistici, registi e sovraintendenti. Personalmente neanche mi sognerei di proporre un Nabucco
    o una Turandot senza coro od orchestra ma in un momento come questo, e di cio’ parlava l’articolo, ognuno deve fare un passo indietro secondo le proprie possibilità. Che il sovraintendente funga da Attila dovrebbe essere la politica ad evitarlo. Che gli stipendi di coristi ed orchestrali non siano commisurati allo studio/lavoro/sforzo è vero ma solo in alcune realtà, anche se numerose, per cui auspicavo che non si facesse di tutta l’erba un fascio. Come socialista prendo primariamente a cuore la situazione di coristi ed orchestrali, che per altro vivo in prima persona, però in una situazione attuale dobbiamo tutti stringere la cinta. Certamente chi molto di più chi appena.

  3. Leggendo bene ci si potrebbe accorgere che mi sono impegnato nell’articolo a dare spazio sia alla parte manageriale dei sovraintendenti sia alla parte dei coristi e musicisti. Che i sovraintendenti talvollta facciano piu male che bene e’ noto e cosi anchei loro stipendi eccessivamente alti. Gli interventi inseriti sono una nota integrativa su come si potrebbe risollevare wuesto tipo di mala gestione, sono opinioni anche non accettabili. Nonostante cio’ se il 70% non e’ uno spreco comunque non e’ piu sostenibile cosi come gli stipendi di solisti, direttori artistici, registi e sovraintendenti. Personalmente neanche mi sognerei di proporre un Nabucco o una Turandot senza coro od orchestra ma in un momento come questo, e di cio’ parlava l’articolo, dobbiamo fare tutti un passo indietro. Naturalmente che il sovrantendente non funga da Attila deve occupersene la politica. Nonostante ciò che lo stipendi da corista ed orchestrale non si rapportato adeguatamente agli anni di studio e l’impegno ciò avviene in alcune realta, anche se numerose, e perciò auspicavi di non fare di tutta l’erba un fascio. Il messaggio di questo articolo è che in un tale omento dobbiamo tutti stringere la cinghi, chi molto chi appena.

  4. Già tirata la cinghia grazie!!! La tirino i registi con allestimenti improponibili e i sovrintendenti e direttori artistici!!! A Bologna abbiamo già lasciato il 15% dello stipendio da 3 anni per chiudere parzialmente i buchi fatti dai Sovrintendenti passati e anche attuali! !!! Noi abbiamo già dato!!!

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